Cipro: la crisi e le mitiche realtà di un’isola divisa. Intervista a Francesco Grisolia – Parte I

di Giacomo Gabbuti

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[Francesco Grisolia, antropologo, collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso. Da giugno si trova a Nicosia, capitale divisa di Cipro, in cui ha già condotto due ricerche sul campo. Prendendo spunto da questa intervista radiofonica, gli abbiamo rivolto una serie di domande per inquadrare l’attuale situazione economica, e contestualizzarla all’interno dell’irrisolta questione cipriota.]

Nell’intervista radiofonica per Amisnet chiarisci bene come l’accordo di salvataggio porterà a un mutamento dello status quo per Cipro. Proviamo a ricostruire questo status quo per i nostri lettori: al contrario di quanto saremmo portati a credere, Cipro nel 2009 aveva un reddito pro capite simile a quello italiano, e una distribuzione dei redditi non molto peggiore della nostra. Quando arriva il benessere a Cipro?

È bene iniziare chiarendo che si parla dell’economia greco-cipriota, cioè della parte meridionale dell’isola, su cui è sovrana de facto e de iure la Repubblica di Cipro. La parte settentrionale dell’isola, oltre la cosiddetta “Linea Verde”, è de facto controllata dalla Repubblica Turca di Cipro Nord (RTCN), non riconosciuta dalla comunità internazionale, ad eccezione della Turchia. La RTCN è strettamente legata alla Turchia sul piano politico-diplomatico, economico e socio-culturale.

Quella greco-cipriota è un’economia aperta, prospera da tempo: il benessere arriva perlomeno negli anni ‘90. Il 1974 segna uno spartiacque anche per l’economia: la perdita dei terreni fertili delle aree agricole oltre la Linea Verde – e delle attività commerciali collegate – ha prodotto un vero e proprio terremoto nella parte meridionale dell’isola, controllata dalla Repubblica di Cipro. Da allora, è stato necessario ricostruire su nuove basi l’economia greco-cipriota, e non a caso la rapida ricostruzione successiva a quello shock è stata spesso chiamata in causa in questi anni. Dall’autunno del 2011 la Commissione Europea ha inviato al precedente governo cipriota i primi netti messaggi di allarme, assieme alle consuete, precise richieste di riforme strutturali, estese ben oltre il sistema bancario messo sotto accusa. Rievocando l’esperienza post-1974, i ciprioti sperano di poter superare anche la attuali difficoltà economiche.

Le basi della prosperità greco-cipriota, comunque, sono da tempo oggetto di  dubbi e allusioni. Nel 2007 e 2010, durante le mie ricerche sul campo a Nicosia, sentivo riferimenti frequenti al riciclaggio di denaro e all’afflusso di capitali di dubbia provenienza. Le agevolazioni fiscali e una legislazione poco rigida in termini di sicurezza sul lavoro hanno favorito l’offshore banking e la pratica della flag of convenience tra gli armatori internazionali.

Sul peso e la consistenza di questi settori ci sono opinioni contrastanti: ma per quanto riguarda, ad esempio, la notevole presenza d’investimenti stranieri ed espatriati russi [oggetto di attacchi tedeschi, nda], si tratta di fenomeni evidenti.

Come si inserisce in questa dinamica l’ingresso nell’Unione Europea e nell’Euro – oltre ad avere agevolato l’afflusso di capitali esteri dal resto dell’Unione?

Per certi versi l’ingresso dell’Unione Europea, avvenuto nel 2004, e la successiva entrata nell’Euro, nel 2008, sembrerebbero aver danneggiato questo tipo di attività, visto che le norme europee risultano più rigide di quelle precedentemente adottate. L’ingresso nell’UE [l’euro è stato introdotto 4 anni dopo, nel 2008] è avvenuto in un momento cruciale per la storia dell’isola: proprio alla vigilia dell’ingresso si è svolto il doppio referendum sul cosiddetto “Piano Annan”, una proposta di accordo per la riunificazione dell’isola.  Questa avrebbe, naturalmente, semplificato non poco la questione dell’ingresso cipriota nell’Unione – pratica già avviata dalla Repubblica di Cipro, e che del resto Cipro Nord, non riconosciuta dalla comunità internazionale, non avrebbe potuto richiedere. Tuttavia, mentre turco-ciprioti hanno approvato la mediazione proposta dall’allora Segretario ONU, la maggioranza dei greco-ciprioti l’ha bocciata.

Nei decenni precedenti era stato il Nord – sotto la guida di Rauf Denktaş – a tenere un atteggiamento oltranzista: ma tra il 2003 e il 2004 la comunità turco-cipriota ha infine rifiutato – attraverso manifestazioni senza precedenti per consistenza e visibilità – il nazionalismo che aveva a lungo egemonizzato lo scenario politico. Contemporaneamente le posizioni greco-cipriote si sono irrigidite. Del resto, la Repubblica di Cipro aveva nel tempo guadagnato credito da parte dell’Unione Europea, che le aveva garantito l’ingresso a prescindere dal risultato del Referendum.

Si è quindi prodotto un paradosso: la Repubblica di Cipro, espressione de facto della sola comunità greco-cipriota è entrata in Europa, pur rifiutando il Piano Annan; la comunità turco-cipriota ne è rimasta fuori – o meglio, in una situazione di limbo tra confini ufficiali, misure provvisorie e realtà quotidiana.

Paradossalmente, secondo alcuni, proprio questo nuovo “terremoto” che si è abbattuto sull’isola potrebbe riaprire la partita dell’unificazione. Ci spieghi intanto come si arrivò alla separazione?

La cosiddetta “questione cipriota” – «il più grande insuccesso delle Nazioni Unite», la cui forza di peace keeping è nell’isola dal 1964 – è un problema non solo multidimensionale, ma anche terminologico. Qualsiasi sia l’oggetto del contendere, le due parti lo definiscono con espressioni raramente conciliabili, e la stessa cronologia vede uno scarto importante.

Da un lato, la comunità greco-cipriota tende a ricondurre l’origine della disputa al luglio 1974, quando nazionalisti greco-ciprioti – con l’appoggio dei colonnelli greci – realizzarono un colpo di stato, seguito dopo soli cinque giorni dall’intervento militare turco. L’intervento si è trasformato nella perdurante presenza di un ampio contingente militare turco nella parte settentrionale dell’isola. Una misura dettata da ragioni di sicurezza, secondo Ankara e l’amministrazione turco-cipriota; una “invasione e occupazione” iniziata quasi quarant’anni fa, secondo la Repubblica di Cipro.

Per la comunità turco-cipriota, al contrario, i problemi iniziano molto prima, perlomeno negli anni ‘50: nel 1955 nasce l’EOKA – un’organizzazione paramilitare che mirava all’enosis (unione di Cipro alla Grecia), ponendo fine al controllo coloniale britannico. L’EOKA, tuttavia, si connotò ben presto in senso “antiturco”. Nella seconda metà degli anni ’50 si registrano i primi scontri interetnici, che caratterizzeranno i due decenni successivi. La TMT, Organizzazione della Resistenza Turca, si contrapporrà all’EOKA. L’indipendenza dell’isola, ottenuta nel 1960, sarà frutto di un compromesso tra Gran Bretagna, Grecia e Turchia e lascerà insoddisfatte le due principali comunità cipriote, le cui maggioranze si erano riconosciute in obiettivi ben diversi: i nazionalisti greco-ciprioti avevano lottato per l’enosis, la TMT per il taksim, o divisione dell’isola, possibile preludio all’unificazione con la Turchia (cosa che, anche se solo de facto, è in effetti avvenuta dopo il 1974).

Il periodo compreso tra il “Natale di sangue” del 1963 – l’inizio dei nuovi scontri interetnici – e il 1974 è definito dai turco-ciprioti zor yıllar, gli “anni difficili”: undici anni caratterizzati da violenze, minacce, insicurezza, precarietà materiale e umiliazioni. Un caso evidente di memoria non condivisa, con tutto ciò che questo comporta per le prospettive future di riconciliazione e convivenza.

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Proviamo a chiarire un po’ meglio “maggioranza” e “minoranza”, “nord” e “sud”: come avviene la divisione? E quali sono i rapporti numerici le dinamiche demografiche?

La divisione è stata quasi “etnicamente omogenea”. Pochissimi turco-ciprioti risiedono nella parte meridionale dell’isola, anche se sono molti i pendolari, date le maggiori opportunità occupazionali garantite – almeno fino all’attuale crisi – dalla Repubblica di Cipro. Al nord rimangono poche centinaia di greco-ciprioti, prevalentemente nella Karpasia (o Karpaz, in turco), la parte che somiglia al manico dell’isola-padella.

Nel 1960, data dell’ultimo censimento ufficiale, riconosciuto dalla Repubblica di Cipro, i turco-ciprioti costituivano circa il 18%, a fronte di un 80% di greco-ciprioti, con il restante 2% costituito dalle “minoranze storiche” – latini, armeni, maroniti –  insieme agli espatriati britannici e altri stranieri residenti. A rendere intricata la questione non è solo l’evidente sproporzione demografica – che rende difficile per i greco-ciprioti accettare soluzioni basate sulla parità di diritti e poteri con i turco-ciprioti – ma anche la dinamica e la natura stessa della presenza turca sull’isola.

La questione è, infatti, cosa voglia dire essere “turco-cipriota”: con ciò intendiamo semplicemente persone con la cittadinanza della Repubblica Turca di Cipro Nord, o effettivamente nate e cresciute nell’isola, all’interno di famiglie a loro volta originarie di Cipro? Da dove provengano i cittadini e residenti del nord dell’isola, è infatti oggetto di discussione, insieme al loro numero preciso. Il primo censimento ufficiale nel nord è stato effettuato nel 1996, ed è stato contestato – come il successivo del 2006 – non solo dalla Repubblica di Cipro, ma da alcuni partiti turco-ciprioti di opposizione, molto critici verso un’amministrazione locale che ai loro occhi è appendice di Ankara. Il flusso demografico che dal 1974 ha avuto luogo fra l’Anatolia e Cipro Nord è tuttora oggetto di accese controversie. L’amministrazione turca, inizialmente con la finalità ufficiale di garantire il corretto funzionamento dell’economia nord-cipriota, ha sostenuto con uffici appositi e sussidi l’emigrazione verso il nord dell’isola dalle provincie più depresse (e, spesso, politicamente più conservatrici), come l’Hatay, al confine con la Siria. Non di rado gli immigrati – “lavoratori stagionali”, o “coloni” camuffati, secondo altre voci – hanno nazionalità turca ma sono arabi, curdi, laz o appartenenti ad altri gruppi etnici.

La politica di “ripopolamento” di Cipro Nord è stata sospesa in via ufficiale negli anni ‘80: tuttavia, alcuni sostengono che sia andata avanti anche in seguito, agevolando direttamente o indirettamente la permanenza di lavoratori stagionali. L’assenza di rilevazioni affidabili mantiene la questione aperta. Tuttavia, numerosi turco-ciprioti ritengono che Cipro Nord sia oramai, nei fatti, una provincia turca. Il motto con cui Dentkaş rispondeva a queste critiche era «Giden Türk, gelen Türk»: un turco va, un turco viene. Dal punto di vista di Dentkaş e del suo partito, non c’era differenza alcuna tra un turco anatolico e uno cipriota, dunque non vi era alcun motivo di preoccupazione di fronte all’alternarsi di lavoratori stagionali a Cipro Nord.

Anche questa vicenda contribuisce alla crescente sensazione di molti cittadini turco-ciprioti di essere controllati da Ankara. Il centro storico di Lefkoşa (Nicosia Nord) è oggi quasi esclusivamente abitato da immigrati turchi. Da un punto di vista occupazionale, in tutti i settori che richiedono manodopera non qualificata (dall’edilizia al settore turistico), il cittadino turco-cipriota incontra un immigrato turco, con una vera e propria divisione del mercato del lavoro tra impiegati pubblici e colletti bianchi turco-ciprioti e manovali “di origine turca” – che abbiano o meno preso la cittadinanza di Cipro Nord.

C’è, invece, qualche differenza, in effetti, tra turchi e turco-ciprioti? O ha ragione chi – tra di loro e tra i greco-ciprioti – li considera poco più che un’appendice della Turchia, anche da un punto di vista culturale?

La comunità turco-cipriota ha una serie di peculiarità. Cipro, divenuta provincia ottomana nel 1571, è rimasta tale fino al 1878, quando la Gran Bretagna ha ottenuto l’isola in “affitto”, in cambio del sostegno militare alla Sublime Porta in funzione anti-russa. Formalmente ottomana fino alla Prima Guerra Mondiale, l’isola è divenuta ufficialmente colonia britannica nel 1925 e lo è rimasta fino al 1960. Il periodo coloniale ha influito notevolmente sulla comunità islamica (la religione tracciava il confine fra le comunità, prima dell’emergere dei nazionalismi). Da un punto di vista strettamente demografico, la presenza ottomana si riduce notevolmente: in particolare, ad abbandonare l’isola sono i ceti medio-alti del millet islamico (burocrati, amministratori, militari), lasciando solo i piccoli artigiani e contadini ottomani. Da un punto di vista culturale, la presenza britannica ha esercitato una pressione secolarizzante: temendo il ruolo giocato dalle autorità religiose nel processo di “nazionalizzazione”, il potere britannico ha limitato, ad esempio, l’influenza della Chiesa Ortodossa e delle autorità islamiche nel campo dell’istruzione. I britannici hanno lasciato tracce nel sistema giuridico, nella dimestichezza dei ciprioti con la lingua inglese e – considerando in particolare gli ex-ottomani dell’isola – hanno creato i presupposti della laicità turco-cipriota ben prima delle riforme (o “rivoluzioni”) di Mustafa Kemal Atatürk. Le riforme imposte per legge dopo la fondazione della Repubblica turca sono state adottate liberamente dalla comunità turco-cipriota negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso.

Ecco perché, in riferimento all’eredità culturale del “padre dei turchi”, alcuni miei informatori turco-ciprioti si sono definiti con una battuta «i veri kemalisti». I movimenti e le autorità islamiche non hanno alcun peso politico a Cipro Nord, è anzi frequente ironizzare sul fatto di non andare mai in moschea, se non per cerimonie ufficiali – e anche in questi casi, di non essere in grado di pregare. Al contrario, nella Repubblica di Cipro la Chiesa ortodossa, autocefala, continua a giocare un evidente ruolo politico. Nella storia delle dominazioni esterne dell’isola, solo i “barbari” ottomani – a differenza dei cattolici franchi e veneziani e dei “liberali” britannici – sono giunti a compromesso con le prerogative extra-spirituali della Chiesa di Cipro.

Il rapporto della comunità turco-cipriota con la Turchia è oramai ambivalente: superato in parte il complesso centro-periferia che ha sempre legato la cultura “ufficiale” di Cipro a Istanbul, i turco-ciprioti si sentono europei, “più occidentali” dei cugini sulla terraferma, non inclini a nuovi, presunti “neo-ottomanisimi”.

Per via dei fenomeni migratori cui accennavamo, i turco-ciprioti non immaginano il turco “di Turchia” come un beyaz Türk, ma come il povero e ignorante abitante dell’entroterra anatolico, conservatore, patriarcale, che va in giro sgranando il tesbih, indossando scarpe a punta e sfoggiando i tipici baffoni neri. L’eredità ottomano-turca, “orientale”, della comunità turco-cipriota emerge a volte come limite e tara riflettendo sulle attuali disfunzioni politiche ed economiche di Cipro Nord. Un episodio della fiction televisiva Avrupa Yakasι [“Il lato Europeo (di Istanbul)”], trasmessa dall’emittente turca ATV, alcuni anni fa ha suscitato reazioni di sdegno e imbarazzo fra i turco-ciprioti. Si è trattato, infatti, di un caso di rovesciamento dell’autorappresentazione in cui la maggioranza si riconosce.

Nell’episodio appariva un nuovo personaggio, Nadir il cipriota, parente dell’ignaro istanbuliota protagonista della serie. Tutta l’ironia della scena è costruita sui comportamenti stereotipati del “cugino di campagna”: rozzo e vestito volgarmente, Nadir ha viaggiato portando con sé alcuni prodotti tipici dell’isola, e parla in modo incomprensibile. In effetti, il dialetto cipriota è piuttosto diverso dal turco standard, le influenze del greco e dell’italiano, fra le altre, sono evidenti nelle forme verbali e nel vocabolario. Sia pur in modo aneddotico, le polemiche seguite a questo sketch hanno portato alla luce la linea di demarcazione fondamentale che i turco-ciprioti percepiscono in relazione alla società turca – l’essere più europei e occidentali. Tale discrimine, ovviamente, assume molteplici significati. Alla luce di questa rivendicata posizione nella “gerarchia globale del valore culturale”, gli spettatori turco-ciprioti non potevano accettare la caricatura offerta nella fiction incriminata. Tuttavia, l’auto-ascritta posizione di superiorità rispetto alla madrepatria turca, si accompagna a varie forme di dipendenza da Ankara. Proprio tale contraddizione alimenta le ambivalenze del rapporto fra la comunità turco-cipriota e la Turchia.

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