“Remembering is a basic human wish”. Intervista a Jennifer Egan

di Francesca Lorenzoni e Camilla Panichi

Jennifer Egan

[Durante il Festival degli Scrittori – Premio Gregor von Rezzori città di Firenze, per il migliore traduttore in lingua italiana e per la migliore opera di narrativa straniera pubblicata anche in lingua italiana, abbiamo incontrato Jennifer Egan, autrice di Il tempo è un bastardo e Guardami (minimum fax 2011, 2012). Ringraziamo minimumfax per aver reso possibile questa conversazione].

Mi piacerebbe farti delle domande a proposito dei  tuoi romanzi, Il tempo è un bastardo e Guardami. Come sai, sono stati pubblicati in Italia in ordine inverso rispetto alla loro uscita negli Stati Uniti. Nonostante questo, leggendoli ho avuto l’impressione che ci fosse una continuità, soprattutto per quanto riguarda la costruzione narrativa. Infatti in Il tempo è un bastardo ogni capitolo riguarda un personaggio diverso, ha uno stile, un tono e un andamento diversi. In Guardami questi aspetti sono presenti, ma molto meno. È dunque possibile riconoscervi una sorta di sperimentazione stilistica che maturerà in Il tempo è un bastardo?

Probabilmente, sì, è vero! Voglio dire, quel che ho cercato di imparare nel passaggio tra l’uno e l’altro è che esiste un modo di lavorare sulla continuità narrativa, cosa che in Guardami è presente. Il fatto è che si può sperimentare così tanto mescolando stili diversi! E in un certo modo con Il tempo è un bastardo ho potuto inserire stili differenti semplicemente destrutturando la continuità narrativa. Quindi penso di aver provato a spingermi più oltre che potevo con Guardami, ma sai, allo stesso tempo il fatto di non avere una costruzione narrativa fa sì che tu perda qualcosa. Quindi non saprei dire quale tra le due è la scelta migliore; sono semplicemente scelte differenti.

E dunque che cosa è successo tra A e B? Ovvero tra la pubblicazione del primo e del secondo romanzo.

Ho voluto solo raccontare un diverso tipo di storia. Sai, la storia che racconto in Il tempo è un bastardo non avrebbe potuto essere narrata in maniera continuativa, poiché è estremamente frammentaria. E in effetti avevo pensato di scrivere la storia al contrario, con un tempo che partisse dalla fine per arrivare all’inizio, e lo ho fatto, ottenendo una specie di continuità, che però non funzionava molto bene. Credo che quello che guida queste scelte o che dovrebbe guidarle sia la storia stessa, e l’ho capito per tentativi ed errori.

In entrambi i romanzi il tempo ha un ruolo fondamentale. Infatti Il tempo è un bastardo si apre con una citazione da Proust. Ho avuto la sensazione, leggendo i tuoi romanzi, che la nostra relazione con il tempo cambi durante la vita e che non ci sia consolazione nell’atto del ricordare, perché il passato è un tempo perduto. Che cosa ne pensi?

Sul serio ricordare non avrebbe senso? Non saprei. Stai dicendo che è quello che dico io nel libro o è solo un’osservazione in generale?

In generale.

Penso che non ci sia nessuna possibilità per cui l’essere umano non ricordi cose. È semplicemente una dimensione del chi siamo e di come funzionano le nostre menti. Intendo dire, forse non c’è un senso in tutto ciò, forse l’immaginazione non ha un senso, ma le due cose sono estremamente vicine tra di loro, perché alla fine che cos’è davvero il ricordare? Penso che sia solo un basilare desiderio umano. Prova ad applicare la tua immaginazione alla tua capacità di ricordare il passato: c’è un elemento di perdita in tutto questo, anche se le persone a cui tu stai pensando sono ancora vive e stanno bene, non lo saranno per sempre. Quel che resta è la percezione del passato, o almeno, io ho davvero questa sensazione quando penso ai miei figli, a quando erano piccoli, come se pensassi «oddio quel tempo non c’è più!», e sembra quasi una perdita, anche se non lo è, sono solo cresciuti e sono ancora lì. È questo il paradosso divertente e al tempo stesso malinconico della memoria: anche se niente è perduto, sembra quasi che lo sia. Quello che resta alla fine della giornata è solo il ricordo di ciò che ti è accaduto. Senza tutto questo non siamo altro che un vuoto.

Ma in Guardami il personaggio Z si sforza di non ricordare, e forse anche Charlotte sente di aver perso i suoi ricordi, lei ha bisogno del futuro, non del passato.

È vero. Ma lei è prima di tutto un narratore inaffidabile e poi un essere umano imperfetto e quel che dice e quel che pensa non è valido per tutti. Il suo è un atteggiamento irrealistico, guidato da qualcos’altro. Da un punto di vista psicologico credo che sia dovuto ai suoi rimpianti per la direzione che ha preso la sua vita e per tutte le cose a cui ha rinunciato.

E invece, parlando di questo grande protagonista che è il tempo, nei tuoi romanzi c’è una particolare idea di futuro connessa ai progressi tecnologici, che cambiano la vita delle persone e i rapporti interpersonali. Questo sembra essere un elemento centrale della tua scrittura, tanto che lo si trova riflesso nella forma stessa. Mi riferisco al capitolo dodici di Il tempo è un bastardo, scritto in power point. Come nasce questa idea?

L’idea di fare un capitolo in power point è stato un altro modo per raggiungere l’obiettivo di sperimentare stili diversi in ciascun capitolo. Ad un certo punto avevo esaurito le idee: prima persona? Terza persona? Che cosa faccio? Ho provato a scriverlo come una scena teatrale, ma non funzionava; ho provato con la poesia e ha funzionato ancora meno! Poi mi sono chiarita le idee e finalmente sono riuscita a scriverlo usando la seconda persona anche se è stato difficile. Come la mia attenzione è stata catturata da power point? È stato un altro modo per raccontare una storia, anche se non lo avevo mai veramente usato. Ogni volta che scopro qualcosa di nuovo, il mio primo pensiero è: come posso sfruttarlo? È stato lo stesso con twitter, anche se ero veramente imbranata e odiavo usarlo allo stesso tempo pensavo: ci dovrà pur essere un modo di usarlo!

Quindi la tecnologia influenza il modo di costruire storie?

Assolutamente sì! Per esempio con power point è veramente difficile rappresentare un’azione e mentre lo stavo creando mi sono resa conto quasi subito che in quel capitolo non ci sarebbe stata molta azione: ogni volta che provavo a far agire un personaggio, non funzionava e infatti se ci pensi è un capitolo statico, meditativo, una sorta di luogo interiore. La storia che volevo raccontare era molto dolce e tenera, sarebbe risultata troppo sentimentale se scritta in modo convenzionale. Non avrebbe funzionato. Power point, che è una forma fredda, quasi burocratica, mi ha aiutata a raccontarla. Quindi sì, la tecnologia è fondamentale per la struttura della storia, poiché il trucco sta nel trovare una forma che, invece di precludere, apra tutte le possibilità. Quando ho provato a usare la poesia mi sono subito sentita legata e soffocata, non riuscivo a scrivere, non accadeva niente. Spesso questo è sintomo del fatto che quella specifica forma non è adatta alla mia scrittura.

Tu hai detto che la tecnologia è fondamentale per la struttura della storia. Pensando al personaggio della modella Charlotte in Guardami, è sorprendente quanto tu anticipi non tanto gli eventi dell’unidici settembre e il tema del terrorismo, ma ciò che oggi rappresentano Facebook e i social network. Quanto questi mezzi influiscono sulla nostra identità e la sua rappresentazione?

Sai, non so quanto io sia in grado di rispondere, perché se è stato divertente inventarmi i social network, io non sono molto interessata ad usarli, sinceramente li trovo noiosi. A me non interessa l’essere connessi, ma sono affascinata da quanto tutto ciò è affascinate per gli altri. Mi chiedo quanto questo possa continuare o se si attenuerà. Ma in ogni caso non sono qualificata abbastanza per dirti quali effetti produca sulle persone. La domanda che ponevo in Guardami, mentre immaginavo il mondo dei social network, era: come ci cambierebbero il bisogno e il desiderio crescenti di rappresentarci ad un pubblico? In che modo narreremmo lo svolgimento delle nostre vite?

Quale risposta ti sei data?

Il fatto stesso che io mi ponga questo tipo di domande suggerisce come risposta che la tecnologia ci cambi in peggio: non siamo più uomini come lo eravamo, siamo diventati altro. Eppure è così divertente: infatti ciò che ho imparato scrivendo Guardami, è che ci sono cose di noi stessi che non si possono mostrare, anche se vorremmo farlo. Credo sia questo il messaggio più evidente del romanzo: c’è qualcosa di umanamente profondo e privato che è inviolabile. Quindi alla fine sono arrivata ad una risposta del tutto diversa, molto più positiva rispetto a quella che avevo immaginato. Penso che il motivo per cui scrivo libri sia capire cosa penso davvero: non riesco a farlo se non scrivendo!

Entrambi i romanzi raccontano molte storie e attraversano diversi stadi della vita, ma molto spesso l’adolescenza è posta in primo piano. C’è una Bildung, un percorso di formazione, che però non arriva a compimento. Penso per esempio al personaggio di Moose, in Guardami, che rimane sempre legato alla propria infanzia e adolescenza.

Oh senz’altro! Guardami è tutto incentrato sulla trasformazione della personalità, sull’assumere una nuova e diversa identità, e dunque ha senso che almeno una parte di quella storia riguardi la formazione di un’identità originaria attraverso la crescita. Le persone in quel libro ricominciano la loro vita in tutti i modi possibili e per questo mi è venuto abbastanza naturale inserire un personaggio come l’adolescente Charlotte, che sta crescendo, a differenza di altri che ricominciano da capo per la seconda o terza volta (ndr. i personaggi della modella Charlotte o Michael West). Mi interessa molto l’adolescenza, ricordo quel periodo intensamente, come qualcosa di meraviglioso, anche perché per me è passato molto tempo ormai. Pensa al capitolo in cui si parla dei ragazzi e dei locali punk-rock (ndr. Il tempo è un bastardo, cap. 3).  Quello è il periodo in cui ti poni come adulto, pensi di esserlo, ma in realtà sei ancora un ragazzo. È affascinante, interessante, drammatico. Qualunque cosa è possibile e non sai chi potrai diventare. Trovo che sia una fase molto feconda: i miei stessi figli saranno ben presto adolescenti e avrò la possibilità di osservare il loro cambiamento da vicino, spero solo che si comporteranno meglio di come ho fatto io!

Una delle cose che mi piace di più nei tuoi romanzi è che non c’è lieto fine. Le relazioni e le storie d’amore non concludono e non salvano.

Non so se direi esattamente la stessa cosa. Penso che invece ci siano dei lieto fine. Nel libro si fa capire che il “tutti vissero felici e contenti” è artificiale, basta solo interrompere la storia prima che si capisca che cosa accadrà. Se guardi le singole storie in Il tempo è un bastardo per molti personaggi finisce meglio di come era cominciata, con l’eccezione di Rolph, suo padre, Joceline, e tutti quelli che hanno a che fare con la battaglia di Lou. Ma tutti gli altri? Bennie si risposa ed è felice, Sasha lo è ancora di più. Sto ripensando a questa tua domanda e non capisco da dove nasce. Quale personaggio fa una brutta fine?

Sto pensando al personaggio dello zio Moose in Guardami.

Non sono neanche sicura di questo. Lo zio Moose è una persona che soffre, combatte una vera e propria battaglia contro se stesso, ma ha una moglie fantastica, che lo adora. Certo, se volessimo psicoanalizzarlo…

Però si percepisce un senso di isolamento e di solitudine. I tuoi personaggi sembrano non trovare mai un punto di incontro, sono sempre soli.

E non lo siamo anche noi? Non c’è modo di aggirare questo problema. È proprio a ognuno di noi. Alla fine siamo tutti soli. E questo forse ha di nuovo a che fare con il feticismo per i social network, forse è proprio per questo che sono così affascinanti, perché così le persone si sentono meno sole.

Ma nonostante queste iper-connessioni, restiamo comunque soli.

Per quanto si possa condividere con gli altri, siamo comunque limitati ad una sola percezione, che alla fine è sempre e solo la nostra. Non penso che sia un male, penso che sia un fondamento della natura umana. C’è anche una sorta di bellezza in tutto ciò, perché ogni persona è unica, irripetibile, e ciò non sarebbe possibile senza questo tipo di solitudine.

Sono d’accordo. Ora però vorrei chiederti come costruisci le tue storie.

Costruisco le storie piuttosto istintivamente. All’inizio non so mai esattamente cosa farò perché ho l’impressione che le idee che pianifico razionalmente risulteranno noiose e ovvie. Cerco di farmi sorprendere da idee che non pensavo di avere e, a quanto pare, questo mi succede solo ed esclusivamente mentre scrivo. Il processo ideale è una sorta di abbandono a un materiale inusuale. E questo è quello che cerco, uscire dalla mia testa, che solitamente tende più a rielaborare l’accaduto piuttosto che inventare qualcosa di diverso. Questo è il modo in cui scrivo, oscillo continuamente tra una pianificazione meticolosa e il puro istinto. Scrivo sempre a mano e questo mi aiuta a riflettere meglio.

Quali sono gli autori, americani o europei, a cui ti ispiri?

Non c’è ne uno in particolare, mi piace molto Edith Wharton, ha molte cose interessanti. La sua scrittura è brillante e divertente, ma ci sono anche degli spettri sociali con cui deve fare i conti. E poi scrive cose meravigliose su New York. Per quanto riguarda gli scrittori contemporanei adoro Don DeLillo, Joyce Carol Oates, Robert Stone. E mi piacciono molto i romanzi gotici. Ma non so dire chi mi abbia davvero ispirata.  So da chi mi piacerebbe esserlo, ma è davvero così? E chi lo sa!

Proust sembra averti ispirata.

È difficile da spiegare. Il tempo è un bastardo deve molto a Proust, che infatti, come hai notato, cito in esergo. Ma Proust non ha influenzato tanto lo stile del romanzo, quanto piuttosto l’obiettivo, quello di voler scrivere un libro sul tempo. Nonostante poi non lo abbia realizzato, è da Proust che ho preso l’idea della musica, che ha un ruolo molto importante nel suo romanzo, sia a livello strutturale sia a livello di intreccio. Mi sono ritrovata a fare esattamente la stessa cosa, ma con un tipo di musica diverso. Questa dunque è un’influenza molto diretta che però non basta a spiegare in una parola la relazione che c’è tra Proust e il mio romanzo, che è quasi un figlio del suo.

E cosa mi dici di Michael Cunningham?

Ho adorato il suo lavoro, stavo giusto riflettendo su questo. Le ore, mi ha mostrato che si possono giustapporre elementi diversi e avere un intero che sia più della somma delle singole parti. In un certo modo ho usato una tecnica simile. Lo stile in Il tempo è un bastardo non è così diverso dal suo, ma Cunningham fa qualcosa di più estremo del semplice intrecciare le storie: prende storie completamente diverse, che confliggono tra di loro e crea una frizione interessante. Questo modo di scrivere è una delle ragioni per cui ho pensato di poter anche io fare qualcosa di simile in Il tempo è un bastardo.

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