Dall’altra parte della vita: La grande bellezza della malinconia

Su 404 avevamo già parlato di La grande bellezza, l’ultimo film di Paolo Sorrentino, poco dopo l’uscita nelle sale. La prima recensione si trova qui.

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di Sofia Adami

Elegía = lat. elegía, dal gr. elegeía = èlegos, canzone luttuosa, voce probabilmente frigia, ovvero formata per imitare «e e lègein», dire ahi ahi, che serviva quasi da ritornello nei canti di lutto. Sorta di poesia d’argomento flebile cantata da prima ne’ funerali; e poiché questa poesia componevasi per lo più di distici, perciò siffatto nome fu dato in seguito ad ogni componimento in cotal metro che esprimesse alcun vivo affetto, anche amoroso.

(Premessa: è necessario, prima di tutto, fare un piccolo sforzo d’astrazione. Facciamo finta che le giraffe e i fenicotteri non siano così clamorosamente digitalizzati; facciamo finta che la Ferilli non abbia la faccia di Wojtyla tatuata sul braccio; facciamo finta che Sorrentino non sia, a volte, fin troppo consapevole di quello che fa. Applichiamo, in altre parole, quello che la teoria della traduzione chiama il principio di carità: scegliamo, cioè, l’interpretazione che considera vere la maggior parte delle affermazioni dell’indigeno – decidiamo, per metodo, di far significare a ogni immagine che Sorrentino usa quanto di più vero possa significare; accettiamo ogni lirismo senza imbarazzo. Prendiamolo sul serio. Si vedrà alla fine se di tanta generosità è valsa la pena).

 Si potrebbe cominciare col dire: La Grande Bellezza non è quel che sembra.
Non è un film sulla mondanità, sulle apnee alcoliche, sulla deliziosa demenza di cinquantenni ancheggianti al ritmo di Mueve la colita o di sedicenti esteti che rendono presentabile il proprio essere spirituale – «non vuole parlare del mio travagliato e sofferto percorso d’artista?» – con la stessa autoindulgenza e lo stesso entusiasmo con cui offrono la bocca all’iniezione di botulino; non è nemmeno la denuncia morale di un’illusione, di un’immagine sguaiata e rarefatta della vita che da apparenza è chissà come diventata sostanza. Se, anzi, Sorrentino convoca in scena tutto il circo di repertorio – cubiste e nobildonne, bambine prodigio e demoniaci cardinali dediti al coniglio alla ligure più che al sacramento della confessione, intellettuali de sinistra forti dei loro ideali prêt-à-porter e sfatte soubrette con facce di luna piena – lo fa non tanto, o non solo, per denigrarlo, ma per mostrarlo com’è: specchietto per le allodole, congegno per ingannare il tempo, e neanche dei più raffinati. Esso funziona, in altre parole, come intrattenimento, e come tale Sorrentino lo usa: come un chiassoso corollario che svolge perfettamente il proprio compito nel momento in cui si rivela per quello che significa, cioè niente – «I nostri trenini sono i più belli di tutti. E sai perché? Perché non vanno da nessuna parte!» – e che, svelandosi niente, rimanda a ciò da cui dovrebbe distrarre; a ciò che, da tutto quel rumore, sarebbe dovuto essere nascosto.

È questo immaginario altrove, annidato dietro e sotto e prima dell’imbarazzo di stare al mondo, in cui affiora, sempre breve e sempre monco, il cuore del film; ed è nell’altrove che vive Jep Gambardella, ultimo esemplare della razza degli scrittori immaginari, per l’eternità al sicuro dall’umiliazione di una trama, e grande – beato lui – per una frase sola («A luce intermittente, l’amore si è seduto nell’angolo; schivo e distratto, esso è stato…»). Se la sua esasperata sensibilità – quella che gli faceva rispondere, da bambino, l’odore delle case dei vecchi alla domanda a cui tutti rispondevano, immancabilmente, con ‘a fess: cosa ti piace di più, veramente, nella vita? – non lo uccide, se anzi gli permette di diventare il re di tutti quelli che immancabilmente rispondono ‘a fess, è perché, in fondo, in quella galassia lui risiede di passaggio. I versi di Robert Burns, che, messi in musica da Arvo Pärt, invadono le scene in cui Roma più splende di solitudine – «my heart’s in the Highlands, my heart is not here» – servono appunto a ricordarci questo: che Jep Gambardella può essere il dolente paraculo che è, il più mondano dei mondani, re che soavemente sfascia il suo regno, soltanto perché sa che le cose vere – o forse soltanto le cose – non stanno lì.

Dove, allora? Dove sta quello di cui non si può ridere, il qualcosa piuttosto del niente?

«A luce intermittente, l’amore si è seduto nell’angolo; schivo e distratto, esso è stato…»

La risposta è: non sta; è stato, una volta. Il cuore della vita è ormai trascorso; tutto l’ambaradan – di luci, di parole, e di corpi – che agita le terrazze romane non è che un colossale marchingegno costruito apposta per scordarsi l’irrimediabile. Sorrentino dipinge con ferocia come questa ginnastica della dimenticanza si sia ammalata di elefantiasi e abbia colonizzato ogni spazio libero, ricoprendo ogni cosa di un luccicante nulla che invita all’abbandono; ma dipinge anche, con ferocia e con tenerezza, le fessure di realtà umana che ne spaccano la superficie, e che si manifestano, sempre, come tentativi di tornare indietro, di riacchiappare per la coda il velocissimo e impossibile animale passato.

La Grande Bellezza non è un film sul vuoto; è un film sulla nostalgia, che il vuoto dovrebbe attutire, e che invece attraversa, che lo vogliamo o no, la vita da un capo all’altro.
Sta scritto nei gesti fragili della nobile a noleggio Elisabetta Colonna di Reggio, che sale la notte al museo in cui un tempo la sua famiglia abitava soltanto per sentirsi restituire l’infanzia da un’audioguida davanti alla culla illuminata. Lo sa Dadina, arcana nana-fata sempre vestita di blu, che sa già tutto quel che serve sapere, compreso il fatto che è dovere di un amico far sentire l’altro, almeno una volta, come quando era bambino: – Il riso scaldato è sempre meglio di quello appena cucinato, – le dice Jep davanti a un piatto di riso al pomodoro; e lei sorridendo risponde: – E il vecchio è sempre meglio del nuovo. –

Lo dice a chiare lettere, alla fine del suo primo e ultimo spettacolo, Romano, incorruttibile Don Chisciotte che vive ancora in un appartamento di studenti universitari e che guarda in silenzio, come fossero un’unica bestia meravigliosa, due ragazzi che si conoscono da dieci giorni e che da dieci giorni ininterrottamente si baciano, sullo sfondo della spiaggia caraibica di una pubblicità appesa al muro su cui campeggia beffarda la scritta: t’immagini essere qua?: «che cos’avete contro la nostalgia?».
Lo sa, soprattutto, Jep Gambardella. La vita che era davvero sua, la felicità che davvero apparteneva a lui – il mare, la grazia dei diciott’anni, il suo unico elusivo amore – riappare in poche scene azzurre e negli incongrui gridi dei gabbiani che Jep sente anche quando non dovrebbe sentire; e quella felicità lo rende, in un certo senso, costantemente fuori luogo, osservatore illegittimo di ogni altra felicità. Davanti ai bambini che giocano, che sputano verità assolute nascosti nell’ombra di una chiesa, Jep ammutolisce come davanti a uno spettacolo non destinato a lui: la vita intatta, l’insopportabile biancore del tempo perso. A quel tipo di perdita non c’è rimedio; e quindi Jep ghigna, distrugge, tergiversa – e non scrive.

È proprio grazie al suo non scrivere – che è un’azione sostanziale: uno che scrive, preso nel momento in cui invece non scrive, non sta facendo altro; sta sempre, inevitabilmente, non scrivendo (aspettando di scrivere, evitando di scrivere) – che Jep, a differenza degli altri, capisce. E il film, che è un film sul tempo e sull’allontanarsi delle cose vere, è la storia di Jep che capisce.
Il come arrivi a capire, Sorrentino lo affida alla visione senza mai determinarlo con certezza. Che sia Ramona che nel suo mantello oltremare attraversa correndo la galleria di Palazzo Spada – «sembrava enorme, e invece è piccola piccola!»; che sia la minuscola santa trattata da chi la circonda già come una reliquia, che da seduta fa dondolare i piedi al modo dei bambini fino a perdere una scarpa per terra; o che sia il viso dello strano uomo dell’Est fotografato da suo padre ogni mattino da quand’è nato, e che alla morte del padre ha continuato da sé e ora espone sotto arcate di pietra tutti i suoi giorni in file e file di foto, nessuna delle quali può dire cosa veramente l’abbia trasformato da bambino a ragazzo a uomo, quando di preciso sia avvenuto il salto – Sorrentino non lo dice; lo dicono, forse, gli occhi di Servillo, fosse delle Marianne di assurda malinconia, che però non lasciano passar fuori nulla di quel che accade al loro interno.

Se il come non ci è chiaro, possiamo però tentare di comprendere il cosa. «Cercavo la grande bellezza. Ma non l’ho trovata.» Questo dice Jep alla santa (tralasciamo – l’abbiamo deciso all’inizio – che il dialogo decisivo avvenga durante l’imbarazzante scena dei fenicotteri); glielo dice tentando di rispondere, onestamente, alla domanda che in tanti gli hanno posto: ossia perché, dopo il suo unico romanzo di uomo innamorato, lui non ha più scritto. Non ha più scritto, dice, perché non ha trovato la grande bellezza; ma riprende a scrivere per lo stesso identico motivo – perché non ha trovato la grande bellezza.
Perché la grande bellezza, la bellezza che non si perde e che riempie il tempo in tutti i suoi angoli, se anche esiste, non esiste in vita; ad affiorare, nello stare al mondo, sono i pezzi sparsi di quella pienezza – gli «sparuti, incostanti sprazzi»: le arance cadute in un pomeriggio di sole, la stanca e schietta sensualità di una quarantenne malata che nuota in piscina, l’azzurro e il seno nudo della prima volta, il profumo dei fiori; qualcosa che è stato e che si è perduto, e che non poteva, in nessun modo, essere altrimenti che perduto. L’illusione umana, il compromesso, l’inganno – «è solo un trucco!» – sta nel credere che la parte sia l’intero, che in ogni straccio di bellezza ci sia lei, la grande bellezza; come se, ridendo in faccia al tempo con la giusta quantità di disperazione, ci fosse veramente dato il potere di tornare indietro, di prendere quel povero ricordo e di amplificarlo fino a fargli riempire ogni angolo, fino a ridargli la vita che aveva, che non può più avere, che così intensamente vorremmo che avesse.
Jep, quindi, ritorna dalla sua lontananza, vale a dire: ricomincia a scrivere; prende l’altrove, l’immensa e silenziosa grazia che sta – e starà sempre – dall’altra parte della vita, e lo porta di qua; ed Elisa, allora e solo allora, si volta di nuovo a guardarlo.
E che non sia questa, ci suggerisce all’orecchio Sorrentino – per altro già dall’inizio, con l’epigrafe di Céline: il viaggio che ci è dato è interamente immaginario… – l’unica grande bellezza?
«Altrove, c’è l’altrove. Ma io non mi occupo dell’altrove.»
La Grande Bellezza è un film su quello che manca. Ma Sorrentino, che lo volesse o no, di certo non è riuscito – con buona pace di Flaubert – a fare un film sul niente; perché quello che manca, la grande bellezza, è tutto meno che niente.

(Eccoci. Sorrentino è elegiaco; è pretenzioso; è barocco. Lo sappiamo, e ciononostante l’abbiamo preso sul serio. Abbiamo concesso alla sua storia immobile il privilegio di dire quanto di meglio potesse dire; abbiamo creduto ciecamente, come si fa da innamorati, che anche dietro alle più goffe e mielate tra le sue infinite scene ci fosse una verità. L’abbiamo fatto perché il suo film, per quanto imperfetto, per quanto citazionista, è soprattutto struggente; e il suo essere struggente ci ha, appunto, gettati nello stato mentale di chi è innamorato – stato mentale caratterizzato da una profonda, e programmatica, ingenuità; di cui, notoriamente, qualcosa di vero rimane anche quando la sbornia svanisce).

5 Comments Add yours

  1. lavinia ha detto:

    Il Film di Sorrentino mi è piaciuto, l’ho guardato con interesse e partecipazione, a volte intristendomi, altre divertendomi, altre ancora riflettendo o disapprovando e criticando. Sono pochi oggi i film italiani che mi provocano tante emozioni e sensazioni e che restano così a lungo nella mia mente. Così come poche recensioni, tra le tante che ho letto, mi sembrano, pur nelle tante affrmazioni interessanti, aver colto a pieno quello che io ho provato vedendo il film, come questa in cui sono incappata per caso. Ecco perchè il mio commento. Per dirvi Bravi!

  2. Daniele Lo Vetere ha detto:

    Condivido ogni singola parola di questa recensione, parentesi iniziale e finale comprese.
    Questo film, stroncato, irriso, tenuto a distanza con fastidio, mi ha soggiogato – come non aveva fatto This must be the place, noioso e neghittoso; come non aveva fatto Il Divo, bellissimo ma che faceva appello al disincanto dell’intelligenza, tra riflessione metapolitica e montaggio da videoclip; come forse aveva fatto Le conseguenze dell’amore, che però mi innamorò solo al secondo sguardo, dunque con un di più di ponderazione e maturità. La grande bellezza è stato un colpo di fulmine: triviale e assoluto. Dunque grazie a Sofia Adami per essere riuscita a verbalizzare quanto andavo rimuginando e per cui non avevo le parole. Parentesi finale più che mai compresa.
    (Ora capisco anche la rabbia e il fastidio che mi prendevano a sentirlo criticare. Che patetico: era amore).

  3. Andrea Scazzola ha detto:

    Mi aggiravo per la rete alla ricerca di qualcuno che confermasse e approfondisse sensazioni, intuizioni, riflessioni che La grande bellezza mi aveva lasciato nella mente come oggetti galleggianti sull’acqua. Non avevo voglia o tempo di ancorarle a un logos in grado di organizzarle e giustificarle. Mi imbatto in queste righe che vanno dritte al centro della questione: niente banalità sulla critica sociale, sulla tristezza dei tempi che ci troviamo a vivere e via dicendo, il solito, perenne e per me noiosissimo, o tempora o mores. No: lo sguardo è fisso e sicuro sullo straniamento del personaggio e di chi guarda, la riflessione è sul tempo, sulla nostalgia, sulla malinconia, sull’altrove, sull’esserci e il non esserci nello stesso tempo e nello stesso luogo, sull’illusione, sulla ricerca del vero, sulla pienezza di senso, che manca crudelmente e non si trova (e i frammentari spezzoni di senso alla fine stanno lì, in quell’assenza, in quell’altrove, in un passato vero o sognato). Tutte cose difficili da dire, perchè inafferrabili, evanescenti, ma qui dette con inattesa precisione e chiarezza.
    Da dire, c’era in più forse qualche cosa a proposito della riflessione di Sorrentino sull’arte: l’artista consapevole che corre contro un muro prendendolo a testate e la bambina delirante che corre contro un foglio bianco schizzandolo di colore, Gep che all’inizio del film fugge all’idea che la bella signora milanese con cui ha appena avuto un rapporto sessuale gli mostri le foto che scatta ogni giorno a se stessa e Gep che alla fine del film guarda con partecipazione l’istallazione con le fototessere che il giovane artista ha fatto a se stesso ogni giorno della sua vita… Poi mi piacerebbe confrontarmi con il catalogo delle citazioni, con le fonti d’ispirazione, con il Kubrik che almeno io ho trovato nel film.
    Ma questi sono aspetti in definitiva secondari. Sofia Adami sta là, al centro della questione, con uno sguardo penetrante e sensibile, che mi induce a chiedermi se sia possibile, come ci informa il “chi siamo” di questo 404, che abbia meno di trent’anni. C’è troppa esperienza di arte e di vita, ma chissà a volte capita a chi è giovane di avere ‘illuminazioni’. Quindi resto qui a chiedermi: chi è Sofia Adami?

  4. Sofia Adami ha detto:

    A domanda rispondo: è una studentessa in Filosofia e scienze delle religioni laureata di fresco, non solo sotto i trent’anni, bensì addirittura ventiduenne; al momento molto lusingata dal commento di cui sopra, anche se vagamente imbarazzata dalla sensazione di non essere all’altezza delle aspettative (non ha sufficiente cultura, cinematografica e non, per sostenere discussione alcuna sulle fonti d’ispirazione di Sorrentino) e dal ritrovarsi a parlare di sé in terza persona.
    (Comunque: grazie).

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