Recensione a Il realismo è l’impossibile di Walter Siti

di Giulia Falistocco 

Origin-of-the-World

Che cos’è il realismo per Walter Siti? «Il realismo, per come la vedo io, è l’anti-abitudine». La risposta ci viene offerta da Siti stesso ne Il realismo è l’impossibile edito da Nottetempo, saggio sul realismo e al tempo stesso «bieca ammissione di poetica». Inserendosi in una tradizione che da Aristotele arriva fino ad Auerbach e oltre, Siti analizza come la letteratura, ma non solo, si rapporti con la realtà, come riesca disponendo di mezzi limitati, i soli suoni e per di più arbitrari a «far rivivere nientemeno che la vita»: la scommessa massima degli scrittori. È una «confessione di laboratorio», un libretto che si legge subito, proprio perché riesce a tenere fuori «il demone dell’accademia», che certo lo avrebbe «dissuaso dall’affrontare un argomento così impegnativo». In meno di ottanta pagine propone interessanti e suggestive citazioni degli autori più disparati (Zola, Stendhal, Flaubert, Dante, Omero, solo per ricordarne alcuni), travestendo così l’intensione di parlare un po’ di se stesso. 
Per Siti il realismo è un trompe-l’oeil che fugge dal convenzionale, così che lo scrittore si configura come un prestigiatore che deve cogliere «impreparata la realtà», giocare con lei a nascondino. Con uno schiaffo in faccia ad Aristotele il realismo non è più mimesi, ma  predisposizione al mentire, al «nascondere un altro strato della realtà», sempre mantenendo con essa uno rapporto stretto. Nessuna esigenza di verosimiglianza quindi, proprio dove la realtà sembra più improbabile, dove gli eventi sembrano più soggetti al caos, è lì che si dischiude qualche segreto, è lì che la realtà può essere messa all’angolo. Per fare questo lo scrittore deve sconvolgere le carte in tavola, creare un’ illusione offrire al lettore un «trampolino» di dettagli, dati reali per il «salto nelle stelle». Non più uno specchio piatto che rifletta la realtà, ma una specchio ustorio, metafora che Siti riprede da Hugo, che di tante cose sparse ne sappia fare una bella e utile. Mi sentirei anche di aggiungere realismo come un quarzo, minerale che se messo a contatto con la luce mostra i colori di cui essa è composta ma quest’elenco potrebbe continuare ancora, spiegando meglio di tante parole e aggiungendo sempre qualche nuova sfumatura di significato. Da ciò non solo realismo non rima più con verosimiglianza, ma predilige le narrazioni fittizie:

«Perché questa storia fittizia, per qualche causa oscura, è più esemplare delle storie vere, contiene più significati in un rapporto più coerente e armonioso; perché può ammaestrare e far capire cose che giacciono nell’inconscio personale e collettivo […] ci offre un cosmo e non un caos, una realtà controllabile e finita, un facsimile di realtà commisurato a quegli dèi minori che crediamo di essere nei nostri deliri di onnipotenza.» (pag 26-27)

Oppure le storie vere, la materia empirica, privilegiando l’autobiografia, dove essa maggiormente si stacca dal prevedibile o dalla stilizzazione. Parallelamente a una dura lotta con il bienséance (un esempio per tutti, che trascende dall’ambito letterario, il quadro L’origine del mondo) le storie vere e autobiografiche hanno conosciuto un percorso  che le ha portate ad emergere e ad affinare lo stile, da Dante fino a Philip Roth. «Quello che state per leggere non è un romanzo», oppure sì «io mento ma non credetemi quando vi dico che mento»: ecco fatto, si è bruciato «l’equilibrato compromesso aristotelico: il verosimile va in frantumi, schiacciato tra i due estremi della verità e della menzogna».
Verso la fine dell’opera, in parte per gioco, in parte necessità, Siti trova al “suo” realismo un’ etichetta: realismo gnostico. L’intento sarebbe quello di raffigurare, spiegare il Sacro, per dimostrare contemporaneamente l’inadeguatezza, i vuoti del trascendente. Lì dove la letteratura non arriva, si demarca il territorio del divino. La via indicata da Siti è una mistificazione continua, il mantenere la magia senza smascherarla e saper quindi destreggiarsi tra verità, menzogna e finzione, per ingannare il lettore se non anche la realtà stessa. Alla fine tutto si conclude con una prova di abilità per l’autore, «per stare in equilibrio tra cronaca e lirica, tra amore per la realtà e rancore per quel che la realtà non ha saputo essere per me (o io per lei)». È un realismo sempre allo stato nascente, perché la realtà e la percezione di essa mutano costantemente e lo scrittore deve affinare le proprie armi, trovare nuovi trucchi, fare a gara con «l’enciclopedia del lettore» per stupirlo e travolgerlo.
Nell’ultimo capitolo l’intento di redigere la «bieca ammissione di poetica» diventa più marcato, e Siti espone alcuni metodi, non di sua invenzione (come in tutta l’opera l’intento di cercare modelli è evidente), «per stare in equilibrio», tra cui: l’assorbimento dei miti, e la surdeterminazione. Svelandoci alcuni retroscena dei suoi romanzi, riesce ad ancorare quanto detto in precedenza alla sua scrittura, passando dall’altra parte della barricata, da critico a scrittore. Il rivelare la costruzione di «questo castello di abitudini e convinzioni» gli dà inoltre la possibilità di soffermarsi sul dibattito intorno al New Italian Realism, per usare uno dei nomi proposti. Ma il tono è scettico perché lo stereotipo nella recente narrativa è sempre in agguato; sembra che la paura della realtà abbia tolto quella freschezza e magia del precedente realismo, come in Saviano e tutti i suoi successori:

«Se anche i giornalisti coraggiosi sostituiscono l’immagine stereotipata alla realtà […] allora dobbiamo prendere in considerazione un’ ipotesi ben più terribile: forse l’immagine mediatica e spettacolare ha ormai talmente preso il possesso del nostro cervello che chi vuole apparire credibile deve imitare quella e non la realtà sottostante». (pag 70)

  E lì dove balenano le prove migliori, come Raimo o Pica, il realismo è ottenuto per spostamento, in accezione freudiana, che «ha come limite negativo il brusio del niente». L’utilizzo della forma dell’autofiction per Siti è servito proprio per fondere verità e menzogna e allo stesso tempo, per potersi mettere a nudo, per «sporgersi», spinto dalla paura del silenzio e dal desiderio di dare forma alla propria voce.

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