Su ZeroZeroZero di Roberto Saviano

di Valerio Valentini

la-copertina-del-libro-di-saviano

Probabilmente nessuno che non sia Roberto Saviano, in Italia e non solo in Italia, può riuscire oggi a parlare di narcotraffico e “narcocapitalismo” ad un pubblico stimabile nell’ordine dei milioni di individui. E questo, comunque la si pensi, è indubbiamente un merito di Saviano, che ha saputo accettare le regole meschine del gioco mediatico – secondo le quali avere una grande audience è indispensabile – e, al contempo, sfruttare la sua efficacia comunicativa di icona pop per imporre all’attenzione generale temi  che necessitano di essere affrontati.

Per capire come Saviano sia riuscito ad appassionare masse eterogenee di giovani e adulti, di diversa ideologia politica, alle dinamiche complesse, e talvolta astruse, dell’economia criminale – materie che prima venivano considerate settarie e specialistiche, se non addirittura noiose – è utile pensare a Gomorra. Nel suo primo romanzo, un Roberto Saviano esordiente, conosciuto solo dai pochi frequentatori di blog come Nazione Indiana, riuscì a stravolgere i canoni narrativi comunemente utilizzati per raccontare la mafia, realizzando un’opera nella quale il libro-inchiesta e il reportage giornalistico venivano assimilati da una narrazione romanzesca e autobiografica, strutturata in maniera coerente, che faceva leva sull’affabulazione per introdurre anche il lettore più ignaro di Camorra nel mondo aberrato dei Casalesi, che poi è in realtà il nostro mondo. Opera difficilmente classificabile utilizzando le consuete categorie letterarie, Gomorra ha contribuito non soltanto ad aumentare la sensibilità di milioni di persone rispetto ai temi della criminalità organizzata – il magistrato napoletano Federico Cafiero De Raho, uno dei principali ispiratori del processo Spartacus contro i Casalesi, parla di un prima e di un dopo Gomorra nella lotta alla mafia campana – ma anche ad espandere le potenzialità della narrativa di genere, mostrando tutta l’efficacia di quello che può essere considerato il Non-fiction novel all’italiana, già praticato da scrittori poliedrici come Carlo Lucarelli o da magistrati come Giancarlo De Cataldo, e che ha forse il suo vero fondatore in Leonardo Sciascia.

A distanza di sette anni da Gomorra, e dopo un travagliato susseguirsi di ritardi e rifacimenti, Saviano ha pubblicato il suo vero secondo libro, ZeroZeroZero, opera molto impegnativa che descrive il mondo connesso alla cocaina – cioè l’intero nostro mondo quotidiano – in tutti i suoi aspetti: criminale, economico, sociologico. Detto, dunque, che la cocaina è la protagonista assoluta del libro, diventa molto difficile descrivere quest’ultimo, o quantomeno classificarlo. E non perché, come avveniva nella sua opera prima, Saviano sperimenti potenzialità narrative nuove, quanto piuttosto perché Saviano realizza un ibrido disarticolato. Entrambi i libri sono dei monstra: ma mentre leggendo Gomorra si percepiva immediatamente lo sforzo dell’autore di sintetizzare al meglio diversi generi letterari, di ZeroZeroZero la cosa che viene spontanea da dire è a quale genere letterario esso non appartiene. Quello, insomma, che ZeroZeroZero non è.

Non è un’indagine, innanzitutto, come pure in molti lo hanno definito, in quanto manca proprio della caratteristica discriminante di un’indagine, e cioè l’attendibilità documentata. Il che non significa che Saviano scriva cose inesatte, né che si basi su fonti inaffidabili; il punto è che Saviano rifiuta di indicare le proprie fonti, sia in nota sia nel corpo del testo, sia quando si tratta di indagini della magistratura italiana o straniera, sia quando si tratta di Wikipedia. Ecco, Wikipedia: forse, anche questo è un limite di ZeroZeroZero: Saviano si muove all’interno di argomenti in cui è sicuramente competente, ma spesso racconta fatti specifici di cui mostra una conoscenza superficiale, e allora si affida a Wikipedia o a Youtube. Non che ci sia nulla di male nel farlo, ma da uno scrittore che viene riconosciuto come uno dei massimi esperti internazionali di criminalità organizzata – l’essere un “personaggio” comporta, o dovrebbe comportare, anche degli svantaggi – sarebbe lecito attendersi delle analisi un po’ più approfondite di quelle che si possono reperire su un’enciclopedia online. E invece Saviano a volte si limita a riportare alcuni estratti dalla versione in inglese di Wikipedia, senza neppure segnalarlo al lettore. Come succede a pagina 43, quando Saviano, dopo aver descritto il macabro assassinio di Enrique Camerana, scrive:

A quel punto la Dea aveva dato vita alla più vasta indagine su un omicidio che fosse mai stata intrapresa dagli Stati Uniti sino ad allora. Fu battezzata “Operazione Leyenda”.

Che è esattamente la traduzione letterale di quanto si legge sulla pagina di Wikipedia.org dedicata a Camerana:

[…] The U.S. Drug Enforcement Administration (DEA) […] launched Operation Leyenda, the largest DEA homicide investigation ever undertaken.

ZeroZeroZero non è un saggio, come invece ha scritto «Libero» il 10 maggio scorso. Non lo è perché non fa della scientificità il proprio scopo fondamentale: l’obiettivo di Saviano sembra essere piuttosto quello di coinvolgere il lettore appena iniziato ai temi della criminalità e del narcotraffico, di entusiasmarlo, di esaltarlo attraverso un affastellarsi continuo di fatti e dati straordinari. Legittimo, e anche meritorio, a patto di non derogare a quello che dovrebbe essere l’irrinunciabile imperativo anche della saggistica divulgativa, cioè destinata a milioni di persone e non ad una ristretta cerchia di specialisti: l’esattezza. Invece talvolta Saviano pare accettare di sacrificare la chiarezza esplicativa in nome di un lirismo fumoso, che se da un lato ricorre ad immagini suggestive, dall’altro impedisce, proprio ad un lettore che non abbia una discreta conoscenza pregressa degli argomenti trattati, una piena comprensione. Nel capitolo 9, Saviano racconta di come uno dei punti di forza della ‘ndrangheta consista nella sua struttura, che è gerarchica ma non verticistica. Il capitolo però si apre con una lunga metafora liricheggiante, piena di anafore e di accostamenti che devono risultare enigmatici a chi nulla sa della ‘ndrangheta e del suo organigramma.

L’albero è il mondo. L’albero è la società. L’albero è la genealogia di famiglie legate da rapporti dinastici suggellati con il sangue. L’albero è la conformazione a cui tendono i gruppi d’impresa quotati in Borsa che possiedono rami diversi. L’albero è la scienza.

L’albero è anche un albero vero. […] L’albero è sempre stato lì, in quella gola quasi sul crinale dell’Aspromonte. Gli uomini sono venuti dopo e ne hanno assunto i significati e la forma. Sembra semplice, invece non lo è per nulla.

 Siamo a pagina 193. Seguono quasi tre pagine nelle quali Saviano mostra come la ‘ndrangheta sia ormai diventata un’organizzazione criminale con ramificazioni in tutti i cinque continenti, e ricorda la miopia delle istituzioni italiane che per anni si sono ostinate nel negare la presenza delle cosche calabresi al di fuori dei loro territori d’origine, senza mai considerare la lotta alla ‘ndrangheta come una priorità assoluta. Il tutto intervallato da ulteriori riferimenti all’albero con cui si è aperto il capitolo. Poi, a pagina 196, finalmente la metafora viene sciolta: l’insistenza sull’immagine dell’albero è dovuta al fatto che, in un vecchio giuramento scritto della ‘ndrangheta, la struttura dell’albero veniva utilizzata per descrivere le varie gerarchie che il nuovo affiliato doveva rispettare. Saviano, a questo punto, chiosa:

La ‘ndrangheta divenne integralmente gerarchica. Non però a imitazione della cupola di Cosa Nostra […]. Se la struttura siciliana è rappresentabile da una piramide, dall’albero calabrese si ottiene con la semplificazione geometrica una figura specularmente capovolta: un triangolo a punta in giù, anzi una “v”, le cui linee possono continuare ad allungarsi e allargarsi all’infinito. (p. 196)

Saviano, insomma, sembra prefiggersi, come suo principale scopo, non tanto quello di descrivere in maniera chiara e puntuale la struttura interna della ‘ndrangheta, quanto piuttosto quello di fornirne una rappresentazione affascinante, facendo ricorso a trovate più o meno geniali, ad immagini più o meno attraenti.

Una logica simile ha influenzato anche la descrizione dei vari criminali che popolano ZeroZeroZero, e segna una netta differenza rispetto al romanzo d’esordio di Saviano. Uno dei meriti principali di Gomorra fu quello di rappresentare i boss senza alcuna volontà di mitizzazione: grassi e ripugnanti, rozzi e meschini, pacchiani e incapaci di avere una vita sentimentale, i padrini casalesi risultavano lontanissimi dall’immaginario hollywoodiano del gangster col gessato e la Lamborghini, seducente e pieno di donne innamorate di lui. Se una qualche eccessiva caratterizzazione di Schiavone, Iovine e Zagaria si riscontrava in Gomorra, questa era finalizzata proprio ad enfatizzare i loro aspetti più negativi. E invece in ZeroZeroZero si ritrovano tracce proprio di quei canoni di criminale nobile, di criminale gentiluomo. Troppo spesso Saviano rischia di presentare al lettore i sanguinari narcos sudamericani come degli anti-eroi, e la sua indagine introspettiva, finalizzata a fornire a quei personaggi una certa complessità caratteriale, finisce col rasentare una vaga esaltazione del loro genio criminale. Un esempio? A pagina 160, ecco come viene descritto Salvatore Mancuso, per anni a capo di una formazione paramilitare colombiana che commerciava cocaina con le mafie di tutto il mondo, e che si è resa responsabile di centinaia di attentati, rastrellamenti e omicidi:

L’esperimento di autodifesa ingrana, il prestigio di Mancuso continua a crescere.

Salvatore però non perde mai di vista lo scopo di tutto questo. Il suo lavoro se lo porta a casa ogni sera sulla pelle.

Ora, è scontato dire che Saviano condanna gente come Mancuso, e che il fatto che Saviano ha scelto di fare la vita che fa per denunciare criminali e mafiosi rende impossibile e meschino anche solo dubitare di ciò. Tuttavia, da un punto di vista meramente letterario, appare incomprensibile il motivo per cui Saviano abbia deciso di caratterizzare i narcos sudamericani – forse inebriato da un certo gusto per l’esotico, visto che quando poi descrive i padrini italiani il fenomeno scompare – in modo da far ricordare al lettore un misto tra l’Al Pacino di Scarface e il Gabriel Garko di L’onore e il rispetto. Tra l’altro, non si capisce perché Saviano li indichi con i loro nomi di battesimo, o con i loro nomignoli, anziché semplicemente con i loro cognomi: il libro è pieno di Kiki, Pabliti, Salvi, Natalie, Chapi. Una confidenza che, a lungo andare, stona.

Infine, ZeroZeroZero non è un romanzo. Difetta infatti di una qualsivoglia struttura portante, che intessa e colleghi fra loro i vari capitoli attraverso un filo narrativo unico. In Gomorra Saviano era stato abile nel trovare nel resoconto autobiografico – spesso fittiziamente autobiografico – il contenitore all’interno del quale riversare le informazioni ricavate da indagini, sentenze, inchieste e reportage. E l’insieme teneva. In ZeroZeroZero questo tipo di collante narrativo manca completamente, tanto che i singoli capitoli potrebbero tranquillamente essere estrapolati uno ad uno dal resto del libro senza che né il loro significato subisse menomazioni, né l’integrità dell’opera generale venisse inficiata. Al limite, l’unica continuità narrativa che si può riscontrare in ZeroZeroZero è ancora una volta di tipo autobiografico: cioè il resoconto, o la confessione, che Saviano fa di come lui viva la sua vita da “addicted” – questo è il titolo del diciottesimo capitolo – cioè da uomo che, dopo anni di studio delle dinamiche criminali connesse al narcotraffico, ha finito per sviluppare un’ossessione per la cocaina che non è troppo diversa da quella che affligge chi ne fa uso. Un tipo anomalo di dipendenza, insomma. Eppure, è proprio questo ricorrente riflettere sulla propria condizione, in toni angoscianti e allucinati, che rischia di stancare. Saviano vive oggettivamente in una situazione tremenda, che deve essere assolutamente alienante e distruttiva, e che pochissimi riuscirebbero a sopportare senza scadere nella paranoia. Dunque condannare la sua scelta di mettersi a nudo di fronte al lettore, può apparire un atto arrogante o cinico; ma si tratta di stabilire se certe confessioni sia più giusto farle ai propri amici e ai propri familiari, oppure a milioni di sconosciuti, rischiando tra l’altro di apparire desiderosi di autocommiserarsi e di suscitare una sterile e momentanea compassione.

Questo egocentrismo sinceramente disperato è solo uno degli elementi, come del resto lo è la scelta di caratterizzare i narcotrafficanti nel modo in cui ho detto poco fa, attraverso cui Saviano tenta di stabilire un rapporto di vicinanza con il suo lettore. Un lettore che Saviano immagina mediamente giovane e imbevuto di cultura pop, aduso ad un vocabolario un po’, diciamo, trasandato e, soprattutto, desideroso di quella che potremmo definire una costante spettacolarizzazione della prosa. Ed è per questo che Saviano si sente costretto a ricorrere ad estenuanti anafore, a continue iperboli, a metafore azzardate. Ed è per questo che i numerosi richiami a cose che tutti conoscono, a personaggi o luoghi di cui i mass media parlano, sono a volte fuori luogo. Se, infatti, in alcuni momenti tali richiami sono efficacissimi nel mostrare come la nostra quotidianità sia profondamente condizionata dalla cocaina, altre volte appaiono del tutto inessenziali, e strumentali per ridestare l’attenzione di un lettore che potrebbe annoiarsi nel leggere soltanto di inchieste e statistiche.

Discorso che riguarda anche il logorante ricorrere a espressioni che non saprei se definire trash o semplicemente sciocche, spesso nobilitate da coloriture americaneggianti, di cui Saviano abusa per enfatizzare alcuni concetti, o per trovare delle comode clausole appariscenti. Come questa a pagina 150:

Il narcotraffico presieduto dal cartello prende a vacillare e perde i pezzi. It’s evolution, baby.

Ecco, dunque, tutto ciò che ZeroZeroZero non è. Ora, sarebbe sciocco condannare un libro perché risulta impossibile classificarlo ricorrendo alle categorie letterarie comuni, ché anzi potrebbe essere un merito, per uno scrittore, il ricercare nuove soluzioni narrative, l’arrischiarsi in terreni inesplorati. Il difetto di ZeroZeroZero, d’altra parte, non è affatto quello di rifuggire qualsiasi etichetta precostituita, ma semmai l’opposto: ovvero cercare di conformarsi a più generi e inseguire più stili tra loro inconciliabili, finendo talvolta col trarre il peggio da ciascuno di essi: l’approssimazione e la brachilogia ad effetto della prosa giornalistica, l’egotismo un po’ perverso di certa narrativa diaristica, la frammentarietà dell’antologia di saggi, la stucchevole enfasi retorica dei romanzi di largo consumo.

Eppure, se ci fosse un’ipotetica suddivisione tra libri che vale la pena di leggere e libri che non vale la pena di leggere – suddivisione soggettiva e arbitraria, ovviamente – ZeroZeroZero figurerebbe senza alcun dubbio nella prima delle categorie. Per due motivi fondamentali: innanzitutto perché, banalmente, parla di cose assolutamente interessanti, che dovrebbero costituire materia di dibattito quotidiano, e spingere governi e istituzioni ad agire in maniera efficace in molte direzioni; in secondo luogo, ZeroZeroZero merita di essere letto perché in esso Saviano riesce – dote rarissima, ormai – ad analizzare il mondo contemporaneo osservandolo dal di fuori, fotografandolo dall’alto, e riuscendo così a coglierne delle storture che la stragrande maggioranza della popolazione, che quel mondo vive dall’interno, non riesce a vedere, o finisce per considerare assolutamente normali. Saviano non arriva mai ad ipotizzare una società idillica, e neppure diversa da quella attuale, ma è capace, in molte pagine del suo libro, di mostrare l’assurdità di certe logiche economiche, sociali e politiche rispetto alle quali milioni di persone hanno finito con lo sviluppare una totale assuefazione, trattandosi proprio delle logiche che regolano quello che appare come l’unico dei mondi possibili. Saviano riesce a far ciò nonostante sia ormai un’icona di quel mondo, col quale ha evidentemente dovuto accettare di scendere a compromessi, lasciandosene anche corrompere. E questo è indubbiamente un suo grande merito. Il fatto che, invece, per descrivere questa realtà delirante e poter raggiungere un pubblico quanto più ampio possibile, accetti di utilizzare un linguaggio e uno stile che rispecchiano perfettamente i deliri dell’oggi, dovrebbe forse farci riflettere rispetto al modo in cui Saviano ci immagina in quanto suoi lettori. Che poi forse non è lontano da quello che siamo davvero.

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