Partigiano Inverno. Intervista a Giacomo Verri

di Luca Barbirati

partigiano inverno

Giacomo Verri (5 maggio 1978) è professore di Lettere presso la scuola media di Borgosesia (VC), paese dove risiede. Nel 2011 la sua opera d’esordio, Partigiano Inverno, era tra i finalisti del Premio Italo Calvino.  Si tratta di un romanzo storico sulla Resistenza, ambientato nella Valsesia del 1943. Sono poche le azioni narrate: un assalto dei partigiani, una rappresaglia dei fascisti. Pochi sono anche i personaggi: l’undicenne Umberto Dedali, lo zio Italo Trabucco e lo studente universitario Jacopo Preti. Verri, infatti, preferisce indagare l’inquietudine quotidiana, la sospensione del tempo, le ambizioni, le disillusioni, i rimorsi dei personaggi. I 70 anni che separano l’Autore dalle rocce e dalle pallottole della valle alpina sono forse il tempo necessario ad armarlo del coraggio di raccontare ciò che non ha vissuto ma che tuttavia ha compreso. Una citazione de Il pendolo di Foucault apre il libro: «[. . .] sono nato troppo tardi, quando avrei potuto scrivere non mi rimaneva che leggere i libri già scritti. D’altra parte, avrei potuto anche finire con una pallottola in testa, sulla collina». Tra la punteggiatura e i rientri c’è spazio anche per il non detto: Giacomo Verri trova nella scrittura e nel passato il pretesto per comunicare il bisogno di un nuovo impegno, forse meno eroico di quello richiesto nel ’43, ma ugualmente necessario.

Leggendo il libro sono sorte alcune domande, che ho voluto porre direttamente all’autore:

Sono almeno tre i personaggi principali di Partigiano Inverno: il fanciullo Umberto, il ribelle Jacopo e il professore Italo. Ognuno di essi rappresenta un progetto, una scelta, una strada da percorrere. Possono essere letti come la frammentazione interiore dell’uomo dinanzi alla scelta dei possibili sé? (Umberto, Jacopo e Italo non è un unico personaggio che vive la sua resistenza, tra slanci e ritirate?)

Probabilmente sì. I tre personaggi rappresentano altrettanti modi di porsi di fronte alla storia: l’entusiasmo bambino di Umberto, lo slancio iperbolico e sfrenato di Jacopo, i dubbi e il disincanto di Italo. Non sono solo tre modalità di affrontare la Resistenza, ma sono i modi con cui l’uomo contemporaneo siede dinnanzi al passato. E sono, in qualche maniera, tre parametri, tre ritmi, tre schemi tra loro legati, segnano una via, un’evoluzione in senso, forse, pessimistico: dall’impeto fresco, al fervore già malato, al disincanto. Raccontano anche uno scacco che l’uomo del presente subisce nei confronti della memoria; raccontano tre maniere di guardare al passato che non sono mai consolatorie né promettono facili immedesimazioni; ci raccontano in sostanza che quello di riallacciare un dialogo col passato, con la memoria resistenziale non è un compito facile. Ma Partigiano Inverno, almeno nelle mie intenzioni, esiste perché credo che una strada ci sia.

C’è anche un quarto protagonista: la lingua. È questa l’unica forma che permette di resistere ancora? Quale rilevanza ha nel suo libro?

Credo di sì. Il lavoro sulla lingua è stato fondamentale. Una lingua complessa, ricca, pastosa, quasi fatta di carne è stata per me la strada da battere per seguire un progetto di natura etica. La questione era quella di tornare a parlare di Resistenza, di nodi della memoria legati a un passato abbastanza lontano e tuttavia ancora, a mio parere, imprescindibile per capire il presente. Parlare dunque di Resistenza facendo il verso a chi quella straordinaria esperienza l’aveva vissuta non mi sembrava il caso. Non volevo imitare. Mi sono pertanto trovato nella condizione di tentare una via nuova (o in parte nuova), usare cioè un linguaggio spiazzante per riattivare una memoria che non fosse stereotipata.

Marilù Oliva, nel blog Bugiardino, ha delineato le “indicazioni terapeutiche” di Partigiano Inverno. È benefico per chi soffre di disturbi della memoria, per gli ignavi e per gli indecisi. È davvero difficile considerarlo un “semplice” romanzo storico. L’uso della storia si è reso necessario poiché nel presente non si trovano più esempi di eroismo partigiano e di sincera angoscia di fronte al dubbio?

Esattamente. Non c’è più angoscia di fronte al dubbio. Viviamo un’epoca che ha anestetizzato (o che finge di avere anestetizzato) le indecisioni, i tentennamenti, le angosce. Immagino il presente come una superficie lucidissima e abbagliante, composta dai miliardi di collegamenti che il mondo dell’informazione mette dinnanzi a noi, alle nostre inesauste voglie. Ce n’è per tutti. Così sopravviviamo in una atmosfera di libidine protratta, di desideri sempre nuovi e sempre più inutili, di assuefazioni corrotte e viziose. Allontaniamo, in questa maniera ebete, i sacri dubbi della coscienza.

Non ci sono più i feriti e i morti, i muri delle case sono stati ricostruiti, eppure – in questo particolare momento storico – si sente che manca qualcosa, che qualcosa è andato perduto e dimenticato. Cosa pensa debba essere ricostruito oggi? Da dove iniziare?

Il nostro è un mondo post-storico, si sa. Sono cadute le ideologie, tutte le ideologie, almeno quelle stampate in maniera rigida nel cuore del Novecento. Viviamo allora in un mondo più fluido, più impreciso, più frastagliato. Cosa ricostruire? Direi di cominciare da noi stessi: impariamo, prima di tutto, a riconoscere l’intrico storico in cui viviamo, indaghiamone gli aspetti, anche i meglio nascosti. E creiamoci persone adatte a vivere le nuove sfide del futuro.

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