I Fratelli Musulmani al potere: affermazione di un’identità e caduta libera di una rivoluzione.

di Martina Rizonico

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Le Primavere arabe hanno rappresentato una svolta fondamentale nella storia del Medioriente, modificando l’immagine che il mondo arabo ha di sé.

Dopo decenni di politiche dittatoriali, frutto dell’ingerenza occidentale post-mandataria, i cittadini dei Paesi arabi, dal Maghreb al Mashreq, vogliono ritornare a essere i protagonisti della vita politica. Non è detto che d’ora in poi i Paesi arabi non verranno più utilizzati come delle pedine nella scacchiera mediorientale dove i protagonisti rimangono le grandi potenze occidentali, ma quello che è certo è che i cittadini si sono resi conto che qualcosa andava cambiato nella gestione del potere.

Purtroppo, nella maggior parte dei paesi che sono stati scossi dalle Primavere, prevale una situazione di caos a livello istituzionale e politico: in Libia le istituzioni sono in mano alle milizie armate dei ribelli, e in Tunisia il processo di transizione democratica fa fatica a partire. L’Egitto sembra essere l’unico Paese in cui, dopo una transizione di governo militare durata pochi mesi, si è arrivati a formare un governo democraticamente eletto dai cittadini.

Quando ho saputo della vittoria dei Fratelli Musulmani in Egitto alle elezioni legislative e presidenziali, la mia prima reazione è stata di gioia. Perché a dispetto delle paure che possono essere suscitate in un animo occidentale, di sinistra e democratico, dall’ombra di un “governo islamico”, questa vittoria avrebbe potuto significare per l’Egitto una riconquista della propria identità e integrità di paese arabo, musulmano e “orientale”: una sostanziale affermazione della sua differenza profonda rispetto all’Occidente.

Una rivoluzione dovrebbe portare naturalmente a una rottura definitiva con gli schemi del passato, a una ridefinizione del ruolo dello Stato e delle istituzioni e del loro rapporto con i cittadini. È questo il caso dell’Egitto?

Mubarak, successore ed erede politico di Sadat, aveva incentrato il suo programma politico sui concetti di “riscossa” e di “autarchia” intesi come fini ultimi di un processo d’indipendenza dall’occidente, a livello economico e politico. Nonostante questa manifestazione d’intenti, le politiche intraprese dal suo governo non hanno fatto che accentuare la dipendenza dell’Egitto dall’occidente, e in particolare dagli Stati Uniti. Ciò è accaduto innanzitutto a livello economico creando ripercussioni sulla politica interna ed estera del paese. Infatti, Sadat prima (a partire dal 1974 con la politica dell’infitah) e Mubarak poi, hanno portato avanti un processo di liberalizzazione economica che ha avuto due conseguenze fondamentali, la più importante delle quali è forse il crescente indebitamento del paese con le grandi potenze economiche occidentali.

La creazione del concetto di democrazia e la sua manipolazione: dove sono i diritti?

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Sul piano della politica interna, il processo di liberalizzazione ebbe conseguenze importanti anche sulla creazione, nell’immaginario collettivo egiziano, di un ideale di democrazia, che si plasmò all’immagine di un governo assente e distaccato dal popolo. Le politiche di liberalizzazione causarono un grave aumento della disoccupazione dovuto alla vendita progressiva delle aziende nazionali che sarebbe servita a pagare il debito pubblico e rispettare così gli accordi presi con la Banca Mondiale e l’FMI. Inoltre provocarono dei pesanti tagli ai sussidi alimentari, e un aumento dei beni di prima necessità, questo portò al nascere di un sentimento sempre più forte di abbandono da parte dello Stato nelle fasce più povere. Esiste quindi un legame tra la situazione di stallo economico in cui versava il paese e la mancanza di democrazia in Egitto: gli uomini d’affari che hanno beneficiato per primi delle riforme sfruttano la loro posizione privilegiata per mantenere una concentrazione del mercato nelle loro mani, andando a creare un’economia di oligopoli, e assicurandosi un ruolo importante anche nel processo decisionale politico.

Molti di questi imprenditori, che diventarono sempre più vicini al regime, erano anche tra le più alte cariche militari e si crearono così delle alleanze strategiche tra il mondo economico, le élites militari e politiche e i funzionari pubblici. La corruzione dilagante, i patti e i compromessi tra le élites economiche e politiche, si tradussero in una perdita di potere decisionale da parte dei cittadini, che si trovavano in una posizione di sudditanza rispetto a queste élites, e che non avevano alcuna consapevolezza dei propri diritti in quanto soggetti di uno Stato e appartenenti a una nazione; non fu mai creata una relazione diretta tra istituzioni e popolo, il potere (assulta) rimase sempre qualcosa di staccato e di distante dai cittadini, qualcosa che veniva percepito dai cittadini come un’entità astratta e non come il riflesso dei propri interessi e delle proprie necessità.

Questa situazione è stata permessa e incoraggiata anche da un’ideologia dominante nella scena intellettuale e politica dagli anni 1950 in poi, introdotta da Nasser per la prima volta. La democrazia era vista come un concetto d’importazione occidentale, che non si adattava alla struttura sociale del paese dove le masse operaie e contadine non possedevano il livello di “politicizzazione” sufficiente per non essere manipolate dai loro padroni e dai grandi proprietari terrieri. Queste le parole di Nasser in un’intervista del 1957 all’editorialista di un giornale indiano: “Questo tipo di democrazia è un mezzo di comodo per mantenere i benefici di un sistema feudale.”

Questa legittimazione ideologica permise a Nasser e ai suoi successori di affermare che lo Stato ha sì la responsabilità di ridare ai cittadini il loro giusto ruolo nella politica, ma non lo può fare attraverso la democrazia. La realtà di fatto fu l’esercizio, da parte del partito al potere, di uno stretto monopolio sull’attività politica legittima, che non fu perpetrato con lo scopo di promuovere una presa di coscienza dei cittadini del loro ruolo politico, ma piuttosto al fine di mantenere l’equilibrio creato tra i poteri statali e i gruppi d’interesse legati alla politica. Fino alla caduta di Mubarak, avvenuta l’11 febbraio 2011, i partiti egiziani non sono più stati in grado di rappresentare gli interessi economici, sociali e culturali di alcune fasce della popolazione.

Arrivano i Fratelli Musulmani, l’Islam è la salvezza.

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È in quest’ottica che bisogna considerare la vittoria elettorale dei Fratelli Musulmani, data la grandissima importanza che hanno avuto organizzazioni di questo tipo nel colmare il vuoto politico lasciato dai partiti. Come tutti sanno, l’organizzazione dei Fratelli Musulmani ha portato avanti nel corso del secolo scorso delle attività che dovrebbero essere di competenza dello Stato in campi essenziali alla vita dei cittadini quali l’educazione, la sanità e gli aiuti sociali.

Questo è stato fatto nel tentativo di spronare la cittadinanza a una rivoluzione “della mentalità e dello spirito” che riavvicini la società ai valori dell’Islam rifiutando i modelli sociali occidentali, lontani dal mondo arabo. I Fratelli Musulmani hanno rappresentato in sostanza per il popolo egiziano un “riavvicinamento allo Stato”, e gli esiti della rivoluzione a prima vista sembrano confermare questa visione. Da una parte l’organizzazione dei Fratelli Musulmani svolge un’azione importante e necessaria in campo sociale, dall’altra porta avanti delle attività di proselitismo religioso. Il problema legato a questa duplicità di funzioni sorge quando i Fratelli decidono di presentarsi alle elezioni dando vita al partito Giustizia e Libertà. Da questo momento in poi il rapporto con i cittadini deve necessariamente cambiare, tenendo conto del fatto che l’obiettivo ultimo dei partiti dovrebbe essere quello di avvicinare i cittadini alle istituzioni, in quanto difensori dei loro interessi.

Da questo punto di vista il partito Giustizia e Libertà, strettamente legato ai Fratelli Musulmani, non si pone come tramite tra cittadini e Stato ma instaura, ancora una volta, un rapporto di sudditanza con i cittadini.

Le attività sociali e il proselitismo assumono in questo contesto un valore totalmente diverso, poiché giocano un ruolo nella partita politica come possibile arma ricattatoria nei confronti dei credenti musulmani. L’equazione che si è creata e che è stata usata dai Fratelli Musulmani in quest’ultima campagna elettorale è semplice: chiunque non voti il partito “Giustizia e Libertà” non è un buon musulmano e non è in linea con i valori dell’Islam. I sindacati dei lavoratori e i comitati di quartiere erano sì sostenuti dai Fratelli Musulmani ma in modo totalizzante, annullando completamente le richieste di base dei cittadini e inglobandole nella realtà più ampia della loro associazione.

Quindi i Fratelli Musulmani e la formazione di una loro leadership di governo non devono essere considerati un pericolo per la democrazia egiziana in quanto sostenitori di un’ideologia legata alla religione musulmana né in quanto promotori di valori distinti da quelli occidentali, finché questi loro principi non vengano utilizzati a scapito dei cittadini. Piuttosto bisogna guardare alle loro scelte politiche inerenti al paese, e alla loro gestione della transizione democratica dopo la caduta di Mubarak.

Un patto con i militari per mantenere il potere e scordarsi del popolo

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A partire dall’organizzazione delle elezioni in poi, lo SCAF (Consiglio Supremo delle Forze Armate) è intervenuto nel processo di riforma del paese per controllarne gli esiti ed evitare una destabilizzazione eccessiva degli equilibri di potere esistenti prima della rivoluzione. Tewifk Aclimandos, spiega in un suo saggio pubblicato da Limes (edizione di febbraio 2013) come la scelta dell’intervento militare da parte dello SCAF, avvenuta subito dopo la caduta di Mubarak, sia stata motivata principalmente dalla paura di un’effettiva vittoria dei rivoluzionari e delle sue possibili conseguenze per gli equilibri di potere interni allo Stato.

La rivoluzione di piazza Tahrir, infatti, se lasciata libera di seguire il suo corso, avrebbe portato alla perdita d’interconnessione e interdipendenza tra politica e potere militare.

Lo SCAF cerca quindi un’alleanza strategica con i partiti islamici e insieme propongono nel Marzo del 2011 una tabella di marcia che regoli la transizione democratica fino alla formazione di un nuovo governo, e che abbia come risultato quello di tagliare fuori l’opposizione civile e la gioventù rivoluzionaria.

Dopo la vittoria dei Fratelli Musulmani, sia al parlamento che alle elezioni presidenziali, sono i militari stessi sentirsi tagliati fuori, perciò il 14 Giugno 2012 l’Alta Corte della magistratura prende la decisione di sciogliere il parlamento (dichiarandolo anticostituzionale), e lascia così il campo libero allo SCAF che il 17 giugno si arroga il potere legislativo con una dichiarazione costituzionale.

A questo punto il presidente Mursi, se vuole mantenere il potere, è obbligato a scendere a patti con i militari.

La nuova Costituzione codifica il compromesso fra i due attori che si contendono il potere, stabilendo che il ministro della Difesa deve essere un militare e che il bilancio delle forze armate non dovrà essere sottoposto a nessuna approvazione neanche formale da parte del parlamento.

Le necessità dei cittadini e le aspettative di cambiamento vengono dimenticate e accantonate, il paese è in un momento di stallo e d’immobilismo, e la democrazia è messa in pericolo. Infatti, con i militari che conservano delle posizioni di potere tali da influenzare le decisioni del capo di Stato, il controllo sui cittadini non si fermerà e le prime conseguenze della concentrazione del potere legislativo nelle loro mani si sono già fatte sentire.

Infatti, il 21 novembre 2012 vengono promulgate delle nuove leggi sulla “protezione della rivoluzione” che consentono al pubblico ministero di mettere le persone in detenzione preventiva per un massimo di sei mesi per offesa al codice penale. Questa legge ha già avuto forti ripercussioni sulla libertà di espressione.

Inoltre, secondo un’inchiesta pubblicata dal The Guardian, i comportamenti delle forze dell’ordine nei confronti dei manifestanti diventano di giorno in giorno più violenti. Questo rapporto, oltre a riportare prove di torture e sparizioni di civili nei primi diciotto giorni della rivoluzione, dimostra come i diritti dei cittadini egiziani continuano a essere violati a ogni tentavo di rivolta contro un potere a loro estraneo. Dopo gli scontri di Abassiya nel Maggio 2012 i manifestanti, dopo essere stati trasportati nell’ospedale di Kobri al-Qoba, hanno subito violenze fisiche e verbali da parte della polizia che avrebbe costretto i medici a operarli senza anestesia né sterilizzazione degli strumenti. Il nuovo governo sta assumendo ancora una volta dei tratti autoritari che spaventano e non fanno presagire niente di buono.

La rivoluzione è nella mentalità di tutti i cittadini

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Notiamo come, nei fatti, il riavvicinamento ai valori dell’Islam diventa la nuova giustificazione per continuare ad applicare sui cittadini, un antico schema di controllo.

Il proselitismo religioso non dovrebbe essere legato agli interessi di partito così come la promozione di una società basata su valori importanti per l’Islam non dovrebbe essere usata come scusa per controllare i cittadini e dirigere le loro preferenze politiche.

Nonostante la vittoria dei Fratelli Musulmani, bisogna ricordare che la rivoluzione è un avvenimento che ha toccato la società egiziana nel profondo e che ha smosso le coscienze dei cittadini. Un’opposizione civile (madani), parallela a quella della fratellanza, è emersa dagli scontri di Piazza Tahrir e dalle lotte per la democrazia.

Nel Marzo 2011 si sono formate quattro nuove piattaforme politiche, cui si sono aggiunti altri tre partiti di stampo civile e non religioso dopo le elezioni del 2012.

In Aprile del 2013 queste giovani forze politiche si sono unite nel Fronte di Salvezza Nazionale, ponendosi come obiettivo comune quello di creare uno Stato Civile.

Questa opposizione raggruppa individui provenienti da diverse classi sociali, dalla giovane borghesia politicizzata che vuole esprimere la propria voce, alle classi operaie. Questo ci apre gli occhi sulle reali aspettative delle forze rivoluzionarie, le persone che hanno preso parte alla creazione dell’opposizione civile e continuano a battersi per il riconoscimento di alcuni principi fondamentali di uguaglianza e democrazia non chiedono altro che la partecipazione completa del popolo e il suo riavvicinamento al processo decisionale.

Nei quartieri popolari del Cairo, dopo la Primavera, già compaiono i primi comitati di quartiere autogestiti e indipendenti; comitati in cui i lavoratori, le donne e gli studenti discutono sui propri diritti, si organizzano per manifestare il loro dissenso, se necessario, e prendono coscienza del loro grandissimo potere.

La più grande conquista di questa rivoluzione è stata la presa di coscienza da parte di milioni di egiziani dei loro diritti, la scoperta da parte dei cittadini di avere il diritto di capire come funzionano le cose all’interno dello Stato, la loro voglia e il loro entusiasmo di poter partecipare finalmente a quella macchina del potere che era così distante. Questa è una miccia che una volta innescata non si può fermare.

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