Kafka on the Road – il debutto europeo, tappa #4

di Daniele Zinni

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Beautiful but Empty, il primo album dei Kafka on the Shore, è uscito il 18 gennaio scorso. A meno di sei mesi da allora, il gruppo milanese di pirate Mexican porn rock è già in partenza per la sua prima tournée europea: nove date (forse più) in tre settimane tra Londra, Parigi, Bruxelles, Berlino e altre città in Germania.
Ma questi Kafka, chi sono? Stelle nascenti o meteore? Ci diamo all’astronomia e proviamo a capirlo, unendoci al Beautiful but Empty Tour e raccontandovi del gruppo, della sua musica, della sua avventura on the road tra le grandi capitali europee. Qui la prima tappa, qui la seconda, qui la terza.

Scrivo da Berlino, ma non lo dico per fare il figo: a me Berlino non piace (lo dico per fare il figo). Dall’ultima puntata ad oggi siamo passati dalla Francia al Belgio e poi alla Germania; abbiamo annusato i campi dell’Olanda, rivisto il sole per mezza giornata a Lubecca, incontrato la polizia in un paio di frangenti e fatto altre cose che vi racconterò magari la prossima volta.
Ho finalmente visto la Ruhr, di cui avevo sempre letto nei libri di storia, e l’ho trovata piena di ciminiere, pale eoliche, tralicci, alberi e fattorie rossobordò coi tetti spioventissimi, sotto cui ho immaginato che morissero i servi negli incendi dei fienili, senza minimamente sapere se una situazione del genere fosse verosimile.

Ma ora, un po’ di cinismo.

Che le persone siano unite dall’ufficio in cui lavorano, dalla casa in cui convivono o dal pub che frequentano, invariabilmente accoglieranno il nuovo venuto con gli stessi avvertimenti: “stiamo troppo fuori”, “stiamo troppo avanti”, “non ti spaventare”, “non ti stupire”. E appunto, non c’è da stupirsi.
Qualcosa che non mi aspettavo, invece, è stata un’anticipazione di Elliot, la sera prima di partire da Milano: «In furgone con noi si parla solo di soldi». Ad oggi, superati i due terzi del tour, posso dire che in parte è vero: i Kafka parlano dei soldi che hanno e di quelli che servirebbero, discutono di come spenderli e come guadagnarne, di quante multe per divieto di sosta possono permettersi prima di cominciare a parcheggiare fuori città. E così ho pensato di parlare anch’io, qui, dei loro soldi – più o meno – e in particolare dell’organizzazione di questo tour europeo.

Come suggerisce il mio amico che lavora all’ENI, mi renderò simpatico durante la presentazione gesticolando molto e usando un accento campano. Benvenuti a o’ Caso Azziendale Kafka on the Shore, ué.

Daniel durante il concerto alla libreria Mondolibro di Berlino (foto: Gaia Marturano)
Daniel durante il concerto alla libreria Mondolibro di Berlino (foto: Gaia Marturano)

Ah. Per chi non ha dimestichezza con la materia, i casi aziendali sono – insieme alle testimonianze – momenti tipici dei corsi universitari in management, marketing e simili. Se per l’80% del programma si studiano tassonomie campate in aria e teorie criptofordiste, i casi aziendali finiscono puntualmente per dimostrare che le persone, per pigre invidiose distratte che siano, non sono i bastoni tra le ruote, sono le ruote.
Perché scrivere di queste cose? Per il gusto di usare, a un certo punto, espressioni come “coprire i deficit nel flusso di cassa”, chiaro, e soprattutto perché la mentalità gestionale dei Kafka mi sembra uno spunto di riflessione fertile per chiunque nutra la speranza, più o meno segreta, di vivere d’arte. Il loro modello non è l’unico disponibile, né universalmente applicabile, ma potreste comunque concludere la lettura di questo articolo tra le lacrime, consapevoli alfine che i vostri sogni di successo erano piuttosto patetiche velleità. In questo caso, potrà forse consolarvi una massima di Vincenzo: «Tutto è possibile, se Firicano ha giocato in Champions League».

L’idea del tour europeo è nata lo scorso settembre, quando i Kafka hanno visto che le cose cominciavano ad ingranare. In luglio avevano firmato un contratto con l’etichetta La Fabbrica, per la co-produzione di Beautiful but Empty e il booking dei concerti in Italia. Per l’estero invece si sono affidati ad un amico, che era stato il loro primo manager; negli ultimi mesi, però, i rapporti tra loro si sono deteriorati, e la band si è dovuta organizzare diverse date da sola. Anche a causa di questi problemi, erano rimaste serate vuote nel corso del tour: anziché metterle perse, ora che sono in viaggio, i Kafka entrano nei locali, fanno ascoltare l’album, chiedono se possono suonare la sera stessa, oppure partecipano agli open mic; se il tempo a queste latitudini non facesse sempre così schifo, sarebbero pronti a suonare per strada. Tutto torna utile per farsi conoscere e apprezzare dal pubblico, dagli altri musicisti, dai direttori artistici dei locali; soprattutto nell’ottica di un prossimo tour europeo, che i Kafka vorrebbero organizzare tra autunno e inverno.

I KotS in concerto al Café Kafka di Bruxelles
I KotS in concerto al Café Kafka di Bruxelles

Queste tre settimane rappresentano il tentativo di mettere un piede nella porta di città come Londra, Parigi e Berlino (un piede nella Porta di Brandeburgo, in questo caso). Dal punto di vista economico e organizzativo, è un investimento: sta comportando una spesa forse sproporzionata rispetto al necessario, ma condizionata da errori di previsione inevitabili, in assenza di un tour manager esperto. (Per esempio, alcune spese di trasporto e pedaggio potevano essere evitate facendo un po’ di pianificazione in anticipo.) L’importante, in questo momento, è imparare, e infatti i Kafka già cominciano a stilare presupposti nuovi, per le prossime tranche all’estero. Una maggiore concentrazione geografica, per esempio: dieci giorni in Inghilterra, anziché venti spalmati un po’ dappertutto, costano meno, sono più semplici da gestire e probabilmente più efficaci per far girare il proprio nome. Sarebbe una scelta certamente molto apprezzata anche dagli eventuali reporter al seguito.

La disponibilità all’investimento è una cifra chiave dei Kafka: non potrebbero fare quello che fanno se non avessero comprato un furgone (che stanno ancora pagando), se non prendessero la band come impegno prioritario anziché come hobby, se non passassero del tempo a discutere di come far funzionare meglio i loro concerti, se non si preoccupassero di coltivare con costanza le proprie PR.
In questa prospettiva si inserisce quella che mi sembra un’altra loro qualità particolare, rispetto a molti altri artisti emergenti e non: la mancanza di snobismo. Per quanto convinti della qualità del proprio prodotto, e prontissimi a giudicare altri gruppi come incapaci, non fanno gli schizzinosi con le attività che ad un artista, in senso stretto, non competono. Quello che vogliono fare, nella vita, è suonare, ma sanno che per farne un lavoro devono curare i rapporti col pubblico, coi gestori dei locali, con tutti coloro che possono dare un qualche apporto al loro successo.

Naturalmente, per fare gli investimenti di cui sopra, ci vogliono i soldi di cui ancora più sopra: Vincenzo ne è convinto, «I soldi in giro ci sono, si trovano. Sono le idee belle e meritevoli di finanziamento, nella musica, ad essere poche: se pensi di averne una, devi sbatterti per arrivare ai soldi». Fred è d’accordo: «Altre band con cui ho suonato portavano avanti progetti interessanti ma mancavano di questo spirito, di questa capacità. In questo campo, oltre a sentire la tua personale convinzione [di meritare il successo], non puoi fare a meno di cercare altre persone con quella stessa convinzione».
«Fino a un anno fa, il nostro cachet erano due bottiglie di vino», continua Vincenzo. «In Italia ora riusciamo a mettere qualcosa da parte, ma non ci campiamo ancora. La cosa però sta lievitando molto velocemente: non va così se non hai un’idea chiara. Io, quando ho creato la band, avevo idee molto chiare sulla musica che volevo fare. Nei primi cinque mesi dall’uscita dell’album, le date programmate sono già 50-60 e continuiamo a ricevere recensioni strapositive. Ogni volta che suoniamo, alla fine del concerto c’è qualcuno che ci chiede di andare a suonare nel suo locale, oppure di raddoppiare una data, di tornare tra un mese. Ora siamo qui, scalcagnati quanto vuoi, a mangiare cibo in scatola e bere birra in lattina, ma devi pagare un prezzo se vuoi raggiungere un obiettivo».
Fred conferma: «Abbiamo sempre voluto suonare; troveremo una via d’uscita dallo stato di barbonaggine».

Elliot in concerto al Mondolibro di Berlino (foto: Gaia Marturano)
Elliot in concerto al Mondolibro di Berlino (foto: Gaia Marturano)

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