Bonsai #28 – Malik Bendjelloul, Searching for Sugar Man

di Umberto Mazzei

searching for sugar man

Il primo e unico suggerimento che un onesto recensore dovrebbe dare al lettore sprovveduto e solo genericamente interessato a vedere il film Searching for Sugar Man, di cui avrà distrattamente sentito parlare da un amico o scorto il titolo su qualche rivista, è il seguente: smetti immediatamente di leggere e va’ a vedere il film. Rincarando, se necessario: ho detto basta così, fidati, non proseguire oltre.

Il documentario del regista svedese Malik Bendjelloul è infatti costruito su un climax, un doppio climax in verità, di cui è un peccato guastare la riuscita. Se posso accantonare gli scrupoli e continuare a scrivere non è tanto per dar mostra di compiaciuta disonestà o per il gusto di provocare inutili spargimenti di spoiler, quanto perché la vicenda può ormai legittimamente ritenersi nota. Dalla sua anteprima al Sundance Film Festival nel gennaio 2012 la pellicola ha vinto tutti i premi possibili, dai BAFTA all’Oscar come miglior documentario agli Academy Awards dello scorso febbraio e, finalmente, dal prossimo 7 giugno sarà distribuita anche in Italia. Inoltre, ad ulteriore attenuante, è lo stesso trailer pubblicitario scelto dal regista a bruciare la svolta principale della narrazione. Ma procedo con ordine.

Searching for Sugar Man è la storia – «way too strange to be true» – del cantautore americano Sixto Rodriguez. Talento musicale genuino, paragonato dai suoi produttori a Bob Dylan (ed è un accostamento tutt’altro che peregrino), Rodriguez pubblica due album agli inizi degli anni ’70, Cold Facts (1970) e Coming From Reality (1971), che risultano un inspiegabile flop, un fallimento completo che lo lascia praticamente inesistente per il pubblico americano. Nello stesso periodo, tuttavia, una copia di Cold Facts viene introdotta clandestinamente in Sud Africa, dove si diffonde, viene ripubblicata e diventa presto virale. Rodriguez, a sua totale insaputa, diventa una superstar dall’altra parte del mondo. La sua musica è più amata di quella di Elvis o dei Rolling Stones, influenza le band emergenti, viene fatta propria dal movimento giovanile che usa le sue canzoni come un vessillo della lotta all’Apartheid. I suoi testi, ritenuti osceni o sovversivi, sono censurati dal regime (rendendoli così, se possibile, ancor più popolari e desiderabili). Intorno al cantante aleggia però un impenetrabile mistero, non si conosce alcun dettaglio sulla sua vita, se non la notizia diffusa, ma inconsistente, secondo cui si sarebbe suicidato sparandosi in testa al termine di un concerto.

Negli anni Novanta, due fans di Rodriguez di Cape Town, Stephen “Sugar” Segerman (che deve il suo soprannome proprio alla canzone Sugar Man) e Craig Bartholomew Strydom, decidono di tentare di far luce sulle reali circostanze della morte del loro idolo. Con acribia degna di esegeti biblici, si mettono a spulciare i testi delle canzoni in cerca di riferimenti utili, tracciano la trafila dei produttori discografici, aprono un sito internet per raccogliere informazioni. Dopo svariate difficoltà riescono a contattare il suo primo agente americano. La ricerca ha esiti inaspettati: Rodriguez non solo non si è mai suicidato, ma vive a Detroit dove, dopo aver abbandonato la carriera musicale, ha lavorato come manovale per gli ultimi vent’anni.

Il volto emaciato e invecchiato di Rodriguez, fino ad allora evocato solo a parole o tramite fotografie d’epoca, copertine di album e animazioni grafiche, fa capolino per la prima volta dalla cornice di una finestra della sua casa sgangherata nella periferia di Detroit.

Potrebbe anche terminare qui, con il compimento della ricerca, la soluzione dell’enigma, e invece il film va avanti. Segerman e Strydom vengono contattati dalla figlia di Rodriguez, riescono a parlare con il padre e a rivelargli la sua enorme popolarità in Sud Africa, lo convincono a venire per una tournée. Nel marzo del 1998 Rodriguez è in Sud Africa, accolto da una folla festante, incredula di fronte a quello che pare essere un miracolo inaspettato, la resurrezione di una star del passato. I concerti registrano il tutto esaurito, Rodriguez firma autografi e rilascia interviste, poi risale sull’aereo e tutto finisce nel modo assurdo in cui era cominciato. Il viaggio di ritorno in America è il rientro nell’anonimato dopo una parentesi di celebrità, l’immersione nella vita modesta di sempre, condotta con fatica e dignità in compagnia degli umili e degli emarginati.

È abbastanza chiaro quello che cerca di fare Bendjelloul in questo finale, proponendo la figura schiva e sfuggevole di Rodriguez – le mani irrequiete davanti alla telecamera, lo sguardo sempre nascosto dietro gli occhiali da sole, l’imbarazzo sincero che lo prende quando gli vien chiesto se non avrebbe preferito fare una vita da rockstar – come una sorta di exemplum, confezionando un apologo il cui senso è che la ricchezza e il successo non sono tutto nella vita («And you can keep your symbols of success / Then I’ll pursue my own happiness / And you can keep your clocks and routines / Then I’ll go mend all my shattered dreams», recita a proposito la bellissima I’ll Slip Away). Rodriguez rappresenta un anti-mito americano, che stravolge lo schema classico del self-made man: ha le doti e la volontà, ma è condannato, senza un motivo evidente, al fallimento. Il meritato successo rimane sconosciuto e insospettato, come una beffa crudele, in un paese lontano quanto un altro pianeta. Quando è infine scoperto non si può godere, ma appena assaporare: il tour del ’98 sancisce un risarcimento solo morale e temporaneo per il riconoscimento mancato, un torto durato quasi trent’anni. Rodriguez ritorna alla sua tana e alla sua famiglia, contento di quanto gli è toccato in sorte, senza ulteriori ambizioni.

Dovendo imputare un vizio a questo film, direi allora l’eccessivo candore di questa morale esibita, su cui si opera un investimento emotivo esagerato, legittimato dal fatto che si tratta di “una storia vera” (e, in realtà, si sacrificano allo scopo anche alcuni elementi di cronaca significativi, come un tour del cantante in Australia nel 1979, a dimostrare che ogni “storia vera” è comunque costruita, sapientemente selezionata).

Scrivo queste righe e al tempo stesso sento come una condanna la necessità di dover sempre interpretare; mi chiedo se non la si possa eludere almeno una volta, fare uno strappo alla regola e abbandonarsi inermi alla visione. Ad ogni modo, se anche non vi fosse la pazzesca vicenda personale, Searching for Sugar Man sarebbe comunque un gran film: per la forza delle immagini mostrate (la fotografia di Camilla Skagerström rende intimo e suggestivo anche il paesaggio industriale di Detroit), per la meravigliosa galleria di ritratti umani e di tic linguistici proposta (dall’inglese sudafricano di Segerman, all’americano dei discografici e dei colleghi muratori, all’inglese rigido e scolastico dello stesso Bendjelloul) e, soprattutto, per il merito di avere contribuito a diffondere la musica di Rodriguez.

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