La grande bellezza cinematografica di Paolo Sorrentino

di Salvatore De Chirico

lagrandebellezza

Non amo scrivere recensioni dei film, e ancor meno sono solito farlo a caldo, dopo una sola visione. Preferisco focalizzarmi su tematiche specifiche o analisi comparate, forse per mia incapacità o forse perché solitamente non ne sento la necessità. Non mi piace assumermi la responsabilità dell’eventuale visione del film da parte di qualcuno, volubile a tal punto da farsi sedurre da una lettura per definizione soggettiva, escludente, che il più delle volte dice molto di più o molto di meno di quanto è necessario sapere.
Non sono in grado dinanzi ad una pellicola che m’innamora di trovare le parole che possano renderne la grandezza. Trovo invece stucchevole l’eccessivo personalismo di chi recensisce al punto da provare imbarazzo per questa lunga premessa, per me tuttavia necessaria, in cui antepongo noiose postille alle righe che seguiranno. E questa sarà una di quelle recensioni parziali, soggettive, maliziose.

Confesso e premetto la mia fascinazione per il cinema ed in generale la produzione artistica di Paolo Sorrentino, discriminante non indifferente al fine di questa recensione.
Sin dal primo momento in cui ho letto del progetto di “La grande bellezza”, avvolto nel mistero, se non per una breve sinossi che circolava in rete, in me è cresciuta spasmodicamente l’aspettativa. L’aspettativa che è sempre stata la mia peggiore nemica: capace di innamorarmi di film da poche inquadrature o poche righe dell’intreccio narrativo, costruendo castelli di speranze intorno ad una manciata di elementi.
Il film di Sorrentino, insieme a Reality di Matteo Garrone, che lo ha preceduto nella kermesse di Cannes lo scorso anno, e con il quale crea un assoluto ed inspiegato legame di complementarietà, rientra nella categoria di quei film dei quali, pur conoscendo la sola idea di fondo, ho percepito la necessità.

Ad accrescere e fomentare l’attesa, l’invaghimento cinefilo di una pellicola che di continuo strizzava l’occhio al cinema del maestro Fellini, dal Servillo in abito bianco, cappellaccio ed occhiale felliniano nei poster promozionali, all’ambientazione che rievoca apertamente la Roma di La Dolce  Vita, sino a quel titolo,  La grande bellezza, che tanto ricorda La bella confusione, intestazione originaria di 8 ½.
Tuttavia, conoscendo Sorrentino, regista eccellente e scaltro, mi era chiaro dall’inizio del film che non avrei guardato Fellini che racconta e immagina Roma, coadiuvato dalle penne dei grandissimi Pinelli, Flaiano e Rondi, ma, invece lo sguardo di Paolo Sorrentino, impreziosito dalla scrittura di Contarello. Non il sorriso lascivo di Mastroianni, ma la cinica ironia partenopea di Servillo. Chi entrando in sala sperava di rivivere con La Grande Bellezza il sogno cinematografico de La Dolce Vita sarà di certo rimasto deluso, rispetto all’ingombrante termine di paragone. Termine di paragone che non ha senso di esistere poiché, nonostante la volontà del regista di omaggiare il maestro Fellini, il film presentava intenti dichiaratamente differenti.
La grandezza forse irripetibile del capolavoro felliniano non sta tanto nella capacità descrittiva della società dell’epoca, quanto  nella visionarietà del regista riminese, capace di comprendere e rappresentare quel decadimento etico e morale dell’Italia del boom economico degli anni Sessanta, posizionando la macchina da presa in quella Roma mondana, archetipica di un’intera umanità. La grandezza di Fellini nell’anticipare, prima ancora che se ne avvertissero pienamente i sintomi, la crisi.

Alla luce di un’evidente discrepanza tra l’impianto concettuale, ma al tempo stesso narrativo, dei due film, La Grande Bellezza si colloca piuttosto come uno sguardo sul presente, attraverso gli occhi di Toni Servillo alias Jep Gambardella, ex romanziere di successo di origine napoletana, insediatosi e mai più allontanatosi da Roma. Jep ha sessantacinque anni e si presenta come un uomo assorbito dal vortice della mondanità, al punto da volerne essere il fulcro, il centro. Allo stesso modo il personaggio rappresenta il fulcro di una narrazione che, come nella precedente fatica cinematografica di Sorrentino, non si sviluppa in maniera lineare, ma piuttosto come rapsodica rappresentazione di eventi e personaggi che entrano e spesso escono dalla sfera privata di Jep.
Il protagonista raccoglie al suo interno il prezioso fascino della contraddizione, caro alla scrittura di Sorrentino, mostrando come possano convivere le diverse sfaccettature della sua personalità: cinismo, ironia, fragilità, egotismo, nostalgia e disincanto. Servillo rende splendidamente il complesso equilibrio interiore di Jep, offrendo con una maschera facciale sorniona e scanzonata, una superficie in grado di dissimulare quasi sempre la reale emotività del personaggio, come uno scudo verso l’esterno.
Jep seduce, distrugge, persuade, con un look da dandy e quell’eloquenza compiaciuta, aforismatica, che tanto ricorda il Tony Pagoda letterario del regista. Elemento distintivo ai fini dell’intellegibilità del personaggio è proprio quella voce fuori campo, fortemente letteraria, che permette allo spettatore di entrare direttamente in contatto con il personaggio.
Dal punto di vista sociologico Sorrentino rappresenta un’alta società frivola, futile, decadente, dedita a feste, cene di lusso, alta cucina, arte concettuale e intellettualismo vuoto. Ciò che più sorprende al di là del divertente campionario di personaggi che si alternano sullo schermo, e sulla terrazza di Jep, emblematici dei vizi e dei paradossi, è la resa della ricerca da parte di un certo ambiente del raggiungimento di una bellezza estetica e intellettuale, come protesi improduttiva del proprio ego, da esibire durante le serate mondane e gli eventi di gala.
Nessuno è assolto in questo limbo, brilla piuttosto l’umanità di chi sembra meno ossessionato da quella bellezza fuorviante: la splendida spontaneità “burina” del personaggio della Ferilli, la coppia anziana che vive la normalità di una serata da passare davanti alla tv, la resa delusa dell’amico Verdone ad una Roma che tanto lo aveva illuso, la Colf che nel suo pragmatismo assume uno spessore morale di gran lunga superiore ai nobili decaduti ed agli pseudointellettuali.
Alle contraddizioni in seno al protagonista si aggiunge la contrapposizione tra la grande bellezza di una Roma solenne, classica, maestosa, rispetto a quella bellezza plastica e cafona delle feste, delle frequentazioni di Jep, dei romani.
Ciò che commuove nelle lunghe e silenziose passeggiate di Jep lungo il Tevere, raffigurazione visiva di un’introspezione, luogo dell’anima prima ancora che fisico, reso dalla strepitosa fotografia di Bigazzi, è piuttosto la dignità stoica con la quale Roma resiste, seppur nelle sue rovine, conservando intatto quell’anelito di bellezza, di pace interiore.
Sorrentino dipinge Roma con una sensibilità ed una maestria disarmanti, confermando la grande potenza estetica del suo cinema ed il culto per l’immagine, in grado di portare in scena la bellezza del silenzio, senza che le azioni o le parole debbano essere motori indispensabili per la narrazione.
Convince meno il bilanciamento della sceneggiatura, perfettamente calibrata nella prima parte, colpevole nella seconda di prestare troppi possibili finali, creando nello spettatore la continua impressione che il film sia sul punto di volgere al termine e destandolo da quella fantastica illusione cinematografica in cui lo aveva avvolto. Al netto di qualche personaggio di troppo e di sequenze meno necessarie di altre, La Grande Bellezza è un film meraviglioso nella sua sincerità e nella sua resa cinematografica, ci consegna un personaggio di cui innamorarsi e soprattutto continua il personalissimo percorso autoriale di Sorrentino. Mai come in questo film è possibile ritrovare i topoi della poetica del regista partenopeo: l’ironia come rimedio alla vita, la ricerca di una bellezza non convenzionale, l’accettazione del fallimento, il tentativo di redenzione, la solitudine malinconica, il mare, Napoli, e persino quella sprezzante parodia dell’alta società presente sin da uno dei primi inediti cortometraggi dell’autore L’amore non ha confini (1998).

6 commenti Aggiungi il tuo

  1. Antonella Cappuccio ha detto:

    Sorrentino è un paraculo. Sintesi sublime.

  2. Sono d’accordo per buona parte con la (non=)) recensione di Salvatore. Il film di Sorrentino, proprio nel tentativo di ricerca che il regista ha deciso di avviare, è imperfetto. L’imperfezione maggiore è stata accennata nell’ultimo capoverso: la sceneggiatura. Sembra che Sorrentino voglia scrivere un film come se scrivesse un libro.
    Se ne Il Divo, il personaggio di Andreotti era catalizzatore di tutto l’universo narrativo che gli ruotava attorno ed era capace di plasmarne le forme, la stessa operazione (creare un personaggio “forte” e farlo uscire e rientrare in tante scene senza soluzione di continuità) non funziona nè con Jep, nè con lo Sean Penn di This must be the place.
    Una traccia narrativa forte è vero che impone una scelta decisa su cosa tenere e cosa mollare e il sacrificio di “belle scene” è lo scotto da pagare, ma alla lunga premia e abbassa il livello di rischio di rovinare il lavoro costruito sul pubblico nei primi venti minuti del film.
    Il risultato negativo è quella sensazione che il film potrebbe finire in qualsiasi momento e potrebbe continuare all’infinito tra giraffe dentro arene romane, cinesi che scattano fotografie e muoiono e invasioni di pellicani su terrazze al tramonto.
    In This must be the place accadeva la stessa cosa e il viaggio del protagonista verso una meta non meglio identificata, sarebbe potuto durare 5 minuti come 2 ore.
    In sintesi, trovare la quadra, per Sorrentino, potrebbe significare coniugare un cinema fortemente narrativo (l’uomo in più, le conseguenze dell’amore) con uno più evanescente e visionario/visivo. In entrabi i tipi di film ha dimostrato ampia dimistichezza per cui essendo in grado di farlo non ha attenuanti.
    Tony Pagoda forse funziona sulla carta, ma sicuramente non dentro la sala cinematografica.

    D’

  3. clclaps ha detto:

    complimenti per la dettagliatissima recensione. Mi aspettavo di più, onestamente, ma Sorrentino è sempre così, troppo ambizioso secondo me. Di seguito se vi va, la mia personale recensione:
    http://www.clapsbook.com/2013/06/sorrentino-e-la-sua-grande-bellezza.html

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