Kafka on the Road – il debutto europeo, tappa #3

di Daniele Zinni

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Beautiful but Empty, il primo album dei Kafka on the Shore, è uscito il 18 gennaio scorso. A meno di sei mesi da allora, il gruppo milanese di pirate Mexican porn rock è già in partenza per la sua prima tournée europea: nove date (forse più) in tre settimane tra Londra, Parigi, Bruxelles, Berlino e altre città in Germania.
Ma questi Kafka, chi sono? Stelle nascenti o meteore? Ci diamo all’astronomia e proviamo a capirlo, unendoci al Beautiful but Empty Tour e raccontandovi del gruppo, della sua musica, della sua avventura on the road tra le grandi capitali europee. Qui la prima tappa, qui la seconda.

L’altro ieri, Elliot (il cantante) mi ha (o si è) intrattenuto per mezz’ora di Eurotunnel chiedendomi di fare scelte in situazioni assurde, tipo “Scoperesti una vecchia per un milione di euro” oppure “Uccideresti uno sconosciuto, se avessi una pistola puntata alla tempia”. Un momento certo pregnante, rivelatorio; tuttavia, premesso a beneficio di eventuali offerenti che per la vecchia voglio almeno il 70% di acconto, non è di questo che ho intenzione di parlare oggi.
E nemmeno dell’epico ritardo dei Kafka nell’arrivare al caffè Marcovaldo di Parigi, e di quanta passione nel suonare ha messo loro addosso l’adrenalina, e di come hanno raddoppiato la data, e del panino ammuffito che Fred (il chitarrista) ha lanciato dal finestrino del furgone in corsa. Alla lunga, ho l’impressione che queste cose stanchino. Vi racconterei magari del modo rocambolesco in cui hanno trovato alloggio per stanotte, ma non li vedo da ieri e in effetti non ho idea di come se la siano cavata – anzi, appena finisco l’articolo li
chiamo e m’informo, grazie per avermici fatto pensare.
Piuttosto, riflettevo su alcune domande che mi vengono rivolte spesso, in questi giorni:
«Preferiresti vedere tre bambini uccisi o sette vecchi torturati?»
«Ma i Kafka ci perdono o ci guadagnano?»
«Tra di voi parlate inglese?»
Alla seconda domanda proverò a rispondere un’altra volta, in quello che mi divertirà chiamare “il caso aziendale Kafka on the Shore”. Oggi, invece, dirò qualcosa sulla questione aperta dalla terza domanda: la mitologia del gruppo.

Dopo esserci imbattuti in due opere di Banksy, è il turno di Monsieur Chat al Pop In
Dopo esserci imbattuti in due opere di Banksy, è il turno di Monsieur Chat al Pop In

I testi dei Kafka sono in inglese, come tutto il loro materiale promozionale. Nel backstage capita di sentire Elliot, Fred e Daniel (batterista) chiacchierare in tedesco. In concerto, Elliot parla inglese (con accento americano) quando sono all’estero; italiano (con accento milanese) quando sono in Italia. A fidarsi delle biografie sul loro sito, Vincenzo (tastierista) ha regnato sull’Iran e Daniel è morto. Tutti indizi che possono confondere.
Senza sminuire la genuina inventiva di quelle biografie, o suggerire che i Kafka parlino lingue diverse tanto per darsi un tono, vale la pena di spendere qualche parola sul lato creativo dell’operazione. Parlerei di marketing, se questa puntata fosse quella “aziendale” (e di carriola, se mio nonno avesse le ruote); per stavolta, chiamiamola narrazione.
Vincenzo, molto attento a queste cose, mi fa notare come le band dovessero aspettare il successo, in passato, prima che qualcuno si preoccupasse di raccontarne la storia su riviste, libri, pellicole. Negli ultimi anni, invece, soprattutto grazie ai social network, non c’è da attendere la retrospettiva: «La narrazione avviene in diretta – per dirla con le sue parole – e diventi il tuo stesso biografo».
È appunto attraverso Facebook, che passa in gran parte la vicenda dei Kafka: la loro pagina è sempre attiva, anche quando la band non è in tour, e almeno una volta al giorno compaiono foto, video e aggiornamenti per mantenere viva l’attenzione dei fan e stimolarli a interagire.
Mi domando – ma devo averlo fatto ad alta voce, visto che Fred mi risponde – se non avvertano il peso di una maschera, l’obbligo di una recitazione continua. A quanto pare, no: «Non c’è premeditazione.
Semplicemente, gli spunti non ci sono mancati: abbiamo l’intenzione di presentare una storia, perché la riteniamo importante e utile come espediente, ma non sentiamo il bisogno di forzarci».

Kafka & friends – nonostante lo sguardo poco friendly di Daniel
Kafka & friends – nonostante lo sguardo poco friendly di Daniel

Gli elementi forse più importanti, al fondo delle narrazioni non-rituali (quelle realizzate per dare al pubblico qualcosa da scoprire, anziché da ricordare), sono la suspense e il colpo di scena; l’autorappresentazione dei Kafka comprende entrambi. È una band giovane, nata da poco, che fa sempre più date, raccoglie recensioni positive, realizza progetti “collaterali” con altri artisti emergenti (registi, scrittori, fotografi)… Tutti fattori che coinvolgono l’interesse e l’immedesimazione di fan e amici, facendoli sentire orgogliosamente parte del Kafka-successo e facendoli sperare in ulteriori successi.
Ogni volta che il gruppo annuncia una novità – p.e. il video di Bob Dylan su XL, i concerti in apertura di Marta Sui Tubi e Offlaga Disco Pax – la narrazione vede una svolta, la posta in gioco diventa più alta, il romanzo di formazione più emozionante. Tanto più se del percorso non sono nascoste le difficoltà: il furto degli strumenti, la necessità di fondi per girare il video, i titanici perigli sulla strada delle sette sfere. In questo contesto, anche il mio ruolo di reporter diventa complicatuccio, ed è un problema che mi pongo da prima della partenza: non rischierò di validare acriticamente la loro storia? Non sarò ingiustamente negativo se cercherò di smontarla a tutti i costi? E perché dovrei?
Conosco la questione come irrisolvibile, quindi ho deciso di procedere per contrappesi e sperare nel buon senso dei lettori. Poi è successo qualcosa; ho notato, nelle reazioni degli stessi Kafka ai miei articoli, una parabola costante: “ma sembriamo dei cazzari!” –> “del resto, quel che racconti è vero” –> “e soprattutto, è coerente con la nostra immagine”.
È stato in quel momento, che ho capito dov’è l’originalità (se non l’unicità) della loro autorappresentazione: più o meno consapevolmente, è fatta per accomodare tutto; è un mito che non può essere sfatato. Posso dire di loro che corrono ai 170 all’ora sul bagnato in corsia d’emergenza, come posso descrivere la generosità e la gentilezza che danno e che ricevono, e non rischio di rompere le uova nel paniere di una narrazione che è comunque innocua, divertita, ricca di creatività.

Fred ed Elliot in concerto al Marcovaldo
Fred ed Elliot in concerto al Marcovaldo

Questo non sarebbe possibile, se i KotS fossero rigidi e si prendessero sul serio. Del resto, esiste un metodo scientifico per capire di che pasta è fatto un performer: calcolare bene il tempo comico, durante un’esibizione, e mollare una pernacchia. Se il performer è messo in ridicolo, vuol dire che si atteggiava; se è messo in ridicolo lo spernacchiatore, si atteggiava lui e ha rovinato del legittimo pathos.
Mentre canta, Elliot appare cupo e tormentato; interpreta i pezzi con grande trasporto. Tra una canzone e l’altra, però, non si mette a fare il poeta maledetto: al contrario, scherza col pubblico, mette su siparietti con Fred, stempera i toni. Usano un umorismo che sa dare sui nervi, quando fanno gli antipatici, ma non c’è boria.
La pernacchia sarebbe fuori posto, insomma, perché non prendono il palco per un pulpito; non c’è bisogno di cercare in loro la Verità, per apprezzare la loro musica. (E qui, per esempio, una pernacchia ci starebbe bene.)
Quella che Vincenzo chiama “la nostra immagine di cazzari” – definizione su cui m’interrogavo, trovandola un po’ approssimativa – è in fondo questo. Quando poi l’immagine è messa in movimento, parte il film dei Kafka.
A proposito di Elliot, comunque, è qui che dorme davanti a me. Ieri sera, terzo live a Parigi in tre giorni, al Pop In. Oggi pomeriggio il programma prevede una piccola gita turistica nel centro di Parigi, poi partenza per Bruxelles.
«Sei pronto ad andare?»
«Sono nato pronto. Ad andarmene.»

Solita foto stravagante, per convincervi a leggere fino alla fine
Solita foto stravagante, per convincervi a leggere fino alla fine

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