Diario da Atene – capitolo 4

di Anna Giulia Della Puppa

Flowers galatsi athens greece.JPG

Anna Giulia Della Puppa è nata a Trieste nel 1987. Si è laureata in Filologia romanza a Bologna, ha frequentato alcuni corsi presso la Scuola Holden, è laureanda in antropologia sociale all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Attualmente si occupa soprattutto di antropologia dello spazio, dei disastri e del conflitto urbano. Questo è il secondo capitolo del suo diario di campo da Atene, dove sta svolgendo ricerche sulle conseguenze socio-culturali della crisi economica in Grecia. Qui potete leggere il prologo e trovare i link ai capitoli precedenti.

Oggi è arrivato Michele, il mio amico fotografo. Alla fine, data la situazione, non penso che riusciremo a fare molte foto qua ad Atene per la mia tesi. Parlandone insieme abbiamo deciso che è meglio che vada in Calcidica a vedere cosa sia possibile fare là. Sicuramente più che qua.
Ha trovato dei buoni contatti. Forse lo raggiungerò su per qualche giorno.
L’ho portato a fare un giro, mentre andavo al parco per l’assemblea. Poi, poverino, è andato a collassare a casa, distrutto del viaggio e dal caldo umido di questi giorni.

L’assemblea non c’era. C’erano solo due ragazzi sulla trentina che non conoscevo e V. a lavorare in orto. Mi sono unita a loro. Abbiamo raccolto i semi di calendula. I ragazzi, uno con capeli lunghi e chiari e barba, più basso, e l’altro alto con un paio di dread biondi in mezzo a una testa di capelli corti e con gli occhi chiarissimi, mi raccontano che uno di loro è di Nikaia, e l’altro vive coi suoi poco lontano da casa mia, invece. Non aveva più soldi per pagarsi un affitto altrove.
Verso le otto e mezza mi ha chiesto V. se volevo andare con lui e i ragazzi nel suo giardino, un po’ fuori dal centro, a Galatsi.
I ragazzi sono andati con la loro auto (ancora piena di cose, dopo che avevano smontato il festival antiproibizionista che avevano organizzato a vicino al mare durante il week end), io e V. con la sua smart.
Andando gli dico che sono stata in assemblea da Z., una sorta di “Genuino Clandestino” e che verrò domenica con loro a C. Sembra contento. Mi chiede se so smanettare un po’ col computer, perché gi serve una mano per diffondere un po’ il discorso sui semi tradizionali che adesso porta avanti. Gli dico che senza dubbio farò quello che posso.

Ci fermiamo un attimo a casa sua, un seminterrato ad Ano Patissia. Lo aspetto in macchina mentre va a prendere qualcosa in casa. Ci mette pochissimi minuti. Mi spiega che gli hanno tagliato la corrente e adesso sta lavorando nel suo giardino di Galatsi per trasferirsi là.
È una parte di Atene che non conosco, simile a periferie che invece mi sono note. Un filare di alberi in mezzo alla strada a dividere le carreggiate, edifici a pochi piani. Un’ordinata giungla artificiale di strade perpendicolari che salgono verso la collina. Siamo a nord di Kypseli. Il quartiere, nel suo somigliare a tanti anni, non è un quartiere ricco, nonostante l’immediata vicinanza di Psichiko.

Per capire a che “ceto” appartengono i quartieri ad Atene, basta zoommare abbastanza la mappa so google per capirne la densità abitativa. Così Menidi e Kifisia, pur non lontanissime ed egualmente “a nord” sembrano appartenere a cosmi differenti.

Con la smart di V. ci infiliamo in strade strette che salgono e scendono. La vista su Atene è molto bella. Ad un certo punto, dopo una serie si strade con nomi di paesi cretesi, arriviamo ad uno spiazzo sterrato un po’ in salita. Il limitare degli abitati. Ci fermiamo e parcheggiamo. Si sentono voci dall’interno di un cortile. Persone sotto la pergola mangiano e chiacchierano, il tono di voce è alto. La casa da cui provengono i rumori è proprio l’ultima prima del verde della collina. Tutto intorno il paesaggio è scarsamente costruito. Penso sia il lofos Kokkou (solo adesso, tornata a casa vedo su google che è invece solo un piccolo montagnozzo in mezzo all’abitato). Solo più in sotto la vista sulla città ora che è il tramonto è pazzescamente bella. Le case bianche rflettono il rosa del cielo. Dalla vallata emergono il Lykabitos e il Lofos tou Strefi. In lontananza e luci di Menidi. Da una chiesa poco sotto di oi si sentono canti liturgici.
Il giardino di V. è un piccolo groviglio di graminacee. Vi si accede scendendo delle scale che portano a un cancelletto di ferro nascosto tra i rigogliosi rami di un moro. Subito dentro al cancello c’è la serra, bianca e a cupola. Mi fa vedere: centinaia di piantine crescono nei loro minuscoli vasetti quadrati. Calpestando le erbacce alte si arriva a due edifici ad un solo piano disposti ad L, il primo in cui entriamo è un magazzino. Ci sono un tavolazzo ricoperto da sacchi di pastica contenenti semi di tutti i tipi disposti in vasini, vasetti e bustine di tutte le fattezze, un frigo che V. deve mettere a posto, assi attrezzi e cianfrusaglie varie e un vecchio divano accostato ad una parete. Cerchiamo un vaso vuoto. V. fa dei travasi di semi tra qualche sacchetto e ne otteniamo un vasetto di vetro, di quelli che possono contenere un litro di prodotto, vuoto. Andiamo a raccogliere le more.

Il cielo sta diventando scuro, sebbene ancora si veda. In poco tempo riempiami il vasetto. Nel frattempo arrivano gli altri ragazzi. Con loro raccogliamo nespole e amoli ancora aspri dagli alberi da frutto dell’incolto giardino. Mettiamo tutto su due sedie poste sotto la pergola. V. poi ci fa vedere l’altro edificio, che sarà casa sua, e che adesso sta mettendo a posto. La porta si apre su una grande stanza col pavimento di cotto colorato. In tutto l’abitazione si compone di questa, un’altra grande stanza e un bagno. È tutto ancora vuoto però. V. ci racconta che ha aperto delle finestre e dei velux perché entrasse un po’ di luce. Il soffitto mi sembra fatto di amianto tenuto col cemento.

Non ha ancora l’acqua, dice. Deve fare tutti gli impianti. Si connette alla luce dei vicini, e gli paga una piccola percentuale sulla bolletta. Lo dice alzando le spalle e tirando un po’ su le sopracciglia.
Era la casa del fratello di sua nonna.
Da sotto la pergola su cui si arrampica della vite, dove siamo stiamo seduti, la vista sulla vallata è stupenda. A mano a mano che la sera scende, il contrasto tra il buio e il rosa delle case, illuminate ora dai lampioni, lucciole nella valle, si fa sempre più nitido.
I ragazzi hanno portato delle birre e una bottiglia d’acqua.

Passiamo la serata a chiacchierare. Di tanto in tanto andiamo a prendere dell’altra frutta.
Mangio le more dal vasetto avidamente come quando ero piccola e le rubavo dall’albero del contadino vicino a casa mia. Sono buone e, alcune, davvero molto dolci. Ho le mani sporche e appiccicose, ma non c’è acqua.
Verso le 22.30 arriva Z., la ragazza di uno dei ragazzi. Ha capelli neri e corti, la faccia simpatica e bambinesca. Porta dei dolmades fatti da sua madre con le foglie di vite fresche. Ne mangiamo uno ciascuno.

Penso a quand’è stata l’ultima volta che ho passato una serata piacevole a chiacchierare con sconosciuti che non comportasse il consumo di alcolici e qualcosa di inerente all’università, e penso che la risposta sia da mai.
V. è una persona incredibile. Sa tutto sui semi e sulle piante, e si starebbe ore ad ascoltarlo mentre ne parla. Il suo viso ha qualcosa di consueto e famigliare, per me. Saranno forse le origini cicladiche, radici che fanno rizoma con le mie.
Z. mi riporta a casa verso l’una e mezza, non prima di aver saccheggiato ancora il moro dei suoi frutti, e di averli mangiati tutti insieme vicino alle auto parcheggiate. La temperatura si è abbassata. Il termometro dell’auto dei ragazzi fa 18 gradi.

L’utilitaria di Z. percorre le strade del quartiere fino a Patision. Attraversiamo Kypseli. Sono luoghi, questi, nei quali non sono più tornata dopo Dicembre. Vederli ora fa impressione. Una pizzeria al taglio al piano terra di un alta palazzina ha una enorme vetrata aperta sulla strada, e un paio di clienti ai tavolini esterni, sotto il portico di cemento, dentro, dietro al banco-espositore un ragazzo e una ragazza chiacchierano con la divisa da lavoro. Dall’altra parte della strada due ragazzi litigano e si spintonano. In fondo alla strada si vede il Partenone illuminato nella notte di Atene che non c’è.
Ci superano due moto di Delta Force bardati da battaglia, entrano in una stradina perpendicolare a Patision, sia io che Z. siamo colpite dalle “armature” che li coprono; le facce travisate da passamontagna… Faccio in tempo a vedere che fermano e scendono, aggressivi.

Per un attimo lunghissimo, confondo, mi perdo, non capisco più quale sia la realtà di questa città, se un giardino al limite del cemento, o le moto corazzate della polizia.

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