L’assenza come isotopia narrativa. Su Svanire di Deborah Willis

di Francesca Lorenzoni

Foto di Margarida Paiva
Foto di Margarida Paiva

[Deborah Willis è in tour in Italia proprio in questi giorni. “Svanire” verrà presentato a Siena, alla presenza dell’autrice, dalla giornalista Annalisa Coppolaro e dalle traduttrici Anna Baldini e Paola del Zoppo oggi, 22 maggio, presso la Libreria Bookshop alle ore 17,15. Le altre date potete trovarle qui]

Deborah Willis è una giovane scrittrice canadese nata e cresciuta a Calgary. Vanishing and other stories, il suo primo libro, è uscito in Canada nel 2009. In Italia è stato pubblicato nel 2012 con il titolo Svanire da Del Vecchio Editore, nell’ottima traduzione di Anna Baldini e Paola del Zoppo.

Un primo dettaglio su cui vorrei soffermarmi prima di procedere, riguarda il fatto che questo è l’esordio narrativo della scrittrice canadese, classe 1982, e si tratta di un dettaglio da non trascurare quando capita di trovarsi di fronte ad un’opera prima così paradossalmente matura nella sua intensità, nella composizione narrativa e nelle scelte stilistiche. La prosa di Deborah Willis ha essenzialmente due grandi punti di forza ben riassunti nel commento di Alice Munro riportato in quarta di copertina dell’edizione italiana: «la gamma emotiva e la profondità di queste storie, la chiarezza e l’abilità compositiva sono stupefacenti». E infatti:

«La gente semplicemente scompare. Mia moglie se n’è andata. Mia madre ha raggiunto una vecchiaia robusta. E mia figlia la vedo solo raramente. […] Non sono uno di quei padri che sta sempre a chiamare e inviare e-mail, ripetendo quanto sentono la mancanza dei figli. Non indosso i miei bisogni in pubblico. […] Il fatto è che talvolta la gente torna. Tornano proprio quando ormai pensavi che se ne erano andati per sempre, quando hai perfino smesso di sentire la loro mancanza». (pp. 124-125)

Svanire è una raccolta di quattordici racconti basati su di una semplice isotopia narrativa manifesta già nel titolo. In ognuno di questi racconti, infatti, qualcuno o qualcosa è scomparso, viene a mancare, è altrove. Così nel primo racconto che porta lo stesso titolo della raccolta è Nathan, padre e scrittore a scomparire una mattina qualunque senza lasciare traccia; anche Atmosfera e Affidarsi sono storie di padri e di figli, ma questa volta sono le figure femminili, mogli e madri a mancare, a essere rimpiazzate con una ragazzina audace o sublimate nel ricordo della propria infanzia davanti  alla propria figlia, nell’amara costatazione del ripetersi degli eventi. Anche And the living is easy è la storia di un padre che rimasto vedovo si risposa, ma lo fa con una donna troppo giovane per essere una madre per suo figlio. In Fuga è ancora un uomo il protagonista, questa volta un marito, un vedovo che annaspa tra le pieghe di un’esistenza nuova e dolorosa, mentre quella che conosceva e che aveva scelto se ne è andata lentamente ed inesorabilmente con la morte della moglie senza che lui potesse porvi rimedio:

«Aveva guardato sua moglie che spariva pezzo a pezzo. Prima, l’aspetto esteriore che lo aveva attratto: il seno sinistro, poi quello destro. I suoi capelli, le ciglia, le sopracciglia. Poi l’interno: i linfonodi e i polmoni. La morte procedeva con lenta e metodica determinazione. […] In quel periodo, tenne un diario. Annotava i sintomi, i livelli di dolore e gli effetti collaterali delle medicine in un quaderno da laboratorio che aveva preso al lavoro. Le misurava la temperatura tre volte al giorno e le monitorava il cuore. Lo faceva perché avrebbe potuto essere di aiuto all’oncologo. Lo faceva perché credeva nell’accuratezza e nella razionalità delle soluzioni. Lo faceva perché era l’unica cosa che potesse fare». (p. 46)

In altri racconti sarà la vita di coppia al centro della narrazione, in Tracce sarà il rapporto tra marito e moglie a sfaldarsi lentamente mentre nella moglie cresce la consapevolezza della presenza di un’altra donna, una sconosciuta onnipresente in ogni più piccolo intarsio del quotidiano, in un vago profumo mai sentito prima, in un telefono che squilla, in fondo al nuovo sguardo sognante del marito. In Quest’altro noi Lise prende il posto dell’amica Karen nel letto di Lawrence e nel farlo non è più Lise, ma uno strano ibrido di se stessa e dell’altra, in un gioco di perdite e recuperi di identità e consapevolezze. Una moglie, una professoressa e una madre, alla ricerca di un tempo oramai inesorabilmente perduto, rischierà di perdere tutto per inseguire la chimera di una relazione nuova e adolescenziale con qualcuno più giovane, in Presa.
Non sempre e non necessariamente perdere qualcuno è meno complesso della perdita di qualcosa, come accade nei racconti in cui Willis ci parla del passaggio dall’adolescenza all’età adulta, quando con lo scorrere del tempo le certezze infantili crollano per lasciare spazio all’incertezza della vita e dei rapporti, al quotidiano e alle responsabilità, come quando in La Fiancée Penny prova a vivere un’altra vita, diversa e più libera, maturando inesorabilmente la certezza che la vita adulta altro non è che delusione e imposizione di un ruolo o in Il Planetario in cui la protagonista adolescente inizia a confrontarsi con il sesso, mentre in Ricorda, rivivi, il sesso sarà un’esperienza traumatica. Lingue romanze e La separazione, in chiusura del libro, tornano ancora al microcosmo familiare, per raccontare storie di donne, madri, figlie e sorelle e dei rapporti familiari che non cambiano mai o che si piegano e si stravolgono con lo scorrere del tempo e la differenza di età.

Un unico leitmotiv per tutte le storie, tra di loro diverse, ma sempre intime, narrate quasi sottovoce, che rivelano interiorità complesse e spesso dolorose al di là delle apparenze.
L’ascissa su cui insiste la narrazione è quella dello “svanire”, l’imposizione di questa isotopia narrativa è un atto creativo duplice, poiché se da un lato vincola il racconto a un evento zero irrinunciabile, dall’altro apre lo spazio della scrittura alla infinita varietà dei suoi effetti. Questa stessa ascissa presuppone infatti un’ordinata meno evidente, ma altrettanto inevitabile, data da un imprescindibile rapporto di causa-effetto: la perdita implica sempre e comunque l’assenza. Il momento zero, la causa prima che alimenta queste storie è la perdita, ma il vero e proprio contenuto della narrazione, ciò di cui realmente si parla in questo libro, è l’effetto, l’assenza nelle vite di chi resta. Svanire ci propone un variegato carnet di esperienze umane innestate sulla stessa identica matrice di perdita-assenza.  Lo svanire di qualcuno o qualcosa dalla nostra vita ha, come ineludibile effetto immediato su di noi, la mancanza di quella stessa istanza dalla nostra quotidianità e la sua immediata assunzione nell’ambito della memoria. È a questo punto che il passato diventa per noi un passato assoluto, qualcosa che continuerà a condizionare, che lo si voglia o meno, il nostro essere nel presente. E per quanto la variabilità di questa concatenazione di eventi sia incalcolabile, perennemente mutevole, dipendente da troppi fattori esterni e da una percezione soggettiva che può variare con lo scorrere del tempo, altrettanto vero è che la matrice di base, sparizione-assenza, è nella sua ultima sostanza la più oggettiva, comune e ripetibile delle concatenazioni con cui prima o poi ognuno di noi, a suo modo, deve fare i conti. Una matrice che genera una infinita possibilità di storie a partire da una correlazione causale che noi tutti conosciamo e sperimentiamo esattamente secondo questa sequenza sempre identica a se stessa.
L’evento che accade nel passato in qualunque forma esso si presenti sia esso morte, perdita, separazione, cambiamento diviene assoluto e problema-ticamente generativo nel presente, sdoppia l’esistenza, in un prima e in un dopo, stabilisce un legame perenne, mutevole e destinato a rinnovarsi, complicarsi e forse anche a sciogliersi, tra l’io nel presente e quello nel passato. La narrazione di Deborah Willis procede ricreando su carta con rara sensibilità esattamente questo tipo di procedimento. L’oggetto più profondo di questo libro è proprio il rapporto biunivoco, infinitamente mutevole ma tragicamente identico a se stesso tra passato e presente, la quotidianità dell’esistenza in absentia, la vita che va avanti, che rimugina sui piccoli e grandi scarti che avrebbero potuto renderla del tutto diversa da quella che è, consapevole ormai che molte delle cose che la riguardano non sono direttamente determinabili e che tutto quello che resta da fare è andare avanti:

«Forse la moglie continua a incontrare il ragazzo nel suo studio ogni martedì pomeriggio e continua a dormire accanto al marito ogni notte. E nel frattempo corregge gli esami di laboratorio, insegna. Per esempio, fa lezione sui labridi caraibici dalla testa blu. Cominciano l’esistenza come pesciolini gialli dalle pinne corte. Ma in qualsiasi momento possono sostituire le scintillanti scaglie gialle con una livrea più minacciosa, testa blu, corpo centrale bianco e nero e posteriore verde. Con questo aspetto possono giungere a deporre uova fino a cento volte al giorno e difendono il territorio. Sembra impossibile, ma è semplice. Sono proprio come noi, spiega ai suoi studenti, e si pulisce le mani dal gesso. Fanno semplicemente quello che devono fare». (p.196)

La scrittura di Willis è una scrittura essenziale e rarefatta che con poche frasi riesce a costruire interi mondi, spesso giocando con le focalizzazioni e le voci narranti, spostando l’attenzione da un personaggio all’altro o presentando la serie degli eventi in maniera non lineare. La gestione del tempo in questi racconti merita infatti una menzione d’onore. I racconti di Svanire procedono senza soluzione di continuità in un caleidoscopico gioco di flash back e anticipazioni in cui gli stessi personaggi parlano o vengono raccontati in momenti diversi della loro esistenza, spesso in un continuo andirivieni temporale a distanza di svariati anni. Questa scelta narrativa da un parte movimenta la narrazione, costruisce delle storie-mosaico composte da piccole tessere ognuna diversa dall’altra, senza mai perdere di vista l’omogeneità della storia e d’altra parte contribuisce a rendere lo stile di Deborah Willis uno stile forte e ben riconoscibile. Accanto alle più classiche narrazioni in terza persona o a focalizzazione zero, spicca un ottimo e mai eccessivo uso della narrazione in seconda persona, ennesimo elemento che contribuisce a rendere quello di Willis un ottimo esordio narrativo.

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