L’America tra roulottes e riti vudù: una recensione a La deriva dei continenti di Russel Banks

di Chiara Impellizzeri

978880617877gra

Ad inizio 2013 Einaudi ha tradotto La deriva dei continenti, romanzo del 1985 dell’autore americano Russel Banks, all’epoca vincitore del Dos Passos Prize for Litterature e finalista al premio Pulitzer.

La deriva dei continenti è un romanzo dalla struttura interessante, in cui a capitoli alterni si narrano due storie differenti, apparentemente destinate a non incrociarsi mai: da un lato la storia di Bob Dubois, un operaio trentenne del New Hampshire che, insoddisfatto della sua vita, decide di raggiungere il fratello arrichitosi in Florida, nella speranza di fare anche lui ‘il colpaccio’; dall’altro la storia di Vanise Dorsinville, haitiana costretta ad emigrare clandestinamente con il figlio e il nipote Claude verso Miami. La «deriva dei continenti» è la metafora che Banks usa per descrivere una forma di globalizzazione entropica di cui l’America stessa diviene epicentro. Tra le generali mutazioni storiche e le vaste migrazioni di popoli, rievocate nel secondo capitolo attraverso una suggestiva prospettiva aerea, si inseriscono le vicende di due forme di vita diverse, mosse da esigenze differenti ma dirette alla stessa meta.

Il testo si apre con una sorta di prefazione d’autore, chiamata “Invocazione”, nella quale il narratore dichiara i suoi intenti. Riprendendo un motivo tradizionale delle prefazioni d’autore Banks annuncia che il suo non è un vero ‘racconto’ quanto un ‘resoconto’, una cronaca, e che da questo contenuto dipende lo stile dell’opera. Il narratore rovescia poi la classica invocazione alla Musa: «Non è la memoria quella che ti serve per raccontare questa storia». La sua storia infatti non è epica, ma irrisoria: le piccole vite che narra non hanno mutato il mondo attorno a loro, ma solo impercettibili reti di microlegami. Meglio dunque affidarsi ai loa haitiani, le divinità che nei riti tribali ‘cavalcano’ gli uomini e parlano attraverso la loro bocca, divinità rabbiose e profetiche con lo sguardo rivolto al futuro, divinità simbolo dell’identificazione e della compassione dell’altro che la letteratura vuole suscitare:

Non è la memoria che ti serve, è schietta compassione e rabbia rovente di vecchia data e l’amore per il sole di un uomo del Nord, è l’ossessione intrecciata di razza e sesso di un bianco, cristiano e un’opportuna vergogna di piccolo borghese americano per la storia della propria nazione. […] Vieni Legba, e vieni desideroso di gettare vergogna tutto intorno. (p. 6)

Bob Dubois è un operaio di ceto medio-basso che una vigilia di Natale si rende conto confusamente, davanti ad una vetrina che espone l’ultimo modello di pattini, di non avere una reale possibilità di scelta di fronte alle offerte che il mondo reclamizza. La sua vita è giunta ad una stasi di tranquilla mediocrità: non ha prospettive di carriera e può solo sperare di continuare a lavorare allo stesso ritmo altri trent’anni per mantenere ciò che ha. Bob si trova ad essere esattamente come il padre rassegnato che derideva da adolescente, un padre che si limitava a lavorare tutto il giorno in fabbrica per poi farsi qualche birra a casa ascoltando con aria sognante Destiny’s Darling di Sinatra e «fingendo di non essere quello che era». Ma tutto ciò che Bob usa per evadere dalla vita, la tv, le riviste, le vetrine dei negozi, propagano il messaggio del grande sogno americano: «là fuori c’è un sacco di roba che aspetta solo di esser presa e uno come Bob Dubois, sicuro, sveglio, con delle capacità, un bell’aspetto e pure acuto senso dell’umoirsmo, ha solo da allungare una mano e prenderla» (p. 20). Trasferendosi con l’intera famiglia in Florida, dove il fratello è diventato ricco, Bob baratta la sua vita con una nuova incognita. Ma sarà uno scambio in perdita poiché continuerà ad essere sfruttato e lavorare come subordinato, prima nel negozio del fratello poi sulla barca dell’amico Ave, finendo con l’impoverirsi progressivamente.

Banks è abbastanza bravo nel fare di Bob Dubois un personaggio comune, non un eroe intellettuale ma un americano qualunque, mediamente rozzo, un po’ ingenuo ma tendenzialmente buono, che di fronte allo sradicamento e alle nuove necessità non riesce a non lasciarsi travolgere dagli eventi. La migrazione avvia un meccanismo di avvicinamento a realtà estranee che prima sarebbero rimaste sconosciute; Bob ne sperimenta gli effetti in Florida, attraverso la relazione con l’etnia nera haitiana, sviluppando un conflittuale rapporto di razzismo latente, attrazione, paura e senso di colpa. Il grande sogno americano del self made man, che Bob legge in Eddie ed Ave, si frantuma presto di fronte ad una realtà più triviale di guadagni ottenuti attraverso traffici illeciti (droga, speculazione edilizia) e grossi debiti, in una selvaggia lotta individualista verso il successo, nella quale ogni personaggio è destinato ad esser prima o poi vinto. Bob tuttavia resta un mediocre: non è abbastanza spregiudicato per inserirsi negli affari del fratello o per compiere azioni violente senza provare un forte senso di colpa, non è abbastanza retto per evitare di lasciarsi coinvolgere in un lento cammino verso la corruzione. Proprio la sua scelta finale, mossa da un compromesso tra necessità economica e morale, lo spingerà all’azione più criminale, e proprio la sua ingenua bontà lo porterà a cercare follemente perdono e redenzione, concludendo invece la sua parabola nel modo più drammatico.

Al contrario la storia di Vanise e Claude Dorsinville è la storia di una fuga necessaria dettata dall’eccessiva povertà che li rende succubi agli abusi di potere del capo locale. Per sfuggire alla punizione che Charles subirebbe a causa di un furto, Vanise, il nipote e il figlio attraversano un viaggio infernale cadendo nelle mani di successivi sfruttatori. Vanise è il personaggio della vittima innocente per eccellenza, costretta alla prostituzione, priva di rabbia e rassegnata al suo destino. Sia Bob che Vanise affrontano un mondo di individui egoisti e crudeli, disposti ad aiutarli solo per poter meglio abusare di loro, ma i due percorsi non sono e non possono riconoscersi simili. Bob commetterà una colpa terribile che segnerà la sua fine, mentre Vanise perderà tutto a causa dell’errore di Bob. Il suo unico gesto di ribellione sarà rifiutargli il perdono, segnando quindi un confine netto tra i due destini, rifiutando qualunque empatia e riappacificazione possibile.

Ciò che il finale del romanzo nega è invece rivendicato dall’epilogo « Envoi» in cui il narratore prende congedo dalla sua opera e la ‘invia’ nel mondo. Raccontare realisticamente le storie di personaggi come Bob e Vanise, scrive Banks, non muta il mondo, non affranca le loro vite immortalandole nella memoria. Tuttavia commuoversi sui loro destini, provare l’empatia e l’identificazione propria della lettura, può agire sulla realtà, poiché sabota quel meccanismo di egocentrismo e individualismo che è proprio della nostra società, aprendo il singolo all’Altro. Adottando la postura dei loa, il suo romanzo vuole rivolgersi al futuro e non al passato:

Gioia e lutto per le vite degli altri, perfino vite del tutto inventate- anzi, sopratutto quelle- priverà il mondo di parte di quell’ingordigia che gli occore per continuare ad essere se stesso. Sabotaggio e sovversione, dunque, sono gli obiettivi di questo libro. Va’ mio libro e contribuisci a distruggere il mondo così com’è. (p. 482)

La deriva dei continenti è un buon romanzo, ma è ben lungi dall’essere il capolavoro che la quarta di copertina ci annuncia. Il tono del racconto è uno stile medio da opera mid-cult, con eccessi di eloquenza rabbiosa e qualche squarcio riflessivo non privo di acutezza. Si intravede una certa volontà mimetica dell’idioletto tipico di ogni personaggio, ma probabilmente molti dettagli si persono nella traduzione, eccezion fatta per i dialoghi che riportano fedelmente la lingua creola. L’effetto tuttavia è quello di un realismo che cerca più l’esotico che una descrizione complessa della realtà; infatti, a parte Bob Dubois, i cui desideri contraddittori sono il motore dell’azione, tutti gli altri personaggi risultano molto tipizzati e poco stratificati. In linea con un certo desiderio di eccesso ed esotismo si inseriscono poi le numerose scene di vudù haitiane, le scene di sesso trattate con un linguaggio crudo o volgare ma mai davvero scabroso o gli incontri romanzeschi e improbabili da cui dipendono svolte significative della narrazione (il primo incontro con Ave, il cagnolino che guida Vanise e Claude in salvo).

Forse il maggiore interesse di questo romanzo sta nel tentativo anacronistico e mal riusciuto di ispirarsi a Furore nel 1985 per poter parlare di globalizzazione, inserendo delle prefazioni e postfazioni d’autore che legittimino il racconto di due vite non esemplari e irrilevanti perché paragonate ad un orizzonte ‘epico’ continuamente rievocato, quello della totalità storica e geologica del mondo.

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