Una riflessione su Illusione di potere di Philip Dick

di Mario Diadoro

Tommaso Pincio “Ritatto di Philip K. Dick con ragazza dai capelli neri in campana di vetro”, 2009, olio su tavola, cm. 65 x 60
Tommaso Pincio “Ritatto di Philip K. Dick con ragazza dai capelli neri in campana di vetro”, 2009, olio su tavola, cm. 65 x 60

Maggiori sono dunque le disgrazie delle quali gode l’uomo mal governato dentro di sé, l’uomo tirannico che tu ora hai giudicato il più infelice… che è costretto dalla sorte a fare il tiranno e tenta di comandare sugli altri, lui che non è padrone di se stesso, come se una persona dal corpo malato e senza forze fosse costretta a passare la vita gareggiando e lottando contro altri.

(Repubblica IX, 579c)

Oltre a questi mali… gli attribuiremo il fatto di essere invidioso, infido, ingiusto, privo di amici, empio, di dare ricetto e alimento a ogni vizio, e come conseguenza di tutto ciò di toccare l’estrema infelicità e di rendere uguale a sé chi gli sta accanto.

(Repubblica IX, 580a)

È vero: il Gino Molinari di Illusione di potere, almeno da come viene descritto nei primi capitoli del romanzo e da come appare nei videomessaggi, assomiglia molto a Benito Mussolini. Autoritario, virile, guerrafondaio, senza scrupoli, è imbrigliato in un’alleanza con una razza aliena proveniente da Lilistar, molto più potente e spietata di quella terrestre, quasi identica agli umani nelle fattezze ma incapace di pietà ed empatia (tratti che per Dick individuano un’essenza umana). Lilistar e Terra sono nel bel mezzo di una guerra galattica con i reeg, alieni simili ad enormi insetti di cui nessun terrestre sa nulla se non il loro aspetto. Facendo due conti, se Molinari è Mussolini, Frenesky, il tiranno di Lilistar, è Hitler e i reeg sono indifferentemente gli Angloamericani e le popolazioni dei paesi invasi dall’Asse.
Questa è in genere l’interpretazione che si dà nella critica dell’opera. Ma chi conosce Dick sa bene che nei suoi romanzi non c’è (quasi) mai un solo livello interpretativo. Non è un caso che quando Eric Sweetscent, personaggio centrale per la trama di Illusione di Potere, conoscerà di persona Gino Molinari, avrà a che fare con un ipocondriaco insicuro ed impotente, capriccioso e pieno di vizi, volgare e perverso (giace a letto con una giovane ragazza appena maggiorenne). Al suo primo incontro col dittatore, Molinari si farà trovare addirittura “con la patta dei pantaloni abbassata”. Non si tratta di semplice satira: con questa descrizione cade la maschera del tiranno machista e con essa termina anche la chiave di lettura del parallelismo storico. D’ora in avanti abbiamo a che fare con un malato cronico, sempre bisognoso di attenzioni e di cure mediche, sofferente al di là di ogni immaginazione. In fin dei conti, si tratta della versione fantascientifica del tiranno (auto)distruttivo e infelice descritto da Platone nel libro IX della Repubblica.
Ad un certo punto del romanzo, Dick accosta la figura di Molinari a quella di Gesù Cristo:

“Se lei o io dovessimo mai accettare la responsabilità morale di ciò che abbiamo fatto nella nostra vita ci resteremmo secchi, oppure impazziremmo […] Il biasimo, il peso della colpa. Per fortuna non vengono registrati… e meno male, altrimenti non sarei in grado di andare avanti. Ed è così che va avanti la razza umana, tutta quanta. Tutti a parte il Moli, come lo chiamano.” Poi aggiunse: “Lincoln e Mussolini. Io pensavo a qualcun Altro di circa duemila anni fa.”
“Questa è la prima volta che sento qualcuno paragonare Molinari a Cristo” disse Eric.
“Anche sulla stampa asservita al regime”.

Ma è un paragone insoddisfacente. Il dittatore è dotato di un potere psichico che gli consente di traslare su di sé tutte le malattie delle persone che lo circondano: soffre di cuore, di stomaco, di reni, perde la vista, ha continui dolori. Non solo: Gino Molinari muore più volte, senza tuttavia riuscire a morire definitivamente. In più occasioni il suo staff medico riesce a rianimarlo da prolungati arresti cardiaci, grazie anche alle avanzate tecnologie di quel tempo. Molinari non può sottrarsi al suo compito: egli è il capo assoluto della Terra, ruolo che impone una responsabilità più grande di ogni possibilità di sopportazione. Parafrasando Platone: con il suo “corpo malato e senza forze”, “è costretto dalla sorte a fare il tiranno e tenta di comandare sugli altri, lui che non è padrone di se stesso”. L’impossibilità di assumere una responsabilità infinitamente più grande di lui, ma che tuttavia ha assunto su di sé e da cui non può più sottrarsi, gli causa una sofferenza tale da non poter nemmeno morire o dividere il suo fardello con qualcun altro; una sofferenza talmente grande da togliergli qualsiasi possibilità di sollievo e da coinvolgere anche l’insieme di tutti i “Gino Molinari” possibili. Infatti, mediante l’utilizzo di una particolare drogaponte, il jj180, Molinari trasla nel suo mondo alcune sue controparti, cioè alcuni Gino Molinari di altri universi paralleli (o continua temporali), che da quel momento parteciperanno inesorabilmente al suo dramma (ad esempio, il dittatore si serve di un “se stesso” molto più forte e autoritario quando deve registrare discorsi per la popolazione). La contraddizione insita nel fatto di esercitare un potere troppo grande per essere gestito esplode nell’infinizione della sofferenza, che si mostra da un lato come malattia cronica terminale mai terminante, dall’altro come necessità che inchioda il “sé” e le sue possibilità alla croce del destino.
Questi tratti vagamente cristologici devono fare i conti con un Molinari che manda a morte chi minaccia la sua posizione o che fa entrare in guerra il suo popolo al fianco dei malvagi lilistariani; è un tradimento al suo ruolo di guida mondiale ma soprattutto verso l’umanità, e questo lo fa assomigliare a Giuda. Del resto, senza il tradimento di Giuda, Cristo non avrebbe mai potuto compiere il suo destino. E così Molinari,detentore di un potere enorme e incontrollabile, causa di morte e sofferenza, porta sulle spalle tutto il peso della sua colpa. Nel capitolo 5 si legge:

“Ha firmato l’accordo di pace che ci ha fatto entrare in guerra. Ed è qui che Molinari differisce da tutti i grassi, pretenziosi e impettiti dittatori del passato. Si è fatto carico della colpa. […] Lei ha mai saputo di qualcuno che abbia veramente accettato la responsabilità, la colpa e il biasimo, prima d’ora?”.

La malattia è usata come espediente dal dittatore per temporeggiare di fronte alle pressanti richieste di Frenesky-Hitler; si entra qui in un’altra area tematica dell’opera, l’illusione del potere. L’episodio emblematico è la visita di Frenesky a Molinari: il nazista chiede che si mandi su Lilistar manodopera terrestre da impiegare nell’industria bellica, ma Molinari, incapace di prendere qualsiasi decisione (e per proteggere il suo popolo), per l’ennesima volta muore (senza morire del tutto) proprio mentre Frenesky stava parlando. A ben vedere, in tutto il romanzo non c’è un solo personaggio capace di esercitare potere: lo stesso Frenesky è incapace di ottenere quello che vuole da Molinari; Eric Sweetscent, dopo anni di falliti tentativi di divorzio, scappa dalla moglie, ma questa lo insegue e i due resteranno, in un modo o nell’altro, legati per tutta la vita; sua moglie Kathy arriva ad odiare il marito, ma le vicende della sua storia la porteranno ad essere dipendente da lui; Eric deve guarire Molinari ma non può farlo; vuole suicidarsi ma non ne ha il coraggio; Virgil Ackerman, l’uomo più potente della Terra dopo Molinari, non è in grado di aiutare nessuno delle persone che si sono rivolte a lui. C’è però un’eccezione. Si tratta di Bruce Himmel, un semplice operaio che compie apparentemente un gesto insensato.
Himmel lavora per un’industria che cattura le amebe imitatrici di Marte, organismi unicellulari che sopravvivono imitando alla perfezione altri oggetti; queste amebe vengono uccise nel momento in cui assumono la forma desiderata, in modo da ottenere copie fisse e perfette di altri oggetti (se restassero in vita, potrebbero assumere altre forme a piacimento). Nel reparto di Himmel, le amebe diventano un’unità in grado di pilotare un’astronave da guerra nello spazio. Ma in una delle fabbriche succede qualcosa di straordinario: Himmel compra di tasca sua tutti gli scarti, tutte le unità difettose, le munisce di carrellini per concedergli facoltà di movimento e le lascia libere. I suoi superiori sono esterrefatti e gli chiedono lo scopo di questo suo gesto. Lui risponde così:

“Io li considero vivi, signor Ackerman. E solo perché sono difettosi, incapaci di guidare un’astronave nello spazio profondo, questo non significa che non abbiano il diritto di vivere la loro misera vita. Io li libero e loro se ne vanno in giro per… direi per sei anni o forse più, tutto qui. Questo gli restituisce ciò che gli spetta di diritto”.

È una risposta assolutamente incomprensibile per chi ha fatto suo il dogma della produttività e dell’efficienza. Non c’è niente di più sbagliato, dal punto di vista economicistico, che sprecare tempo, denaro e lavoro per mettere in attività unità difettose che un tempo erano state amebe. Tuttavia si tratta di un gesto di grande pietà, l’essenza stessa dell’essere umano. Bruce Himmel è l’unico personaggio di tutto il romanzo che riesce ad esercitare un potere, il potere di spezzare le catene del comandamento capitalista in nome della pietà, unico frammento di giustizia che resta agli uomini.

Attraverso l’uso del jj180, Eric Sweetscent finisce in mondi alternativi dove umani e reeg si sono alleati per distruggere i nazistililistariani. Scoprirà che i reeg, malgrado l’aspetto mostruoso, sono “umani” e pacifici, al contrario dei lilistariani, la cui malvagità traboccante annulla qualsiasi somiglianza dei tratti corporei. Ancora una volta siamo al di là dell’identificazione di Molinari con Mussolini e di Lilistar con il terzo Reich: è il circolo manicheo dell’eterna lotta fra il bene e il male, fra il pacifismo dei reeg e la violenza dei lilistariani, fra la pietà dei giusti per chi è sofferente e l’esercizio disumanizzante del potere, causa del patimento stesso.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. mauro casiraghi ha detto:

    molto interessante, grazie

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