Viaggio, memoria, identità con Cees Nooteboom

di Davide Posillipo

CeesNooteboom-credit-Simone-Sassen1

[Questo articolo è uscito sulla rivista Europa e Giovani 2011, della collana Quaderni di Edizioni Concordia Sette]

Il tempo costituisce l’uomo? O l’uomo si costituisce nel tempo? Cos’è il tempo? Lungi dall’essere la linea su cui sviluppiamo le istantanee della nostra vita, e che possiamo tagliare in compartimenti temporali, il tempo è un composto omogeneo, un sistema dove ogni parte contribuisce a costituire l’intero.

Il tempo non è da considerarsi una freccia con un’unica sorgente e una direzione, come si è soliti pensare, ma piuttosto si presenta come il sostrato del susseguirsi di eventi che vengono assunti e colti in maniera sempre unica, soggetto per soggetto, tanto che si può assistere a modi di vivere completamente immersi nella progettazione futura oppure improntati a una considerazione del passato come una enorme distesa di sabbie mobili, da cui non si riesce (o alle volte non si vuole) a trovare una via d’uscita.
I singoli momenti temporali, passato, presente e futuro non sono i netti “non  più”, “ora”, “non ancora”, non sono definizioni di attimi tra loro incomunicabili; sono, al contrario, momenti intrecciati, che rimandano l’uno all’altro, definendosi a vicenda e contribuendo, quindi, a dipingere un quadro (l’uomo) in cui tutte le componenti sono ugualmente determinanti.

Un continuo interrogarsi sul significato del tempo
È quanto mi sembra espresso dalle pagine di Cees Nooteboom. Assistiamo qui, infatti, a un continuo, reciproco richiamarsi delle tre “estasi temporali”: il presente è il crocevia di una ricerca della memoria passata e di un futuro, di un progetto che si riflette nell’intrapresa di un viaggio. Viaggio verso il nuovo, in compagnia di una vecchia fotografia, di una vecchia illusione o un viaggio nel non più per cercarsi ed essere, ora.
Attraverso figure-simbolo come una fotografia o un viaggio in autostop, vediamo coesistere l’avventura di un viaggio, l’assunzione volontaria dell’ignoto e dell’imprevisto e un costante ancoraggio al passato, a una memoria che prepotentemente si presenta agli occhi del protagonista chiedendo di essere vissuta di nuovo, in un continuo rievocare passati mai veramente chiusi alle spalle.

Dicevamo delle pagine di Cees Nooteboom. L’intera produzione di quest’autore olandese, nato a L’Aia nel 1933, è infatti percorsa interamente dal tema, dalla problematica del tempo: lo scrittore si interroga continuamente sul significato così sfuggente di ciò che definiamo tempo e lo fa immergendo i suoi personaggi in qualcosa di quanto mai lineare (aggettivo quasi ovvio pensando al tempo), un complesso intreccio di ricordi, progetti, viaggi e soliloqui che diventa così l’universo non solo interiore di questi personaggi, ma anche il teatro delle loro azioni, delle loro vicende per l’appunto non lineari (direi coerenti) secondo il senso comune.
Questo complesso intreccio, questo edificio narrativo ma anche psicologico, va a sintetizzarsi in quella triplice definizione che è anche il tema di questa trattazione: viaggio, memoria, identità; come vedremo, questi tre “processi” sono sviluppati in modo molto profondo nelle opere di Nooteboom e affondano le loro radici nella problematica del tempo.

Philip e Paula in viaggio attraverso i ricordi
È emblematica, ad esempio, la figura di Philip, protagonista del primo romanzo di Nooteboom, Philip e gli altri. Philip è impegnato in un viaggio attraverso l’Europa in autostop; non sembra scappare da qualcosa, ma non diremmo nemmeno che sia rivolto a qualcosa.
Il suo viaggio sembra semmai un muoversi attraverso i ricordi, anche quelli in quel momento in costruzione: “Sei nato vecchio. Non vivrai mai veramente nulla, ricorderai soltanto, non incontrerai nessuno, se non per dirgli addio, e non vivrai un giorno senza contare sulla sera, o sulla notte”[1], così gli dice la ragazza dai lineamenti orientali che nella parte finale del viaggio diventa l’obiettivo o forse semplicemente la spinta necessaria per proseguire.
Ricollegandoci al tema di questa trattazione, Viaggio, memoria, identità, sembra possibile, quasi inevitabile, istituire una triplice connessione tra queste entità, sempre ben presenti nei testi di Nooteboom, connessione non pensabile però, come un percorso unitario, univoco e certo, ma al contrario caratterizzato da un’imprevedibilità strutturale del suo organizzarsi. Imprevedibilità dovuta al modo sempre differente con cui una ben determinata prospettiva situata in un contesto particolare considera la sua storia.
Viaggio, memoria, identità, che diventa dunque Memoria, identità, viaggio, ma anche Identità, viaggio, memoria a seconda del punto dal quale ci si colloca per osservare i comportamenti dei vari personaggi che animano le pagine dell’autore olandese nonché le nostre vite, la nostra quotidianità.
A fare da comune denominatore, da circonferenza lungo la quale vanno a disporsi le tre componenti, è il tempo. Il tempo, di cui ho già parlato nell’introduzione interrogandomi sulla natura dell’uomo e che non può che suscitare domande. Se non possiamo dire che il tempo costituisce l’uomo, o che l’uomo si costituisce nel tempo, di certo il tempo è la sostanza di questo circolo perpetuo in cui l’uomo agisce, con cui ogni personaggio di Nooteboom deve fare i conti, con cui Philip ad esempio entra in contatto da giovanissimo e che andrà a costituire tutta la sua personalità.
Viaggio, memoria, identità: posso viaggiare nel tentativo di ricostruire i miei ricordi, viaggiare nei luoghi della memoria, (ri)costruendo in questo modo la mia identità, formandola, ritrovandola, o semplicemente alimentandola. Si può dire che l’identità sia un tessuto di ricordi: “Io sono i miei ricordi, ma non so per quanto potrò consultarli… solo allora sarò morta”[2].
È ciò che dice Paula nella seconda parte dell’omonimo racconto contenuto in Le volpi vengono di notte. Paula è già morta, almeno per il senso comune, quando pronuncia (o pensa o scrive) queste parole, che rivolge a chi, nella prima parte del racconto, si rivolge con malinconia a lei credendo di averla persa per sempre. Paula spiega che a differenza di quanto normalmente si immagina, la morte “clinica” non segna nessun distacco concreto con la vita precedente: cambiano i termini con cui è possibile descrivere le cose, cambia forse il tipo di sensazioni, ma i ricordi, la memoria, quelli invece restano, scolpiti in modo indelebile, non in un masso esterno, ma in noi stessi; contribuiscono, anzi, alla costruzione dello stesso sé dell’uomo. In sostanza, è il masso scolpito che ci costituisce, ma scolpito da cosa? Qual è la roccia buttata via per scolpirci? Appunto, ciò che non ricordiamo, non tanto quindi ciò che non abbiamo fatto, detto o provato, ma ciò che non pensiamo e che non possiamo pensare perché non è nei nostri ricordi, nella nostra memoria.
Per dirla con Paula, non è noi. Viaggiare nel tentativo di ricostruire i miei ricordi è quindi il tentativo di fotografare me stesso, di conoscere la mia identità, di ritrovare me stesso. In viaggio, non nel nuovo, ma nei luoghi del proprio passato, in una sorta di revisione storica.
Si pensi, ad esempio, al protagonista de La storia seguente, l’erudito Herman Mussert, che compie un percorso analogo. Svegliandosi una mattina incredibilmente in un albergo di Lisbona nel quale aveva alloggiato anni prima, nonostante la sera precedente fosse andato normalmente a letto nel suo appartamento di Amsterdam, si trova nella necessità di capire cosa gli sta succedendo, perché è lì: sceglie di farlo con un’arma molto cara al suo autore, quella del ricordo.

Mussert in pellegrinaggio dal passato al futuro
Ancor prima di alzarsi dal letto, Mussert comincia a ricostruire non solo il giorno prima ma tutte le vicende che lo hanno portato ad un momento prima che si svegliasse. Ancor prima di usare la prova dello specchio, mette in moto il ricordo, e andrà avanti così fino al termine del racconto, fino all’ambiguo momento finale che lascia sospeso il lettore nella domanda: Mussert sognava o no? Ricorda, ricostruisce tutto: il periodo in cui insegnava latino e greco, il suo smodato amore per la lettura, l’incontro con Maria, l’avventura con lei a Lisbona, la scoperta di essere stato semplicemente usato, il plateale litigio con il marito di Maria, la perdita del lavoro…
Ma al protagonista non basta ricordare e in questo modo ritrovare la propria identità, perché nel farlo sente con terribile precisione la dimensione del proprio fallimento, sente il peso di una vita di cui poche volte è stato il protagonista, vissuta ai margini: “un uomo solo in un cubo, circondato da altre persone invisibili nei cubi adiacenti, e da decine di migliaia di pagine in cui venivano descritti gli stessi, ma diversi, sentimenti di persone vere o immaginarie. Pensare a me stesso mi commosse. Non avrei mai scritto una di quelle pagine ma il senso delle ore trascorse non me lo si sarebbe più potuto togliere”[3]. Ben presto Mussert intraprende la terza fase del percorso che stiamo descrivendo da questa prospettiva, cioè il viaggio. Ripercorre lo stesso itinerario svolto con Maria, lì a Lisbona anni prima, ma andrà anche oltre, verso l’Africa, con imprevisti compagni di viaggio: “Quel che stavo compiendo lì durante quel viaggio… doveva essere un pellegrinaggio a quei giorni, e se era così, dovevo percorrere come un pio uomo medievale tutti i luoghi della mia breve vita di santità, tutte le stazioni dove il passato aveva un volto”[4].
Viene da chiedersi se Mussert non stia, in un certo qual modo, cercando una smentita ai propri ricordi così insoddisfacenti, ma questa sarebbe una soluzione contraddittoria pensando al fatto che non si limiterà a viaggiare nei luoghi della memoria ma ad un certo punto cambierà itinerario, intraprendendo qualcosa di nuovo. Il viaggio si sviluppa quindi sia nel passato che nel futuro; in fondo, per Mussert, il tempo non è altro che “il sistema cui è affidato il compito di far sì che non accada tutto contemporaneamente”[5].
Ma non è una forzatura immaginare di poter passare da Viaggio, memoria, identità a Memoria, identità, viaggio… Anzi, spesso i personaggi tratteggiati da Cees Nooteboom compiono il cammino del tempo lungo questa direttrice fondamentale, un cammino dove diventa quindi prioritaria l’indagine interiore, la speculazione psicologica e l’attività meticolosa di ricordo, di ricostruzione della propria memoria e quindi, nell’accezione su esposta, della propria identità.
Ma a questa prima fase ne segue poi un’altra, a completamento di questa triade ideale che stiamo delineando, ovvero quella del viaggio. Dopo aver cercato me stesso attraverso i ricordi, indagando in quel cantiere aperto che è la memoria e che mi fornisce un’immagine di ciò che sono, posso proiettarmi nel futuro, un non-ancora-ricordo, una non memoria che aspetta soltanto di diventarlo.
E questo lanciarsi, questo sporgersi in avanti, che prende forma e sostanza nel viaggio, lo posso compiere per confermare le mie impressioni ottenute dalla sola memoria oppure perché il responso non è soddisfacente, perché a conti fatti la mia identità non è quello che mi aspettavo o che volevo; a volte, perché quello che è emerso è che non ho un’identità. Attraverso il viaggio, intraprendendo un percorso caratterizzato dall’ignoto e dall’imprevisto, ci strutturiamo “come futuro”, che ci piaccia o meno, che lo inseguiamo con voglia o no, il fatto stesso di preparare un bagaglio e andare, descrive il nostro strutturale essere ciò che non siamo ancora.
Altre volte un evento particolare, un oggetto, una foto, possono creare situazioni che ci collocano in un’ulteriore prospettiva, la terza del circolo di cui abbiamo parlato. Identità, viaggio, memoria: che potrebbe voler dire? A volte sembra che qualcosa si rompa, che il velo della quotidianità e dell’abitudine si squarci mettendoci d’improvviso a faccia a faccia con noi stessi. Ciò che siamo si palesa di colpo, spesso come una terribile rivelazione, colpo inaspettato che ci scuote e che demolisce le certezze e le abitudini su cui fondavamo quello stallo in cui da tempo vivevamo.
È la nostra identità a parlarci. E la domanda che forse subito ci pone è“come sei arrivato a questo punto?”, domanda che ci scaglia inevitabilmente nel ricordo, nel dominio della memoria, per cercare di rimettere insieme i pezzi o per proclamare la propria resa. O per cambiare qualcosa.
Ed ecco dunque mettersi in moto il viaggio, come avviene al protagonista di Gondole, illuminato da una vecchia foto che lo spinge prima a vivere la fase del ricordo e poi ad intraprendere un viaggio in America per “portare a termine qualcosa”[6] con un amore della sua giovinezza.
Ma anche Heinz, personaggio dell’omonimo racconto, vive un’esperienza simile: la scoperta di una malattia incurabile, l’avvicendarsi della morte, lo costringono a ricordare, ad avere a che fare di nuovo con gli spettri del passato e lo porteranno poi a tornare nei luoghi d’origine, in un ultimo viaggio.
Che serva o meno, viaggiare sembra quindi essere una dichiarazione d’indipendenza dalla propria memoria, quindi da se stessi. Ma esiste una velocità sufficiente a cui viaggiare per poter far perdere le tracce di noi al nostro sé?

E se ci lasciassimo alle spalle
il nostro sé. Ecco che se ne va, senza un addio
imbronciato e crucciato
a cercare qualcosa di meglio.
Senza voltarsi indietro.
E noi? Dobbiamo prima abituarci
allo smagliante paesaggio
di prima e di dopo,
di radioso tempo
senza presente.[7]

Questa breve poesia è intitolata Noi stessi, tratta dalla raccolta Le porte della notte di Nooteboom; il viaggio può quindi diventare fuga, fuga dai ricordi, fuga da noi stessi, un modo per tentare di ridefinire se stessi ricostruendo la propria memoria.
Dunque, dopo questa breve analisi, non appare più inverosimile immaginare alternative le tre prospettive analizzate, che integrate danno maggiormente la misura del leitmotiv dell’opera dello scrittore olandese, viaggio, memoria, identità, ben esemplificato dal viaggiare portando con sé una fotografia come avviene a diversi personaggi quali il protagonista di Gondole o il narratore di Heinz.
Quanto detto può essere esteso, restando sempre nell’ambito delle opere di Nooteboom, al territorio delle identità culturali. Se l’uomo contribuisce a costruire quel maestoso palazzo che è il suo ambiente circostante, è anche lui l’artefice delle colonne della cultura che quello aiutano a sorreggere. E come un pittore lavora con tecniche diverse e colori diversi in diversi periodi, lasciandosi influenzare da una miriade di fattori contestuali, così interi, mastodontici gruppi di uomini lavorano, alle volte anche inconsapevolmente, alla costruzione della cultura subendo la naturale influenza di contesti storici e geografici. Il prodotto finale è un oggetto strano, particolare, sempre originale e unico.
Se consideriamo che ciò che abbiamo pensato per ritrarre l’identità umana possa essere utile alla definizione di un’identità culturale, dovremmo ricalcare l’idea che ogni identità è unica, perché unico è il modo di rapportarsi al tempo, di coglierlo, di organizzarlo.

Portare in dono la propria identità
L’epoca della calma e l’epoca della fretta, gli anni di un “periodo rosa” o di un “periodo blu”, caratterizzano una cultura che, fatta dagli uomini, prende la tavolozza e dipinge con straordinaria coerenza scene a volte anche difficili da interpretare, ma sempre armoniose. Che una persona possa incontrare, conoscere e rapportarsi a un’altra con la sua stessa complessità, con milioni di costellazioni di senso che dà di volta in volta alla sua vita, questa sembra essere la “normalità”; eppure non è semplice: non è semplice far coincidere dei pezzi con modi di avvicinarsi al mondo, a volte, lontanissimi tra loro.
Come può essere altrimenti per un’intera tradizione culturale? L’ideale a cui dovrebbe guardare l’uomo è quello di prendere quanto di buono c’è nella sua identità culturale e, senza mai tradire la propria originalità, portarla in dono all’altro, all’altra cultura per incontrarla senza perdersi, senza invadere, pena il fallimento dell’incontro, l’originalità e la “stranezza” dell’altra costruzione.
Questa estensione appena descritta è riscontrabile in modo evidente in diversi romanzi di Nooteboom. Ad esempio Il Buddha dietro lo steccato mette in evidenza l’incontro tra la cultura occidentale e quella orientale. Il protagonista, raccontando la sua permanenza in Oriente e descrivendo molte particolarità di quel mondo, dimostra quanto detto sopra: ogni identità culturale è unica, in virtù di quel graduale processo di sedimentazione di eventi, di idee, di tradizioni e di secoli che la rende per l’appunto identità.
Questa unicità non è però da intendersi come isolamento dal resto del corpo culturale e sociale che è il mondo: anzi, l’incontro con l’altro è inevitabile e il viaggiatore ne rappresenta il vettore più significativo.
“Il centro del mondo si è spostato con lui. No, così è detto male: il centro del mondo è al tempo stesso in ogni luogo, ma quando uno si trova momentaneamente in un certo punto, allora è soltanto lì”[8]; il viaggiatore, quindi, non è da pensare come in movimento da un luogo, da un’origine, ma come il portatore di quel luogo, di quell’origine, in un nuovo punto di partenza che si rinnova ad ogni spostamento.
Il viaggiatore è quindi il principale responsabile della trasmissione endemica della cultura e della definizione delle identità culturali, che escono arricchite dal confronto con altre identità. Se apparentemente “il mondo non si cura di lui”, egli ne è invece attratto, posando su di esso uno sguardo interessato che instaura la relazione di scambio “viaggiatore-mondo” alla base della trasmissione culturale di cui abbiamo parlato.
In ultima analisi, il viaggio è l’anello di congiunzione tra il tempo e l’uomo, e tra cultura e cultura. Che si rivolga lo sguardo a se stessi o al mondo, che si percorra la strada passata o si cominci un nuovo percorso, viaggiare rappresenta le fondamenta sempre in trasformazione dell’identità personale e culturale: “Chi mi insegna qualcosa sul mondo? La valigia è il mio migliore amico”[9].

 [1] Cees Nooteboom, Philip e gli altri, Iperborea, Milano 2005, pag. 43.

[2] Id., Paula II in Le volpi vengono di notte, Iperborea, Milano 2010, pag. 126.

[3] Id., La storia seguente, Iperborea, Milano 2000, pag. 54.

[4] Ivi, pag. 55.

[5] Ivi, pag. 36.

[6] Id., Gondole in Le volpi vengono di notte, op. cit., pag. 21

[7] Id., Noi stessi in Le porte della notte, Edizioni del Leone, Spinea 2003

[8] Id., Il Buddha dietro lo steccato, Feltrinelli, Milano 1997, pag. 36.

[9] Id., La storia seguente, op. cit., pag. 93

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