Le rughe della città. Intervista a JR

Qualche settimana fa, lo street artist JR si trovava a Berlino a realizzare il suo ultimo progetto, Wrinkles of the City. Susie Lee ha realizzato un’intervista per il magazine Arrested Motion, ve ne proponiamo la traduzione in italiano. La versione originale si trova qui. Le foto sono di John Brömstrup e di JR tramite Arrested Motion. Altre immagini si possono vedere qui.

Traduzione dall’inglese di Umberto Mazzei.

JR

di Susie Lee

È passata più di una settimana da quando JR ha iniziato a battere le strade di Berlino, lavorando su quasi venti muri differenti in giro per la città per il suo attuale progetto, Wrinkles of the City: Berlin, inaugurato mercoledì 17 aprile alla Galerie Henrik Springmann. Il quarto giorno, JR ha ricevuto una visita speciale da una anziana coppia il cui ritratto è adesso incollato sull’ufficio postale ferroviario abbandonato e poi trasformato in nightclub, il Postbahnhof. La coppia di ottantenni ha impugnato i pennelli e si è arrampicata sull’impalcatura per aiutare a incollare. Più tardi abbiamo raggiunto l’artista francese per un’intervista sui suoi progetti attuali.

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Chi sono le facce che stai ritraendo nel tuo attuale progetto Wrinkles of the city: Berlin? Puoi raccontarmi qualcosa di specifico sulle persone che stanno dietro le immagini attaccate per la città e perché hai scelto di metterle in quei posti?

JR: Il nome del progetto è Wrinkles of the City e ogni luogo dove l’ho fatto deve essere una città dove i muri parlano per se stessi, dove ci sono rughe nei muri. E fondamentalmente ognuna delle persone che fotografo deve avere le rughe. Devono essere persone anziane e io incollo i loro ritratti sulle rughe della città. La cosa divertente è che ovviamente io cerco di incollare sui muri che sono legati alle loro storie, ma non sempre è facile perché dipende dai muri che troviamo. Per esempio, per questo muro, non abbiamo l’autorizzazione. Siamo semplicemente venuti qui con i ponteggi e lo stiamo facendo, come molti dei muri su cui stiamo lavorando in città. Quindi facciamo solo finta di avere l’autorizzazione, e non sappiamo nemmeno chi sia il proprietario di quell’edificio.

La cosa buffa è che – hai presente quello che abbiamo fatto sul Postbahnhof? La coppia che abbiamo appiccicato è venuta a incollare, e quando è arrivata la signora ha detto che lei aveva lavorato in quell’ufficio postale durante la separazione. Abitava nel lato Est e ci lavorava; lavoro forzato per la Stasi, controllava i pacchi che andavano a Ovest e di conseguenza aveva ricordi davvero brutti di quel luogo. E adesso lo sta sconfiggendo mettendoci sopra la sua faccia. È strano come certe volte, senza che tu lo sappia, le cose si connettono nella città. Per le loro storie, per il fatto che quelle persone hanno più di 80 o 90 anni. Hanno attraversato diverse vite in una vita sola, capisci? È un contrasto di generazioni. Loro conoscono la città in un modo che noi non arriveremo mai a vedere. Quindi leggono gli edifici in modi completamente differenti dai nostri. Magari questo lavoro è quello che più mi avvicina al loro modo di leggere. Ma ovviamente loro hanno visto un contesto differente per quella città attraverso periodi differenti.

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Ciò che trovo particolare del tuo lavoro è che è specifico per il sito scelto, nel senso che le immagini sembrano sempre avere una speciale connessione con il luogo in cui sono piazzate e che non avrebbero lo stesso senso se posizionate altrove. Qual è il significato di ciò, e perché è importante per il tuo lavoro?

JR: Perché coinvolge la comunità. È azione locale per un impatto locale. E poi ovviamente se diventa globale è grandioso. E se la gente inizia a conoscere Berlino è grandioso. Ma il tratto primo del progetto è mettere insieme la gente con la città, connettere le persone con la storia della città. Per me è un modo di imparare di più sulla città e di condividerlo con le persone. Facendo questo genere di progetti, la gente si ferma, fa domande, partecipa. C’è una grossa parte del progetto che non è visibile, che è in realtà la partecipazione della gente. È la sua parte federativa ad essere davvero importante per me. Ed è per questo che penso che usando immagini davvero locali di gente davvero locale, si tocchino le persone al centro del loro cuore, al centro della loro stessa città.

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Di tutti i posti in cui sei stato, ce ne sono alcuni verso cui senti un legame speciale? Ritorni mai nei posti dove sei stato, e qual è la sensazione del posto quando ritorni?

JR: Be’, io mi sento come se fossi un cittadino dell’universo. Mi sento benissimo ovunque vado. È solo che ci sono dei posti dove ho dovuto lavorare più a lungo con una comunità, come in Brasile per esempio, che mi ha permesso di connettermi più a fondo con le persone. Ci vado due volte l’anno. E quando ritorno, mi sento veramente come se fossi in un’altra famiglia, capisci, e io amo questo aspetto. Amo quella parte in cui ci si connette alla gente in una maniera che sai che la conoscerai per sempre.

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Hai detto in passato che per te è importante non avere alcuna sponsorizzazione da una marca o una compagnia commerciale. In che modo qualcosa come una sponsorizzazione influenzerebbe il tuo lavoro, e perché è importante per te continuare come hai fatto finora?

JR: Penso che sia perché il mio lavoro è così visibile che non voglio che la gente lo fraintenda. Sono immagini, e riguarda le persone. Non solleva nessun altro messaggio nell’arte stessa che non sia il messaggio della gente. Così quando le persone vedono uno dei miei pezzi per la strada, sanno che viene da me. Non viene da una marca che sta cercando di trasmettere loro un messaggio. Ed è davvero un altro modo. Gli artisti non capiscono che le marche li fanno pensare in un modo differente. Pensano di pensare nello stesso modo, ma non farebbero qualcosa di così estremo o politico con lo sponsor perché lo sponsor non lo potrebbe permettere. Quindi è davvero una cosa complicata. Alcuni artisti riescono a gestirla e anche bene, ma io credo che sia davvero una posizione insicura. Per me è importante essere indipendente, sai, farcela da solo o no. Ma non c’è un’altra opzione. Per quel che mi riguarda voglio che le persone, quando vedono il mio lavoro in strada, sappiano che è indipendente al 100%. Che è lì per essere un segno da una persona a un’altra persona.

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Allora come finanzi il tuo lavoro?

JR: Finanzio il mio lavoro tramite le vendite delle mie opere nelle gallerie. Quindi produco solo un paio di pezzi all’anno, e questo finanzia il rimanente. Non ho nessun altro tipo di finanziamento.

Hai qualche tipo di formazione artistica?

JR: No, non ho mai studiato arte. Imparo facendo. Hai provato anche tu a incollare, e non è così complicato. Credo stia tutto più nell’energia che ci metti e nella dedizione che ci metti che in quanto sei bravo a fare le foto o quanto sei bravo in arte. Non avevo alcuna conoscenza quando ho cominciato e forse non ne ho molta di più oggi. E ci sto bene. Sto imparando mentre vado. Quando scopro un artista, quando scopro qualcosa che mi tocca, voglio saperne di più. Ma non ho mai studiato storia dell’arte per sapere come dovrei collocarmi in quella storia. Creo il mio cammino e vedo dove si inserisce.

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Cosa ti ha ispirato a fare il progetto Inside Out? In quest’ultimo paio di anni ti senti di aver raggiunto ciò che volevi con quel progetto?

JR: Forse è ormai un po’ più di due anni fa, ed è nato dall’idea che vedevo così tante persone partecipare e aiutare nei progetti che volevo fossero loro a prendere il controllo e la paternità lasciando che fossero loro a fare l’intero processo. E così da quando ho iniziato Inside Out e l’ho reso gratuito e disponibile a chiunque volesse partecipare nel lavoro, un po’ più di 140000 persone hanno partecipato, in più di 10000 città. E questo significa che ha avuto un impatto su milioni di persone, ma nel modo che loro hanno scelto. Nel senso che a volte decidevano di farlo diventare un progetto artistico e lo incollavano sulla scuola. Fantastico. Se invece, come in Tunisia, coprivano i ritratti di Ben Ali, il dittatore, allora è politico. È come un riflesso della società. A seconda del contesto del luogo, mostra come le persone usano le immagini per difendere le loro idee, o per passare un messaggio, o connettersi con la loro comunità. Ed è qualcosa che ho visto negli ultimi 10-13 anni, lavorando io stesso nelle strade, che ho sempre voluto condividere. Ma l’unico modo per condividerlo è lasciare che siano le persone a farlo da sole.

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Il tuo film documentario, Women are Heroes ha ricevuto attenzione internazionale al Festival del Cinema di Cannes. Stai lavorando ad altri film al momento?

JR: Si, in realtà c’è questo film che sta per uscire su Inside Out, fatto da un regista inglese che si chiama Alastair Siddons. La première è al Tribeca questa settimana. In verità la grande première sarà sabato a New York. E sarà trasmesso anche sulla HBO. È un grosso film in uscita su come la gente usa Inside Out in giro per il mondo. E poi l’altro film è un film su Wrinkles of the City, perché abbiamo già girato a Cartagena, Shangai, Los Angeles, ora a Berlino, e stiamo filmando il nostro progetto anche adesso. Ed è un progetto che sto ancora facendo. Quindi uscirà credo nel 2015.

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Quali sono i posti dove non sei ancora stato e dove vorresti andare per mettere su un’opera?

JR: Sai, è una domanda a cui non so mai davvero cosa rispondere perché più o meno vado sempre ovunque voglio. Per cui non ci sono davvero posti dove non sono stato o dove voglio andare. Vivo sempre il momento presente. Quando voglio andare da qualche parte, ci vado. Certo ci sono ovviamente molte città che non ho visto ma non sono veramente ansioso per questo. Le vedrò presto.

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. Basil Daniel ha detto:

    Negli anni successivi JR ha proseguito con questa forma particolare di espressione, fotografando le facce di persone comuni in giro per il mondo ed esponendo i ritratti per le strade, sui muri e sui tetti di edifici e abitazioni. Nel 2007 il progetto Face 2 Face, con i ritratti di israeliani e palestinesi incollati uno a fianco all’altro sul muro costruito per separare i due popoli, in otto città diverse. E poi The Wrinkles of the City l’anno successivo, Women Are Heroes – ritratti di donne esposti in città, favelas, strade, bidonville e villaggi di cinque continenti – e infine, nel 2011, il lancio di Inside Out.

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