Sul metodo SIC – Scrittura Industriale Collettiva

Oggi è il 25 aprile e tutta l’Italia resistente celebra la Liberazione. Noi abbiamo scelto di farlo parlando di In territorio nemico (minimum fax, 2013), primo romanzo scritto col metodo SIC, da 115 autori. Qui sotto vi proponiamo la riflessione che i due fondatori del metodo, gli scrittori Gregorio Magini e Vanni Santoni, hanno fatto in occasione del secondo appuntamento di Costruire storie, poi confluita nel nostro ebook #costruirestorie.
Presenteremo 
In territorio nemico a Siena il 28 maggio, alle 18, presso la Libreria La Zona.

di Gregorio Magini e Vanni Santoni

Genesi della SIC

 Oggi tutto ciò che concerne la cosiddetta “produzione di contenuto”, va nella direzione della condivisione e della produzione collettiva. La nostra sensazione era dunque che anche la letteratura dovesse provarci. L’idea di dedicarci a un progetto di scrittura collettiva è venuta innanzi tutto dalla nostra idea della letteratura come fatto sociale: ci siamo formati lavorando a una rivista autoprodotta, e quindi per noi era normale cercare l’interazione tra autori. Da questa necessità, e dalla nostra esperienza in altri ambiti di produzione collettiva di contenuto, quali giochi di ruolo e software libero, nacque il primo embrione SIC.
Da un punto di vista tecnico, invece, il metodo SIC nasce dalla volontà di superare la scrittura collettiva “a staffetta” – quella, per intenderci, dove ognuno scrive un pezzetto e poi “passa la mano” – e dare vita invece un metodo di scrittura veramente collettivo, che permettesse la produzione di opere coerenti e la partecipazione di tutti gli scrittori a tutte le parti dell’opera.
L’inserimento del termine “Industriale” nel nome era innanzitutto una provocazione verso gli oppositori “a priori” della scrittura collettiva, in particolare coloro che, rifiutandosi di vedere nella scrittura collettiva la possibilità di un’arte diversa dalla scrittura individuale, contestavano una sua presunta “spersonalizzazione” del gesto artistico, ma in realtà essa rimanda anche all’effettiva divisione del lavoro prevista dal metodo SIC.

Metodo SIC

I principi chiave del metodo SIC sono la divisione del lavoro, su cui spicca la distinzione tra chi crea i materiali testuali – gli Scrittori – e chi coordina e compone, ma non è autorizzato a scrivere una sola parola – i Direttori Artistici) e la scomposizione della narrazione nei suoi elementi costitutivi, tramite schede (personaggio, luogo, situazione, etc.) che solo successivamente vengono ricomposte. Ogni scheda viene infatti compilata individualmente da tre o più Scrittori; il DA ritira le schede individuali e le compone, dopo di che rimanda la scheda definitiva agli Scrittori, che la leggono e la fanno propria. Prima si realizzano le schede degli elementi strutturali, come ambientazione e personaggi, e successivamente si passa alle schede della stesura vera e propria.
Il processo di composizione è la principale invenzione del metodo SIC: consiste nel prendere le parti migliori e più coerenti di ogni scheda individuale e di comporle, appunto, tutte insieme, in modo da ottenere una scheda cosiddetta “definitiva” di qualità superiore alle singole individuali.
Il metodo è stato rodato tramite la realizzazione di racconti. Il primo, Il Principe, è servito a testare gli strumenti base – schede personaggio, schede luogo e schede stesura; col secondo, Un viaggio d’affari, oltre che approfondire detti strumenti, abbiamo testato il metodo sui contenuti simbolici; col terzo, Alba di piombo, abbiamo lavorato su una storia lunga e con un gran numero di personaggi e luoghi; col quarto, Notturni per ipermercato, abbiamo testato il metodo senza il lavoro dei suoi fondatori – anche la direzione artistica era affidata a uno scrittore SIC reclutato attraverso il sito. Gli esiti possono essere giudicati direttamente dai lettori dato che tutti i racconti – questi quattro e gli altri quattro prodotti successivamente – sono reperibili e leggibili sul nostro sito. Allo stesso modo, chi volesse approfondire il metodo, può trovare un manuale dettagliato a questo indirizzo: http://www.scritturacollettiva.org/documentazione/manuale-di-scrittura-industriale-collettiva

Industriale e collettiva

Scriveva Michele Marcon (tra gli autori SIC) su Finzioni: “[…] a pensarci bene l’aspetto più interessante della SIC non è tanto il fatto che sia Collettiva, ma è il suo essere Industriale. Ovvero: tu che credi di essere un (grande) autore chiuso nella tua stanzetta, e ti fai un sacco di pippe mentali mentre scrivi un (grande) romanzo rivoluzionario che probabilmente non leggerà mai nessuno (e che altrettanto probabilmente rimarrà un tentativo velleitario). Ecco, tu non sei più nessuno. Tu non esisti più. Tu, stereotipo del (grande) autore, oggi sei un operaio che insieme ad altri operai deve collaborare per riuscire a realizzare un prodotto. Certo, questo prodotto non è mica un prodotto qualsiasi, ma è un’opera dell’intelletto – che dico – degli intelletti!”
Partendo da questo spunto, la nostra opinione è che si debbano distinguere due aspetti dell’autorialità: l’autore come idea dello scrittore e l’autore come idea del lettore. Il primo è un marchio di legittimità: io scrittore scrivo così tanto e/o così bene da aver conseguito la patente di parola, che è appunto il titolo di autore. L’autore è uno scrittore con bonus: mentre la dimensione dello scrittore è la scrivania, l’autore si rivolge alla società, è una voce nel dibattito della società civile. Questa proiezione all’esterno dell’autore è in contraddizione con la vocazione dello scrittore, che è quella di mantenere un rapporto di comunicazione con se stesso e con i fantasmi dei lettori.
L’autore, dal punto di vista del lettore, è qualcosa di più. Vale il discorso dell’autore come autorità, ma subentra una questione più connessa all’opera, che è l’idea dell’autore come principio ordinatore del testo. L’autore, per il lettore, è soprattutto quella figura ideale che trasforma uno sciame di lettere in un discorso di senso compiuto, di più, in una storia, ancora di più, in una storia che vuole dire qualcosa e quello che vuole dire è importante.
Un’impresa collettiva si rapporta in modo diverso ai due aspetti. Il primo cambia completamente senso, è sabotato. Chi lavora a un’opera collettiva non sa che cosa sta dicendo, non può quindi prendersene la responsabilità, quindi né colpa né merito. La sua voce si è persa nella sintesi dell’opera collaborativa. Alla società civile arriva qualcosa scritto da cento persone, che è come dire, non si sa da chi. L’opera è senza contesto, è indifesa. Ma, allo stesso modo, è indifesa la comunità che la riceve. Foucault sosteneva che l’autore non sia in sostanza che il filtro della parola, il congegno di contenimento del suo potere dirompente. L’opera collettiva, secondo questo punto di vista, dirompe di più.
Diverso è il discorso del rapporto tra lettore e autore. Poiché per il lettore l’autore è il principio ordinatore dell’opera, è secondo noi necessario, in un’opera collettiva, riprodurne le caratteristiche. Il lettore deve poter interloquire con qualcuno. Se questa persona non esiste, deve essere simulata. L’importanza data nel metodo SIC alla coerenza del risultato finale, e quindi alla revisione, ha proprio la funzione di riprodurre “in vitro” le caratteristiche “naturali” dell’autore.

Il “Grande Romanzo Aperto SIC”

L’obiettivo ultimo del progetto, fin dalla nostra prima dichiarazione d’intenti scritta nel 2007, rimaneva comunque quello di scrivere un romanzo a moltissime mani “che fosse innanzi tutto un buon romanzo”.
Inizialmente le mani avrebbero dovuto essere 100 (50 autori), poi, grazie alla visibilità ottenuta dal progetto sulla stampa nazionale, siamo riusciti a raggiungere i cento scrittori e, dunque, le famose 200 mani. 
“Grande Romanzo Aperto SIC” è il nome di lavorazione che utilizzavamo ad opera in corso. Il libro, che sarà un romanzo storico ambientato nell’Italia occupata dai tedeschi, si intitolerà In territorio nemico. I lavori sono cominciati nel febbraio 2009 (la scrittura è iniziata ufficialmente il 25 aprile 2009) e si sono conclusi nel luglio 2012.
Era inoltre nostro desiderio che il “Grande Romanzo”, a differenza dei racconti scritti fino a quel momento col metodo SIC, non si basasse su un’idea di storia decisa da noi o da uno dei coordinatori, ma su un soggetto originale stabilito collettivamente dai partecipanti.
Abbiamo dunque chiesto agli scrittori di inviarci storie e aneddoti di fatti accaduti a loro parenti o conoscenti durante la Seconda Guerra Mondiale in Italia. Potevano inviare quello che desideravano, l’importante era che si trattasse di storie tramandate per via orale. L’iniziativa ha avuto successo e abbiamo ricevuto dagli iscritti oltre 200 pagine di materiali di ogni genere, con un’ampia distribuzione geografica. Ovviamente partigiani, tedeschi, fascisti e alleati facevano la parte del leone ma c’era di tutto: storie di bombardamenti, di salvataggi rocamboleschi, di viaggi disperati, di incontri fortuiti, di lavoro nelle fabbriche di armamenti, e poi francesi, gallesi, marocchini, indiani, anarchici, monarchici, preti, massoni, anziani, bambini, disabili, ragazze in fiore, energumeni… Sulla base di questi aneddoti abbiamo elaborato il soggetto: si tratta di un romanzo storico che racconta le tre storie parallele di un ufficiale di marina sbandato dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, che sceglierà di unirsi alla Resistenza, di sua sorella, rimasta sola e in gravi difficoltà in una Milano bombardata, e del marito di lei, che trascorre tutta la guerra imboscato in un solaio in campagna, dove perde progressivamente la ragione.
A livello tecnico, sono stati necessari alcuni accorgimenti: i cinque racconti scritti fino a quel momento con il metodo SIC avevano infatti avuto una media di 7-8 autori. Dopo aver valutato e scartato molte ipotesi, come il ricorso a sottogruppi che lavorassero con un wiki, abbiamo deciso di organizzare il lavoro attraverso un sistema di prenotazioni: ogni scheda del Grande Romanzo SIC ha avuto da 4 a 10 posti disponibili a seconda dell’importanza, con gli scrittori invitati a prenotare, in ogni fase, un numero minimo e un numero massimo di schede, in modo da avere una distribuzione ottimale del carico di lavoro. Abbiamo quindi preparato un calendario delle consegne per scaglionare il lavoro di composizione dei Direttori Artistici. Ogni settimana rendevamo aperte alla prenotazione alcune schede; nel frattempo ricevevamo dagli scrittori le individuali scritte la settimana precedente e le passavamo ai DA per la composizione. Una volta composte, le schede definitive venivano inviate in mail a tutti gli scrittori e pubblicate sul sito, in un archivio sempre accessibile agli autori.
 L’organizzazione del lavoro è stata rigorosa ma lineare: abbiamo scelto di usare come strumento principe la e-mail, il più “primordiale” degli strumenti web, sia per una questione di accessibilità al progetto che per semplicità di archiviazione e gestione dei materiali. Con questa catena di prenotazione, scrittura e composizione, in media ogni settimana sono state prodotte 4 schede definitive.

Perché un romanzo storico

Riprendendo in parte quanto scritto nel nostro saggio Affinità elettive, quando, dopo due anni di sperimentazione, abbiamo deciso di portare l’esperienza SIC verso il suo compimento, ovvero la scrittura di un romanzo a duecento mani, la scelta di lavorare su un romanzo storico è venuta naturale per una serie di ragioni:

1) Affinità metodologico-strutturali tra romanzo storico e testi scritti col metodo SIC. All’inizio dei lavori, fummo colpiti da un’analogia: dal momento che lavorare a un romanzo storico significa anche lavorare con un sistema di fonti, si poteva dire, estremizzando, che ogni romanzo storico è già, per definizione, “scrittura collettiva”. Il metodo SIC, d’altra parte, si fonda sulla creazione di sistemi di fonti (letterarie), infatti porta tutti gli scrittori sullo stesso vettore narrativo tramite un continuo rimando alle schede definitive. È creando insieme i personaggi definitivi, e poi i luoghi, e poi le schede trattamento, che gli scrittori si allineano tra loro e trovano la necessaria visione condivisa. Questo lavoro non è del resto soltanto un workflow “a scorrimento”: le schede rimangono, e durante il lavoro sulla stesura gli scrittori sono tenuti a fare riferimento a quanto scritto nelle schede personaggio, luogo e trattamento definitive. Le schede dunque costituiscono il punto di riferimento principale degli scrittori. Di più: il loro complesso definisce il campo d’azione del romanzo, in un modo non dissimile da come la scelta di un determinato set di fonti storiche definisce il campo d’azione di un romanzo storico.

2) La “resa” della scrittura collettiva nell’avventuroso e la resa dell’avventuroso nello storico. Durante il lavoro su Alba di piombo, il quarto racconto SIC, quasi una boutade nel suo affrontare gli anni di piombo con gli stilemi dell’action movie hollywoodiano, avevamo notato come il lavoro collettivo, per il principio quantitativo di cui sopra, capace di valorizzare l’idea migliore, il particolare più gustoso, l’effetto più scenico, i comprimari più caratterizzati, in una continua dialettica tra archetipo e variazione sul tema, si prestasse particolarmente alle narrazioni avventurose. Ci piace pensare che con la scrittura collettiva si avveri in letteratura l’affermazione semiseria che Eco riservava a Casablanca, ovvero che “quando tutti gli archetipi irrompono senza decenza, si raggiungono profondità omeriche” e “…proprio perché gli archetipi ci sono tutti […] si può giocare sullo spettatore il fascino dell’intertestualità”. Partendo quindi dall’idea di scrivere un romanzo avventuroso, il passo successivo è stato quello di renderlo anche storico. Il romanzo storico nasce del resto come romanzo avventuroso, con l’Ivanhoe di Walter Scott, mentre tentare il “romanzo avventuroso di ambientazione contemporanea” ci avrebbe portati inevitabilmente a sforare in altri generi come il reportage o la letteratura di viaggio, ipotesi inattuabili in termini di scrittura collettiva, a meno che tutti gli autori non abbiano vissuto la medesima esperienza.

3) Il significato del romanzo storico per il lettore contemporaneo. È sufficiente entrare in una libreria e dare un occhio alla sezione dedicata per capire che il romanzo storico (e in particolare, oggi, l’historical thriller) è un’area in cui si concentra una quantità notevole della cosiddetta “narrativa popolare”, non poca della quale di impronta smaccatamente commerciale, ma, senza stare a fare liste della spesa, sarà evidente al lettore italiano che allo stesso tempo è un genere in cui si collocano anche svariati ottimi libri. Fedeli alla nostra dichiarazione d’intenti, uno dei punti della quale era “scrivere un buon romanzo, oggi”, abbiamo rifiutato l’idea secondo la quale non esisterebbe un territorio tra letteratura “alta” e “bassa” e anzi deciso di sfruttare la doppia natura del genere per scrivere un libro che fosse godibile per il lettore medio senza rinunciare a contenuti complessi.

Al di là delle considerazioni di ordine pratico – non c’è bisogno di troppe spiegazioni per capire che un romanzo introspettivo scritto collettivamente sarebbe più rischioso di un romanzo storico – la scelta è scaturita anche dalla convinzione che il genere abbia un potenziale in parte inesplorato, un pubblico vasto e interessato e una capacità di parlare al lettore di oggi anche superiore, sotto alcuni aspetti, a quella del romanzo di ambientazione contemporanea. Scrivevamo nel marzo 2009, mentre il romanzo muoveva i primi passi: “Quando abbiamo deciso di impegnarci nella scrittura di un romanzo collettivo così partecipato, ci siamo chiesti quale fosse il tema, il genere, il tipo di romanzo che meglio poteva giovarsi di duecento cervelli al lavoro. Abbiamo subito pensato al romanzo storico: la mole di documentazione storiografica che richiede, nonché la coralità della narrazione e la molteplicità dei punti di vista che ben gli si addicono, trovano certo più facile conseguimento in molti, piuttosto che individualmente. Inoltre, un romanzo storico è tipicamente ponderoso e non necessita, anzi quasi rifugge, arditezze stilistiche.”

4) La necessità di un soggetto scritto dagli autori. Nel succitato, precedente tentativo di romanzo SIC, un lavoro a “sole” 12 mani, poi accantonato ma comunque utile per testare i limiti del metodo, avevamo riscontrato la necessità di avere un soggetto chiaro da subito: il processo di scrittura collettiva tendeva ad arenarsi o comunque a trovarsi in difficoltà quando c’era da decidere in corso d’opera uno snodo importante.
Questa necessità di un soggetto da cui partire andava però a scontrarsi con la nostra volontà di rendere collettiva l’intera filiera produttiva del romanzo. Lanciare un bando per proposte di soggetto agli iscritti non avrebbe risolto il problema, dal momento che ne avremmo comunque dovuta scegliere una, ma con la scelta del romanzo storico si è aperta una terza opzione, quella del bando per aneddoti. All’inizio non ci rendevamo conto che vi avremmo trovato la soluzione del problema della “collettivizzazione” del soggetto: l’idea di chiedere a tutti gli iscritti di inviare i propri aneddoti storici era nata per trovare elementi originali da inserire nel romanzo; visto però il periodo scelto, quello dell’occupazione tedesca in Italia e della Resistenza, un momento della storia d’Italia riguardo al quale parole come storia e memoria hanno una valenza particolarmente profonda, nonché l’ultimo periodo in cui lo “straordinario”, sia in senso positivo che negativo, ha attraversato la vita di tutti gli italiani, siamo stati letteralmente sommersi di aneddoti, alcuni dei quali di grande interesse, e abbiamo capito che sarebbe stato possibile scrivere il soggetto interamente a partire da quelle storie.
Solo dopo aver raccolto gli aneddoti abbiamo recuperato la documentazione ufficiale: in pratica abbiamo temporaneamente anteposto le nostre fonti a quelle ufficiali; il lavoro dei DA, e la natura stessa del metodo, che di volta in volta seleziona i contenuti migliori, ha permesso di scremare con facilità quanto presentava problematiche di ordine storico, lasciando però ogni scrittore libero di immaginare la propria “visione della storia”.

5) Letteratura resistenziale e romanzo di avventura. La scelta del periodo ha dato infine origine a una importante motivazione “di seconda generazione”: in Italia, la letteratura resistenziale – ossia una letteratura che parlasse del periodo della resistenza armata al nazifascismo – è stata a lungo al centro di un dibattito sulla possibilità che venisse scritto un libro (un romanzo) che potesse contemporaneamente descrivere la totalità di quel periodo storico, e cogliere lo “spirito” dell’epoca. Il giudizio comune è che questo libro non è mai stato scritto (con l’importante eccezione dell’opinione di Calvino, che lo aveva individuato in Una questione privata di Fenoglio), benché la letteratura resistenziale italiana sia un genere che conta migliaia di titoli, e veda l’impegno di molti dei più importanti autori italiani del secondo dopoguerra (Vittorini, gli stessi Calvino e Fenoglio, Eco, ecc). Questo fatto è stato non di rado sentito come un “fallimento” per la letteratura italiana, specie in un’epoca in cui, fino ai primi anni Settanta, l’impegno letterario era vissuto dai più come una declinazione della militanza culturale e politica dell’intellettuale a favore della costruzione di una società più “giusta”. In particolare, è stato vissuto come penosa contraddizione il fatto che la Resistenza abbia potuto dare luogo alla sintesi democratica della Costituzione Italiana, mentre a livello letterario, nonostante siano state prodotte molte valide opere, non si è vista alcuna sintesi paragonabile.
Oggi quel dibattito sembra molto lontano. Il periodo postmoderno, dai più considerato chiuso, si frappone come una cesura irrimediabile che rende impossibile considerare con ingenuità o fiducia concetti come “verità storica” e “grande romanzo”. In ambito italiano, un effetto indotto di questo è stata la relativa “inavvicinabilità letteraria” del periodo della Resistenza, se non per storie più individuali e intimiste. D’altro canto, l’ingresso della narrativa popolare nell’ambito della letterarietà è osteggiato ormai solo da pochi nostalgici, anche grazie agli strumenti di lettura della cultura popolare (e pop) messi a punto in decenni di analisi e destrutturazione. Ciò permette l’emersione di un fatto, a lungo ignorato, che oggi appare di assoluta evidenza, ovvero che il periodo dell’occupazione tedesca e della Resistenza è stato, ferma restando tutta la sua tragica portata, un periodo di grandi avventure: dunque, senza ambire a realizzare quella sintesi mancata anche dai grandi, crediamo che sia possibile almeno fare buon uso del “potenziale avventuroso” del periodo, e che la molteplicità dei punti di vista intrinseca alla scrittura collettiva possa aiutare a inquadrare il periodo con “gli occhi della memoria”.

I numeri di In territorio nemico

I partecipanti al progetto sono circa 114, il che ci permette di affermare con discreta certezza che In territorio nemico è il romanzo col maggior numero di autori mai pubblicato. Diciamo “circa” perché allo stato attuale non sono conteggiati alcuni revisori. Per ruoli, si dividono così: 2 direttori di produzione, 8 direttori artistici, 71 scrittori, 26 revisori, 14 traduttori (per i dialoghi in dialetto), 42 “aneddotisti” (cioè partecipanti che hanno inviato aneddoti per la costruzione del soggetto). La somma non è 112 perché molti hanno avuto più ruoli. Non hanno certo lavorato tutti a tempo pieno, perché i lavori sono stati dilazionati al ritmo di un calendario in cui ognuno poteva scegliere piuttosto liberamente la quantità e l’intensità del lavoro che intendeva svolgere, ma siccome sono state prodotte quasi mille schede individuali (i “mattoncini” di un’opera SIC), possiamo affermare non c’è stato giorno, negli anni di lavorazione, in cui qualcuno, da qualche parte, non abbia messo mano a In territorio nemico.
Considerando anche le schede aggiuntive che è stato necessario far scrivere e comporre a integrazione dell’editing, siamo a circa 4000 pagine complessive di testo per 924 schede individuali (più 200 pagine di aneddoti e documenti originali), 6 versioni del soggetto, 24 schede personaggio definitive, 35 schede luogo definitive, 18 schede trattamento definitive, 95 schede stesura definitive, 9 schedoni revisione e 6 ritiri di revisione.

5 commenti Aggiungi il tuo

  1. Valentina ha detto:

    L’ha ribloggato su Pensieri nella Nuvolae ha commentato:
    Oggi scopriamo il metodo SIC – Scrittura Industriale Collettiva con un bel post del blog 404:file not found.

  2. Ivan B. Morales ha detto:

    R: In territorio nemico è un romanzo storico ambientato nell’Italia occupata dai tedeschi; uscirà il 25 aprile per minimum fax e, sì, costituisce il culmine del lavoro di questi anni, dato che l’obiettivo ultimo del progetto, fin dalla prima dichiarazione d’intenti scritta nel 2007, era quello di scrivere un romanzo a moltissime mani “che fosse innanzi tutto un buon romanzo”. Inizialmente le mani avrebbero dovuto essere 100 (50 autori ), poi, grazie alla visibilità ottenuta dal progetto sulla stampa nazionale, siamo riusciti a raggiungere i centoquindici scrittori e, dunque, le famose 230 mani, cosa che ne fa anche il libro con più autori al mondo. I lavori sono cominciati nel febbraio 2009 (la scrittura è iniziata ufficialmente il 25 aprile 2009) e si sono conclusi nel luglio 2012. I partecipanti al progetto sono 115, il che ci permette di affermare con discreta certezza che In territorio nemico è il romanzo col maggior numero di autori mai pubblicato. Per ruoli, si dividono così: 2 direttori di produzione e compositori, 8 compositori, 71 scrittori, 26 revisori, 14 traduttori (per i dialoghi in dialetto), 42 “aneddotisti” (cioè partecipanti che hanno inviato aneddoti per la costruzione del soggetto). La somma non è 115 perché molti hanno avuto più ruoli. Non hanno certo lavorato tutti a tempo pieno, perché i lavori sono stati dilazionati al ritmo di un calendario in cui ognuno poteva scegliere piuttosto liberamente la quantità e l’intensità del lavoro che intendeva svolgere, ma siccome sono state prodotte quasi mille schede individuali (i “mattoncini” di un’opera SIC), possiamo affermare non c’è stato giorno, negli anni di lavorazione, in cui qualcuno, da qualche parte, non abbia messo mano a In territorio nemico.

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