Diario da Atene – capitolo 2

di Anna Giulia Della Puppa

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Anna Giulia Della Puppa è nata a Trieste nel 1987. Si è laureata in Filologia romanza a Bologna, ha frequentato alcuni corsi presso la Scuola Holden, è laureanda in antropologia sociale all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Attualmente si occupa soprattutto di antropologia dello spazio, dei disastri e del conflitto urbano. Questo è il secondo capitolo del suo diario di campo da Atene, dove sta svolgendo ricerche sulle conseguenze socio-culturali della crisi economica in Grecia. Qui si possono leggere il prologo e il primo capitolo.

12 Aprile, ore 13.45
Parko Nabarinou, Exarchia

Atene è una città in cui i quartieri sono un modus vivendi.
Io vengo da una piccola città, e non so se tutte le metropoli, in questo, sono uguali.
Le persone scelgono come essere, e indossano un quartiere; le persone che lo abitano, i suoi locali.
Io sceglierei e risceglierei Exarchia per tutta la vita.
C’è un sole particolare, un calore particolare. Le strade pedonali, o teoricamente tali, emanano un calore che altrove non si trova.
Gli occhi che incontri sono diffidenti, e bellissimi.
Ancora di più quando la diffidenza si scioglie in complicità.

Ho vissuto questo quartiere per quasi due anni.
Se ripenso al microcosmo di quei giorni, mi sembra di ripensare ad un sogno.
Rimane il ricordo del suono delle pietre nel silenzio della strada. Rimane la sensazione che tutto fosse possibile, che ce lo stavamo prendendo.
Finché è durato, è stato un bel gioco.
Ieri sono uscita con un amico, Petros. Fa l’operatore cinematografico e il regista di documentari.
Ci siamo dati appuntamento qui, ed io, al solito, ho fatto tardi. Lui no, ha studiato in Danimarca, e gli effetti, sulla percezione del “timing”, sono evidenti. Da quando esco di casa a quando arrivo a Exarchia (mai più di 20 minuti, e stavolta, ho pure preso i mezzi!) mi ha già chiamata tre volte: “Ma dove cazzo sei?!”
“Arrivo!”
Ovviamente invece no.  Lo trovo, solo dopo averlo richiamato al telefono, in un bar con un suo amico.
Mi racconta che ha girato un Mocu sulla crisi.
Persone varie, che ne parlano al bar. Uno spaccato di realtà che si vede spesso.
Il messaggio è che la miseria la vedi se la cerchi; che la crisi non è miseria, ma la difficoltà di andare avanti.
Lo dice come lo direbbe un artista, da lontano e guardandomi negli occhi. Un po’ mi sento affascinata, mi sembra persino bello.

Mentre beviamo i nostri caffè (io freddo, lui un cappuccino) lo chiamano per un lavoro importante, ad Andros. Lo pagheranno bene, e dovrà partire il giorno dopo.
“Non esiste la crisi!” mi dice sorridendo.
Penso che anche questo sia un pezzo di realtà, il fatto che la struttura, poi, infine, non ha nulla a che vedere con i soggetti. Non sempre, almeno. Non per tutti, e comunque per ciascuno in modo differente.
Penso, anche, a quale sia la differenza, infine, tra i nostri lavori. Io non posso, non riesco a guardare da fuori. Mi fa soffrire. Lui ne gode, o più semplicemente, sta placido in questa constatazione.

Mi viene in mente “il cielo è sempre più blu”.
Forse la mia tesi l’ha scritta già Rino con quella canzone.
Tu vivi, il cielo è un’altra cosa.

Frammento sparso

Se dovessi dire adesso, in questi giorni, come mi sembra la vita ad Atene “oggi” durante la crisi, direi che la sensazione più evidente sia la rassegnazione.

La miseria non è qualcosa di sconvolgente, che colpisce come un pugno. È più subdola, come le polveri sottili che fanno venire il cancro. Non te ne accorgi. La città c’è. Il traffico c’è, la gente va al lavoro, beve il caffè nei bar e per strada, fa la spesa. La vita continua più precaria e incerta. Più difficile. Se dovessi dire cosa mi pare faccia la crisi, alle persone che ho incontrato, direi che gli fa una ruga in più, in mezzo alla fronte. Una difficoltà in più con cui fare i conti, che magari rende la vita più concreta. Meno leggera.

Certamente c’è chi ha perso tutto. C’è chi vive per strada.
C’è anche chi, nelle belle ville di Koropì, però, continua la sua vita sontuosa come prima.

Il padre di L. ha 65 anni. Ha fatto il professore di latino e greco per tutta la vita. Da circa 3 anni è in pensione e da lezioni private ai figli dei ricchi. Va a casa loro e insegna loro cose per cui non hanno alcun interesse. K., sua moglie, dice che, a volte, lo trattano pure con irriverenza.

Lei ha circa 55 anni. È sempre stata casalinga. Vivono a Chalandri, un quartiere residenziale del nord di Atene. Si è occupata dei suoi figli finchè anche il piccolo, Ko., che ha un anno meno di me, è andato a Volos a studiare architettura, poi ancora di L., sebbene lei non lo ammetterebbe mai, nei difficili anni in cui, finita l’università a Salonicco, è tornata ad Atene.

Un po’ per gioco, faceva ghirlande tradizionali con stoffe e lamine metalliche, che venivano vendute ai turisti negli shop dei musei.
Dall’anno scorso lavora tutti i giorni in un call center per 300€ al mese.

Ko. è tornato a casa, dopo laureato, perché non poteva più essere mantenuto a Volos. Per questo si è anche lasciato con la sua ragazza. Adesso studia tedesco per un tirocinio in uno studio di Berlino in cui l’hanno preso a partire da quest’estate.

L. ha studiato economia, con un master in gestione delle risorse ambientali. Vive da sola da un annetto. Condivide una casa più vicina al centro con altre ragazze. Non ha lavorato per molto tempo, dopo essere stata licenziata dalla losca ditta italogreca di pannelli fotovoltaici per cui ha fatto da segretaria per circa un anno a 600€ al mese per 10, a volte 12 ore di lavoro al giorno. Adesso fa la cameriera in un bar a Kolonaki dove le hanno detto che deve vestirsi bene e sorridere ai clienti.

Questa è la crisi. Andare avanti.

Su un’aiuola verso Exarchia c’è scritto: “terrorismo è cercare lavoro”.

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Filippo ha detto:

    “sebbene” vuole il congiuntivo: “sebbene non lo ammetta” oppure “anche se non lo ammetterà mai”

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