Esercizi di scrittura crudele: Il diciottesimo compleanno

di Silvia Costantino

180_cover_Romagnoli_front

Ho recentemente avuto occasione di leggere il romanzo d’esordio di Riccardo Romagnoli, Il diciottesimo compleanno, pubblicato da Transeuropa nel 2012. In copertina, che raffigura sul fronte un’immagine cupa di corpi in dissolvenza e sul retro un uomo nudo con una maschera di coniglio, spicca un bollino nero che racchiude la scritta «un viaggio visionario e terribile verso la maturità». La quarta di copertina riporta un piccolo paragrafo del romanzo, la seconda azzarda una sintesi-commento forse necessaria per iniziare la lettura:

È arrivato, infine, il giorno del diciottesimo compleanno di Matteo.
A festeggiarlo, una piccola cena che vorrebbe farsi festa. Sono presenti i suoi genitori Anna e Luciano, stanchi e silenziosi. Stanno per arrivare anche i suoi due unici amici, Leo e Luisa.
Nell’attesa, la mente di Matteo risale indietro a ripercorrere dal principio, uno dopo l’altro, gli anni della sua vita.
È l’affresco di un apprendistato esistenziale che passa attraverso la conoscenza del proprio corpo, la lettura, la scoperta solitaria della città – una Roma spettrale e minacciosa – l’incontro con alcuni esseri umani, goffi tentativi di sentimenti.
[…]

Io, come al solito, non ho letto né quarta né seconda, sono partita direttamente dalle prime parole del romanzo: «Piscio e mangio così io penso e fotto, mi spurgo e sbadiglio, come fossi un gibbone reale e una pulce d’acqua bestemmio». Le prime due righe del romanzo riassumono molto dell’intero: la lingua, artificiale, elaborata e diretta; il contenuto, una bestialità animale spesso cruenta, sempre disturbante.
La costruzione del romanzo di Romagnoli è un continuo alternarsi di tempo presente e flashback degli anni della sua vita fino al diciottesimo, quello in cui il protagonista, Matteo, sarà libero, a suo dire: libero dall’odio che prova nei confronti della madre e del padre, assenti in due modi diversi (Anna aerea e opprimente, Luciano silenzioso e in disparte), dalle costrizioni di un’età che a loro lo subordina, libero di seguire il proprio destino, secondo la frase fatta per cui a diciotto anni si fa quel che si vuole.
Mentre attende che la sua cena di compleanno venga messa in tavola, Matteo dunque ricorda: la sua nascita e la nascita della madre, le sue prime fughe dentro il labirinto romano, l’incontro con i suoi due unici amici Leo e Luisa e il percorso di formazione – o meglio: di distruzione – che intraprenderà insieme a loro.
Il romanzo è tutto incentrato sul sesso, sulla copula. La frase in quarta di copertina è riferita al momento in cui, a otto anni, il ragazzino Matteo si trova ad assistere dall’alto alla scena descritta in quarta di copertina:

Cominciarono a emergere tra le rovine corpi che fermentavano, artigliati l’un l’altro, privi di parola e di suono se non quello ripetuto dei treni, gorgoglii di viscere affamate. E per ogni tana, per ogni coppia, un silenzioso custode più in alto.

Uno spiazzo pieno di coppie intente a scopare (sarebbe ipocrita e difficile utilizzare perifrasi delicate, perché la delicatezza è quasi sempre assente): una specie di macro-scena primordiale in cui il bambino vede non i genitori, ma delle figure a loro pari, riprodursi, accoppiarsi, compiere il gesto fondativo del genere umano. Non a caso il primo flashback non è memoria reale, è il “ricordo” della propria nascita, della gravidanza della madre, del suo concepimento, dell’incontro tra Anna e Luciano e del concepimento di Anna, in una spirale a ritroso che non ha niente di romantico e tutto di carnale. La madre di Matteo lo rifiuta a lungo, amando in vece sua il gemello mai nato, e al momento in cui decide di accettarlo, lo nutre. Il cibo, insieme al sesso, è un altro aspetto fondamentale del libro, che si concluderà in una “grande abbuffata” tognazziana (dall’esito drasticamente diverso): Matteo e Leo prima, Matteo Leo e Luisa poi sembrano non curarsi di mangiare, di bere, di dormire, alimentati da un bisogno insaziabile di usare il proprio corpo, cercando la felicità (o l’estasi) attraverso un progressivo danneggiamento della propria forma esteriore. I ricordi dei diciotto anni di vita di Matteo sono tutti legati al sesso, alla sua scoperta, fino all’incontro con Leo che lo conduce all’estremizzazione di questa scoperta, maestro amante e “master” ma – sebbene più grande – totalmente paritario. La storia tra i due è molto più che una storia d’amore, è un racconto di conoscenza reciproca e condivisa che non esclude l’incontro con l’altro (si vedano i quindici anni, l’incontro con Ivan e l’iniziazione alla letteratura) ma che lo trasforma sempre in un laccio – un cordone ombelicale – che si può recidere in un modo solo. L’arrivo di Luisa non apporta niente di nuovo se non la presenza di una forma femminile, gli intenti sono gli stessi, la conclusione sarebbe forse stata la stessa: e tuttavia Luisa non è un personaggio superfluo, tutt’altro, la sua presenza implica nuove sperimentazioni e una nuova forma di conoscenza del reale – un femminile corporeo e lunare completamente differente da quello dell’unica altra donna di riferimento, Anna, la madre.
Non si può dire molto di più del romanzo, se non analizzandone i tratti stilistici: innanzitutto la lingua. Parlare di scrittura “onirica”, “sperimentale”, “barocca” tradirebbe il libro (e i miei gusti personali), per quanto tratti di tutte e tre le cose siano realmente presenti. Romagnoli utilizza un lessico ruvido, ma mai avaro, ricco anzi di metafore e similitudini che, se non fossero sempre perfettamente legate all’andamento del discorso, risulterebbero stucchevoli – e così non è. Il ritmo del romanzo non perde un battito, nella sua continua alternanza tra sistole e diastole, contratture del presente e aperture nel passato. Contrazioni come battiti cardiaci, o come i muscoli pelvici durante l’orgasmo. O durante il parto, ciò che il libro racconta. Il parto della nonna di Matteo, il parto della madre di Matteo, il parto di sé stesso di Matteo, che essendo una contraddizione in termini non può che risolversi in un totale annullamento.
Le contrazioni e dilatazioni sono su due livelli: quelle del presente e del passato, ma anche, in ogni capitolo, quelle del racconto serrato e delle improvvise aperture immaginifiche, momenti di agnizione e riconoscimento interiore. Non bisogna però pensare che il romanzo sia scritto con un registro antirealistico: a scene decisamente da incubo si affiancano in equilibrio vivissimi sprazzi di realtà, come la già nominata “scena primordiale” – che racchiude in sé sia lo straniamento del bambino sia la disillusione dell’adulto –, o il bellissimo passaggio del viaggio verso lo zoo con la transessuale abbagliante in metropolitana di fronte a madre e figlio, e la madre che, senza fiato, si chiede: «Ma è un uomo o una donna?». In questo senso si deve parlare di linguaggio ruvido ma ricco, per la capacità di esplorare senza timore degli eccessi gli aspetti più brutali e quelli più banali della realtà. E per quanto il romanzo si basi su una storia ai limiti della verosimiglianza, le esperienze narrate sono sempre terribilmente reali, anche quando spinte all’estremo.
È da notare quanto poco sia presente il dialogo: la comunicazione verbale è rarefatta, il passaggio di esperienze avviene tutto attraverso i sensi, il corpo è l’unico tramite possibile di conoscenza individuale e reciproca: ma il corpo è caduco, e fragile, e alla fine quello che rimane sono solo le parole.
Per concludere, vorrei spiegare perché ho letto questo romanzo: mi è stato consigliato – da lui, ad esempio, e da lui (che gli è, in certa misura, linguisticamente affine) – mentre cercavo autori e romanzi da invitare a un festival di letteratura omosessuale che si terrà a Siena nel mese di maggio. Il libro è in effetti categorizzato anche dal tag gay&lesbo nelle varie classificazioni su internet, e tuttavia, per quanto confusamente trovassi un nesso non legato semplicemente ai rapporti di Matteo con altri uomini, non riuscivo a identificare una chiave soddisfacente per questa classificazione. È forse Romagnoli stesso a fornirla, a pagina 118:

Omosessuale, sesso col simile. Omicidio, uccisione del simile anche se il significato e l’etimo riguardano invece l’uccisione dell’uomo ma l’uomo è il nostro simile. Niente è più simile a noi di noi stessi.

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. nan ha detto:

    bè se lo consigliano Vanni Santoni e Giorgio Vasta…..

    1. sarmizegetusa ha detto:

      a onor del vero io l’ho scoperto proprio grazie a lui, ero alla fiera di Roma e mi son detto andiamo a sentir cosa presenta Giorgio, ed era IDC.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...