Previously on Mad Men (2) – The importance of being Don Draper

di Salvatore De Chirico

Il countdown è giunto al termine: la sesta stagione di Mad Men parte stasera negli USA con un doppio episodio trasmesso in prima serata.
Dopo avervi parlato della ricostruzione storica della serie e dei riflessi sulla nostra società contemporanea, oggi proponiamo un profilo, necessariamente provvisorio, di Don Draper.

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Draper è tra i personaggi più complessi e affascinanti offerti dalla nuova narrativa seriale televisiva americana. Jon Hamm, con sguardo magnetico e sorriso malinconico da divo della Hollywood classica, ha dato vita ad un personaggio cult, capace di stregare diverse generazioni, uomini e donne, cinefili e non. Il protagonista di Mad Men non si limita a rappresentare un’epoca ormai lontana, ma la riporta in auge, ammaliando con il proprio stile di vita, i propri costumi e la controversa psicologia il pubblico di tutto il mondo.

Ciò che rende Draper un personaggio coinvolgente in grado di catalizzare l’attenzione mediatica è in primo luogo l’alone di mistero che sin dalle prime puntate circonda la sua identità. L’interesse si insinua con prepotenza nella mente dello spettatore, che dinanzi all’incapacità di comprendere i meccanismi mentali che ne provocano reazioni tanto imprevedibili quanto interessanti, si chiede: “Who is Don Draper?”.

In questo articolo proveremo a trattare il quesito senza pretendere una risposta univoca e definitiva, ma abbozzando un ritratto che restituisca la bellezza della complessità e della contraddittorietà di questo personaggio. Si tratta dunque di una rilettura delle prime stagioni partendo da alcuni aneddoti che, seppure permettano una parziale e frammentaria ricostruzione del background biografico del protagonista, non offrono una chiave di lettura che possa autorizzare la previsione di evoluzioni future.
Dunque, chi è Don Draper?

Don Draper è il direttore creativo della società pubblicitaria Sterling Cooper (in seguito Sterling Cooper Draper Price), personaggio liberamente ispirato a Draper Daniels, a sua volta direttore creativo del celebre pubblicitario Leo Burnett. Per la scelta del proprio protagonista il creatore della serie, Matthew Weiner, ha raccontato di essersi ispirato ad attori quali Glenn Ford, Rock Hudson, Tony Randall.
Il misterioso personaggio di Draper appare sin dalle prime battute un uomo riservato e taciturno, tanto da affermare, durante una cena di lavoro con sua moglie ed il suo capo, di non parlare di sé, in quanto segno di maleducazione secondo l’educazione impartitagli.

Gran parte delle informazioni che lo spettatore ricava su Don durante le prime stagioni non son frutto di sequenze dialogiche con altri personaggi, ma del ricorso a diversi flashback.
Il pilota della prima stagione inizia con un travelling all’interno di un bar affollato, che si arresta alle spalle di un uomo elegante, seduto da solo ad un tavolo, intento a scrivere alcuni appunti su un tovagliolo. L’inquadratura frontale successiva ci mostra il volto del nostro protagonista, Jon Hamm. L’uomo chiede a un cameriere di colore di accendergli una sigaretta, gli domanda quale marca di tabacco preferisca e perché, e infine ordina un “Old Fashioned”. Questa rappresentazione solitaria del personaggio, descritto nell’atto di fumare e bere alcolici, sarà reiterata per tutto l’arco narrativo della serie, rendendo la sigaretta un vero e proprio motivo visuale.

La raffigurazione cinematografica del fumo è caratteristica del celebre Humphrey Bogart, eroe archetipico della passività malinconica e dell’introversione sentimentale del cinema hollywoodiano. Il codice gestuale dei personaggi interpretati da Bogart è connotato da immobilità facciale e laconismo dei gesti. L’enfatizzazione della malinconia di Bogart è rappresentata proprio dalla sigaretta, protesi simbolica in grado di delimitare visivamente lo spazio dell’intimità e della solitudine, e, allo stesso tempo, con il suo rapido consumarsi, scandire una temporalità effimera, tipica dei sentimenti.
Il personaggio di Draper ricorda molto nella sua rappresentazione quelli di Bogart, ma la sua malinconia ha radici differenti che non afferiscono ad una sfera prettamente sentimentale, come cercheremo di comprendere nel prosieguo.
Nell’episodio introduttivo il direttore creativo osserva una medaglia di guerra con inciso il suo nome. Del passato di Draper non sono forniti numerosi elementi, ma si può desumere che appartenga ad una famiglia di umili origini e che lo status quo ottenuto sia merito esclusivo delle sue capacità. Egli incarna perfettamente l’ideale del self-made man della società americana: uomo ricco, colto ed affascinate, stimato dai suoi colleghi. Un vero eroe di guerra, sposato con una bellissima donna con la quale ha due figli (fino al termine della terza stagione). Alle apparenze abbiamo dinanzi una perfetta e felice famiglia americana, come quelle frequentemente rappresentate iconograficamente sui cartelloni pubblicitari. Tuttavia sin dalle prime sequenze il personaggio del pubblicitario mostra una forte inclinazione malinconica, arroccandosi nella propria solitudine, e seguendo una condotta moralmente criticabile, tra adulterio, tabagismo ed alcoolismo.

Don mostra una visione del mondo cinica e nichilista, come emerge da due differenti dialoghi della prima stagione.
Durante il pilota, Don è a cena con Rachel, una bella e facoltosa cliente dell’agenzia, cui chiede come mai non sia sposata. La donna risponde di non essersi mai innamorata. Allora Don replica dicendo:

“ “Non si sposa perché non si è mai innamorata”. Una volta l’ho usato come slogan per le calze. […] Ah, per amore lei intende quel fulmine che ti spacca il cuore, che non ti fa mangiare né lavorare, che ti porta di corsa a sposarti e a fare figli. Il motivo per cui non l’ha provato è che non esiste. Vede, quel tipo d’amore è stato inventato da quelli come me per vendere calze. […] La verità è che nasci solo e muori solo ed il mondo ti sommerge di regole per fartelo dimenticare, ma io non dimentico. Vivo senza guardare al domani, perché il domani non c’è.”


Un altro interessante scambio di opinioni si ha nell’ottavo episodio, tra Draper e Roy, un anticonformista presentatogli dalla sua amante Mitch. Il ragazzo critica duramente Don per il suo lavoro, accusandolo di vendere menzogne e creare falsi bisogni. Don risponde:

“Beh, mi dispiace, ma non c’è nessuna grande menzogna. Non c’è nessun sistema. L’universo… è indifferente.”

La difficile intelligibilità e l’ignoto passato di Don non coinvolgono solo lo spettatore, ma si riflettono anche all’interno dell’universo diegetico di Mad Men, per mezzo dell’impossibilità degli altri personaggi di relazionarsi a Draper.A supporto di questa tesi vi è la confidenza della moglie Betty a Peggy, all’epoca segretaria di Don, di non conoscere nulla del proprio marito, o il paragone che il collega Harry Crane ne fa con Batman.
I primi dubbi su una doppia identità si insinuano nello spettatore quando Don incontra sul treno un uomo che lo chiama “Dick Whitman”. Questo trova conferma in seguito con la visita del giovane fratello Adam, che riesce a rintracciarlo, dopo aver visto una sua foto sul giornale. Il ruolo di Adam è funzionale per la rivelazione della reale identità di Don Draper: il suo vero nome è Dick Whitman e suo padre, ormai morto, era un uomo violento.
Don rifiuta fermamente il tentativo di riavvicinamento del fratello, emblema di un passato che ritorna a galla, offrendogli dei soldi, a patto di non rivederlo più.

Un secondo tassello rilevante per ricostruire l’identità di Draper si ha nel dodicesimo episodio della seconda stagione, nel quale Don rende visita ad Anna, già presentata con un flashback nell’episodio sette.
Il personaggio di Anna è il deus ex machina che svela il mistero di Don Draper: questa è infatti la moglie del tenente Donald Draper, morto durante la guerra di Corea, con il quale Dick scambia la propria piastrina identificativa. In realtà, quindi, il nostro protagonista non è un integro eroe di guerra, ma un disertore.
Questa scoperta scalfisce l’integrità morale ed identitaria di Draper, ma permette allo spettatore di avvicinarsi al profondo malessere che vive l’uomo nel dover fingere ogni giorno della sua vita, con chiunque, di essere un’altra persona. L’unica a condividere questo segreto è proprio Anna che, una volta scoperto il raggiro, decide comunque di non denunciare l’uomo, diventandone invece l’amica più cara.
Il personaggio di Anna, nonostante le limitate apparizioni, è fondamentale perché raccoglie le rare esternazioni degli stati d’animo e dei pensieri di Draper, attraverso le sue stesse parole. Don, infatti, riconosce se stesso come Dick Whitman quando si relaziona alla donna.
A tal riguardo appare interessante soffermarsi sull’incapacità di Don di creare legami interpersonali sinceri: le altre persone reagiscono e rispondono di riflesso a quello che noi siamo. Don, agendo come impostore del reale Don Draper, in realtà non esiste realmente e dunque non permette una visibilità psicologica reciproca con gli altri personaggi.
Non è un caso che le uniche persone con le quali raggiunge un livello empatico tale da permettere un contatto emotivo sono la stessa Anna, dalla cui morte sarà profondamente segnato, definendola l’unica persona che lo conosce realmente, e successivamente Megan, con la quale vivrà un matrimonio diverso da quello precedente con Betty, rivelandole sin dall’inizio la propria storia.
Proprio in occasione dell’incontro con Anna l’uomo confida all’amica, e per mezzo di questa allo spettatore, la profonda inquietudine che lo attanaglia, mostrando una dualità interiore che va ben oltre la mera questione anagrafica:

“Guardo la mia vita, ed è lì. Continuo a bussare cercando di entrarci… ma non ce la faccio.”

Se il Draper californiano, attraverso il personaggio di Anna, riesce a confessarsi con sincerità, sondando più in profondità l’abisso della sua malinconia, poiché non costretto a recitare un ruolo diverso e a mentire sulla sua stessa persona, sembra fuorviante e limitante confinare le radici della complessità interiore e dell’ambiguità morale all’assunto della doppia identità. Asserire che il vero Don Draper sia Dick Whitman e che la falsità sul nome possa essere la causa della sua infelicità, significherebbe ridurre ad una pura dimensione circostanziale la crisi identitaria dell’uomo. L’impostura non può e non vuole risolvere o giustificare il problema etico e l’ambiguità morale di fondo che il personaggio racchiude al suo interno, ma appare un espediente narrativo al fine di rafforzare la dialettica valoriale della serie tra verità e menzogna.

Le radici del malessere di Draper sono, invece, di natura esistenziale e si inscrivono in un quadro sociale più complesso: il boom economico, la società dei consumi di massa, il mito del benessere e dell’opulenza, l’individualismo sfrenato, gli uffici impersonali all’interno di grattacieli alienanti, gli orpelli della borghesia, la calma apparente dei suburbs residenziali, il caos ed i pericoli della città metropolitana. Attorno all’uomo si crea un vuoto incolmabile, aggravando un senso di angoscia e di incomunicabilità relazionale. Questo rende un personaggio come Donald Draper assolutamente antonioniano, poiché sembra ispirarsi alle tematiche e alla psicologia della trilogia dell’incomunicabilità del maestro ferrarese (L’avventura, La Notte, L’Eclisse), realizzata proprio a cavallo degli anni Sessanta.

La profonda modernità non solo cinematografica, ma anche antropologica e filosofica del personaggio di Draper, appare così interessante agli occhi spettatori odierni, in quanto descrive di riflesso quel medesimo senso di vuoto e di solitudine, figli dell’incomunicabilità contemporanea. Seppur in un contesto differente, di proliferazione della comunicazione tecnologica nel web 2.0, l’impossibilità comunicativa converge nel paradosso dell’eccesso di comunicazione: poter comunicare in ogni momento senza dire nulla.


Letture consigliate:

AZOULAI Nathalie, Mad Men, un art de vivre, 2011, Éditions de La Martinière

BOU Núria, PEREZ Xavier, El temps de l’heroi –“Èpica i masculinitat en el cinema de Hollywood”, Paidós, 2000

CARVETH Rod, SOUTH James B., Mad Men – Le rêve américain, 2011, Original books

GRISPUD J., The Dinasty Years – Hollywood television and critical media studies, 1995, London

New York: Routledge

TOSONI Simone, “Mad Men”, in GRASSO A., SCAGLIONI M. (a cura di), Televisione

Convergente. La tv oltre il piccolo schermo, 2010, Link Ricerca, Milano

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