Diario da Atene – capitolo 1

di Anna Giulia Della Puppa

giacometti_piazza

Anna Giulia Della Puppa è nata a Trieste nel 1987. Si è laureata in Filologia romanza a Bologna, ha frequentato alcuni corsi presso la Scuola Holden, è laureanda in antropologia sociale all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Attualmente si occupa soprattutto di antropologia dello spazio, dei disastri e del conflitto urbano. Questo è il primo capitolo del suo diario di campo da Atene, dove sta svolgendo ricerche sulle conseguenze socio-culturali della crisi economica in Grecia. Qui si possono leggere il prologo e la sua autopresentazione.

Giorno 1, 25 marzo
Platia Syntagmaton, 12.20

La metro di Atene ha un odore particolare, che amo. Me ne sono accorta ora, un flash. Come innamorarsi di quel caro amico che non si vede da tanto. Una sensazione improvvisa, inaspettata, ma consueta. L’ho capito passando sopra la grata, sul marciapiede di Leoforo Vassilis Amalias che ne sovrasta la linea, a pochi metri da piazza Syntagma.

Atene è bella, ma piena di polizia. Interi autobus ai bordi delle strade, molti a gruppi, bardati da sommossa, e i Delta Force, squadre di anti-somossa in moto. Sono il castigo per “aver fatto i cattivi” a Dicembre (2008), per aver costruito fuori dallo schema. Con altri mezzi.
Me la ricordavo più pulita.
È cambiato tutto così tanto da allora. Sembra non ci sia più voglia, un’apatia diffusa. La si vede negli occhi delle persone. Ho osservato a lungo prima di scriverlo. Sì, proprio di tutte le persone che mi stanno camminando intorno. Il cielo inconsuetamente cupo di oggi non aiuta gli slanci di positività.

Ci sono tanti bambini piccoli. Le mamme sono sorridenti, ma non felici. Credo che decidere di avere figli adesso abbia del coraggioso.

C’è molto vento.

Oggi è un giorno di festa nazionale. L’anniversario dell’indipendenza dai turchi. La cerimonia ufficiale si è svolta stamattina, senza incidenti. Diversamente altrove, ho saputo.

Forse è per questo che sono stati scomodati persino i militari, per presidiare le strade, oltre che per sfilare.
Ci sono bandiere nazionali ovunque. Molti bambini per strada ne sventolano di piccoline; alle finestre ce ne sono di enormi.
Lydia mi ha detto che c’è stata una grossa polemica, perché il canale televisivo privato Mega, (una sorta di canale 5 senza Berlusconi, ma con tutto il male del berlusconismo,) che ha in programmazione diverse serie televisive tra cui almeno un paio di turche, non  ha tolto queste ultime dal palinsesto nella giornata odierna. Sono stati accusati di vendere la nazione.
Il traffico scorre regolare, e c’è un silenzio che non si addice a questa città.

Fa caldo, e mi sono vestita troppo.
Oggi è il primo giorno e ho caldo. Non mi sono fidata della città che amo. Ho temuto che mi tradisse, che mi ferisse con un freddo che non le appartiene?
Suppongo, allora, che questo caldo sia la giusta punizione per non aver creduto, da lontano cm’ero, che qui potesse ancora essere tutto così perfetto. Anche il clima.

Tragicamente perfetto.

Giorno 4, 28 marzo
Casa, Pagkrati, 12.40

Perdersi.

È il titolo di un libro di Franco La Cecla che amo molto.  Parla di spazio e di città.
Non mi piace spoilerare i libri che amo, quindi magari, se vi fa voglia, leggetelo.
Ieri è stata una brutta giornata, almeno fino alle 22.00, quando ho deciso di uscire e fare una cosa molto poco seria e antropologicamente inerente alla mia ricerca, come andare ad un concertino punk hardcore in un nuovo locale del centro con un’amica.
Sin dal risveglio, qualcosa mi infastidiva: l’impressione di aver mancato il punto. Ho riletto spasmodicamente il progetto di ricerca, le domande che mi ero posta. Non trovavo un modo per venirne fuori. Come passare dalla carta, sicura, confortevole, “abbraccevole”, alla durezza della realtà?

Una delle cose che mi ha fatto passare dalla filologia all’antropologia è stata il pensiero che a monte delle parole scritte, ci fossero persone; che allora, per leggere, era necessario comprendere cosa stava dietro.

Ebbene ora, qui, in questa città che non si fa penetrare, grande e meravigliosa, mi sono persa. Come le esistenze fragili de “La piazza” di Giacometti. Sembrano non vedersi.

Pagkrati è un quartiere che mi sembra grandissimo. Non lo è così tanto.  Mi sembra periferico e, ancora, non lo è così tanto. Ma c’è altro, al di là della percezione dei luoghi?

Mi sento lontana. Lontana da tutto. Vuol dire che lo sono?

Dovrei uscire di casa per capirlo, per rassicurarmi. Prendere la metro (lontana) e andare.
Dove?
Mancare per quattro anni dalla città che si ha amato, mescola inesorabilmente consuetudine ed estraneità. Un perturbante che fa paura.

Devo trovare un posto mio. Devo tornare ad esistere nel vortice di questo tutto fagocitante; cercare relazioni.
Di colpo mi sembra di non sapere nulla, e mi spaventa di non essere in grado di capirmi, né di farmi capire. Non voglio aiuto, vorrei solo che questo vuoto nel cervello si riempisse di linfa nuova. Stimoli di apertura, invece che questo richiudersi su se stesso.

Cercare relazioni.
Poi, il concerto. Tornare al “mio”.

Penso, forse solo conquistandosi una quotidianità, si può percepire il cambiamento. Si può comprendere lo spaesamento, se non c’è appaesamento?
Stanotte ho sognato l’ultima scena del film di Bertolucci tratto dal romanzo di Bowles “il Tè nel deserto”.
Lei, dopo essere stata coi Tuareg nel deserto, torna a Tangeri ed entra in un cafè. Ha un viso nuovo, luminoso e spaesato.
Il vecchio le chiede: “Si è perduta?”. Lei sorride, e risponde di sì.
Il processo sarà dunque più lungo di come mi ero figurata.

Ri-trovarmi per poi perdermi ancora.

Auguri.

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