L’esegesi nella prassi. Alcune considerazioni sulla giornata di studi Il labirinto del no: Bartleby di Herman Melville

di Raffaello Rossi

Bartleby-the-Scrivener

“Levate Dio fuori dai dizionari, e Lo ritroverete per le strade”.[1]

1. E tornerete ancora coi cattivi maestri…

Il seguente non è un resoconto puntuale dell’iniziativa che si è tenuta il 13 marzo presso la facoltà di Lettere e Filosofia a Bologna: molti elementi sono infatti rimasti fuori, e alcune voci tagliate persino per intero[2]. Si cerca piuttosto di delineare un percorso che eccede i contenuti della giornata, senza il quale tuttavia non si rende giustizia allo spirito dell’iniziativa stessa. Come sottolineato dagli interventi di apertura dei docenti Federico Bertoni e Donata Meneghelli, si tratta sì di un’iniziativa culturale, ma fortemente “situata”, a causa dei ripetuti sgomberi subiti dal collettivo Bartleby che alla figura del personaggio melvilliano si è ispirata fin dagli inizi. Gli interventi dei diversi relatori acquistano pertanto una valenza e una direzione insolite, per cui i piani del discorso sulla letteratura e quello dell’agire reale s’intrecciano in quella che sintetizzerei come un’esegesi nella prassi, ed è di questo spirito che si cerca di tratteggiare gli aspetti fondamentali.[3]
Nel 1853 Herman Melville terminava il racconto del giovane scrivano, la cui storia ci viene narrata come un singolare rapporto di lavoro dall’avvocato a capo del suo ufficio[4]: un giovanotto educato e mite di cui si conosce solo il nome, Bartleby, viene assunto in uno studio legale di Wall Street, ma si rifiuta ben presto di svolgere le sue mansioni senza un motivo comprensibile. Dinanzi ai tentativi dell’avvocato-narratore di farsi spiegare le motivazioni di tale disobbedienza, Bartleby si chiude ermeticamente in un mutismo ascetico, non facendo altro che fissare la parete visibile dalla finestra dell’ufficio. Si sottrae continuamente alle richieste del suo superiore rispondendo «I would prefer not to», «formula [che] “sconnette” le parole e le cose, le parole e le azioni, ma anche gli atti linguistici e le parole»[5].
L’atteggiamento di Bartleby, che non solo si sottrae a i propri compiti, ma non vuole neppure lasciare l’ufficio, mette in crisi tanto la logica filistea dell’avvocato quanto i tentativi di comprensione da parte del lettore:

Bartleby ci fa sentire il carattere incondizionato di uno stato di presenza.[…] Egli è là, in una completa esteriorità rispetto a tutto quello che potremmo mai dire o pensare. La sua distanza ha il senso d’uno spazio esterno in cui vivono le presenze estranee, e su cui viene tenuto uno sguardo di sorveglianza, non diverso da quello che un gatto tiene su un uccello capitato nel suo territorio.[6]

Incarcerato dalle autorità per aver infranto la legge con la sua mera ma irremovibile presenza, Bartleby si lascia morire, reiterando la sua formula persino al vivandiere che il compassionevole avvocato aveva pagato per nutrire il suo ex-dipendente.
Al nome di Bartleby è legata la storia del collettivo bolognese nato dal movimento dell’Onda che, con l’esaurirsi della fase di massa delle proteste contro i tagli operati dalla finanziaria dell’ultimo governo Berlusconi, ne ha mantenuto e sviluppato le istanze, diventando negli ultimi quattro anni una delle esperienze di conflitto politico e culturale più significative in città.
Questa storia sembra messa a repentaglio dalla decisione di chiudere la sede di Bartleby situata in S. Petronio Vecchio da parte del rettore dell’ateneo bolognese Ivano Dionigi. Al primo sgombero è seguito il tentativo di occupazione in un altro stabile dell’università sito in S. Marta, nuovamente impedita dalle FdO. Attualmente il collettivo continua a riunirsi e a promuovere iniziative (seminari di autoformazione, laboratori teatrali e musicali, concerti e dibattiti) al numero 38 di via Zamboni, dove risiede il dipartimento di filosofia, nell’aula Roveri occupata[7].

Il recente itinerario di Bartleby ci riporta a quanto è successo, e continua a succedere, ad altre istanze – dalle occupazioni per il diritto ad abitare alle forme di socializzazione alternativa – e forme di vita come quelle dei migranti e delle cosiddette “marginalità”: sono presenze non riducibili ai monologhi della governabilità, che come il personaggio di Melville, destrutturano linguaggi, comportamenti e mediazioni, diventano presenze “indesiderabili”, scomode proprio perché radicate, irremovibili e impermeabili ai comandi di chi ha interesse nel mantenimento di un certo status quo.
I Bartleby dei giorni nostri non trovano però la stessa volontà di capire che contraddistingue il narratore melvilliano. Lo stesso personaggio letterario finisce anzi per risultare nient’altro che indesiderabile e “cattivo maestro”. Infastidisce soprattutto quegli scrivani più zelanti che “sanno obbedire” come l’ottimo Nicola Muschitiello, il quale su di un foglio reazionario locale usa i seguenti epiteti per lo stralunato collega immaginario:

un idiota che preferisce dire di no e finisce morto di fame volontariamente in carcere
[…] Era il signore delle preferenze. Era uno, Bartleby, che a un certo punto dice di preferire addirittura di “non essere neanche un po’ ragionevole“. Il suo datore di lavoro tenta di tutto. Senza nessuna violenza. Si rifiuta di licenziarlo. Sino alla fine. Niente da fare. Bartleby è un “demented man”, un demente. Affascinante quanto si vuole. Ma il suo comportamento è quello di un “ripugnante” prepotente, un passivo.
[…] Il vile personaggio Bartleby, prototipo di un silente vittimismo, quando non si lascia morire, mostra la sua forte aggressività, che sembra nuova ed è vecchia. L’aggressività di chi non sente ragioni. Di chi occupa ‘a prescindere’.[8]

Per screditare un collettivo universitario, il neo-futurista Muschitiello sferra un goffo attacco a tutta la letteratura – tutt’altro che circoscritto al personaggio di Melville – e alle problematiche di cui si fa portatrice.
La giornata di studi del 13 marzo si situa in un clima di tensione tra la parte attiva e critica degli studenti e l’istituzione universitaria. Si comprende dunque perché l’impostazione data dagli organizzatori è stata perciò quella di «una questione collettiva su di un testo letterario»: le modalità di discussione e il contenuto degli interventi va calibrato su un “qui e ora” in cui il racconto di Melville vive in una molteplicità non solo delle interpretazioni ma degli usi, come efficacemente sottolineato nell’intervento di Daniele Giglioli, e delle applicazioni, secondo le parole di Wu Ming 4.

2. Poetiche del rifiuto

Ermanno Cavazzoni, scrittore e sceneggiatore, nonché compagno di strada del curatore di Bartleby per Feltrinelli, Gianni Celati, si riallaccia ai temi classici legati allo scrivano di Wall Street: l’enigma del suo rifiuto e della sua immobilità lo rendono una sorta di mistico moderno, un’entità senza tempo che proprio per i suoi richiami al sacro, all’eternità e all’essenza non può che essere fraintesa in un mondo basato sul continuo mutamento e sulla dissipazione degli esseri. Come la formula I would prefer not to suona strana e fuori luogo nel linguaggio, la forma di vita propria di chi ha vocazione al distacco dal senso comune viene travisata in senso patologico, come si vede attraverso la prospettiva dell’avvocato, per il quale Bartleby è sia un folle da commiserare che un «inviato della provvidenza». Bartleby è figura dell’irriducibile alterità e, nonostante la sua triste fine, portatrice di un’utopia d’intesa e di comunità in un mondo che è diviso da muri ben più spessi di quelli che circondano l’ufficio in cui si svolge il racconto. Se il continuo sottrarsi agli ordini e alle domande del suo interlocutore pare denunciare la falsa comunicazione di quel linguaggio, all’attività di copista, che egli svolge inizialmente «quasi fosse da lungo tempo affamato d’alcunché da copiare»[9] corrisponde non solo l’eterna ripetizione, ma anche la ricerca di un’identità perfetta dei messaggi che il linguaggio umano sembra aver perduto per sempre.

L’intervento successivo a quello di Cavazzoni riprende decisamente il filone utopico, ovvero della negatività solo apparente di Bartleby, mettendo a fuoco il carattere contagioso della frase I would prefer not to. Prende la parola il collettivo Bartleby, evidenziando la somiglianza tra la condizione degli scrivani e quella di una generazione gettata nella realtà del capitalismo cognitivo. Il «preferirei di no» rivive storicamente nel gesto degli intellettuali antifascisti e, come verrà poi ripreso nell’intervento finale di Bruno Giorgini, di ogni dissidente. La “metamorfosi” di Bartleby, che dalle pagine del libro esce fuori per stare nelle piazze, nelle aule occupate e nei centri vivi della città, costituisce una metamorfosi di quella dissidenza nel nostro presente. Quando i saperi non vengono prodotti, ma riprodotti meccanicamente come avviene nella attuale “società della conoscenza”, allora opporsi significa produrre altri saperi, così come altre forme di vita e di relazione. Ciò avviene necessariamente mediante una presenza fisica simile a quella di Bartleby, nella misura in cui non vuol mutare l’esistente “dall’interno”, ma portarlo fuori attraverso quel labirinto del no che le assurdità e le contraddizioni interne a ogni apparato amministrativo – e non tanto il rifiuto “bartlebiano” – ci hanno costruito intorno.
Gli interventi successivi, rispettivamente di Daniele Giglioli e Wu Ming 4, problematizzano la questione dell’“uso” o “applicabilità”, piuttosto che dell’interpretazione, del racconto di Melville. Giglioli parte dal significato che quella figura aveva acquisito tra gli anni ’70 e ’80: a seguito di un decennio di contrapposizioni, Bartleby è «l’eroe fondatore di un atteggiamento», quello dell’esodo, proprio di chi si sottrae alle scelte chiuse per andare altrove, o anche semplicemente per dire «lasciami in pace». Sotto questa prospettiva può quindi sembrare improprio associare Bartleby all’attivismo politico.
Giglioli solleva, mi pare, un problema serio: è pur vero che, a differenza delle interpretazioni, l’uso non si pone il problema della legittimità, poiché non fa riferimento a criteri di verità che non siano appunto quelli del singolo rapporto tra l’utente e l’usato. Tuttavia ciò che differenzia l’uso dei testi dagli altri tipi di uso, consiste nel fatto che si tratta pur sempre di ricavare «una costellazione dall’insieme dei segni» presenti in quel testo.
Wu Ming 4 cambia angolazione rispetto a questo problema, parlando di “applicabilità” del testo, o del nome, ovvero dell’esistenza di un piano ontologico comune alla vita e alla finzione, grazie al quale non solo comprendiamo i testi, ma ce ne serviamo. Ciò che caratterizza, tra gli altri aspetti, la relazione tra Bartleby e l’avvocato è il divario generazionale tra i due: l’avvocato, uomo comunque comprensivo e non privo di velleità filantropiche, intuisce in Bartleby un’entità redentrice: «A poco a poco s’insinuò nel mio animo il convincimento che codesti guai, a proposito dello scrivano, fossero stati predestinati»[10] e, allo stesso tempo, prova per lui un legame stretto, quasi filiale. La moderna dialettica delle generazioni si fonda sull’incomprensione, e sullo sforzo di comprendere da parte dei genitori verso le stranezze dei figli, sforzo che «finisce per farci capire che i figli ci salvano da noi stessi», dalla falsa coscienza che gli adulti coltivano per far fronte a un mondo inaccettabile.

3. Logiche della negazione

Gli interventi conclusivi di Christian Raimo e Bruno Giorgini approfondiscono la problematica che Bartleby provoca sul piano linguistico. Menzionando gli scritti di Wittgenstein sull’etica, Raimo individua in Bartleby un’entità-soglia, capace di suscitare domande ai limiti del linguaggio, ovvero «che non significano logicamente nulla ma pure esprimono qualcosa». Sono le interrogazioni che mettono in dubbio l’esistenza del mondo, la necessità dell’esistente, caratterizzate da un fondo di assurdità come le proteste contro la condizione umana del racconto Come Back, Dr. Caligari di Donald Barthelme.
Giorgini mette invece in parallelo l’impenetrabilità della frase di Bartleby coi linguaggi segreti usati dai detenuti politici nei gulag per comunicare senza farsi intendere dai carcerieri. La resistenza al controllo e alle costrizioni di un sistema si configurano tanto nella storia di Melville, quanto in quelle di intellettuali anti-sovietici come Vladimir Bukowskij nella costruzione di mondi linguistici.

Credo che gli ultimi due interventi riconducano al problema sollevato da Giglioli a proposito dell’uso. In realtà quel problema andrebbe riformulato in maniera forse ancor più radicale. Non è in effetti paradossale qualsivoglia forma di uso da parte di chicchessia, quando ciò che si vuole usare non è semplicemente un testo, né un ente, ma qualcosa che per sua natura sfugge a qualsivoglia utilizzo? Bartleby non incarna una visione del mondo, ma appunto un «centro bianco», secondo le parole dello stesso Giglioli e, secondo le osservazioni di Raimo, una pura dinamica di rovesciamento di qualsivoglia operazione linguistica.
Tutto ciò che di Bartleby si presta all’utilizzo effettivamente non è altro che il nome: tutto ciò che l’avvocato riesce a ottenere dal suo scrivano, seppur non senza una certa insistenza, è di farlo voltare quando lo chiama col suo nome. Bartleby non è quindi solo presenza, pura neutralità ed estraneità, ma esiste attivamente grazie alla sua attenzione: una disponibilità a volgersi alla realtà, che immancabilmente lo interpella, pur senza accettare nulla di questa realtà, sottraendosi cioè alla chiusa logica della negazione su cui si basano le domande del suo interlocutore.
Wu Ming 4 richiamava l’attenzione sull’auto-presentazione dell’avvocato: «In primis: io sono un uomo che, fin dalla giovinezza, è stato sempre profondamente convinto che la via più facile sia la migliore»[11]. Reo confesso di filisteismo, l’avvocato, come del resto il suo entourage, è soprattutto un uomo della conciliazione: di ogni cosa vede due aspetti contrastanti, cercando di volta in volta di accomodarsi secondo quello più adatto alle circostanze. Così riesce a combinare le idiosincrasie dei suoi dipendenti in modo “naturale”, ovvero funzionale a un solo scopo: l’annullamento delle identità a vantaggio della produttività e dell’arricchimento, là dove la differenza e l’alterità non possono essere che ostacoli da neutralizzare. Del resto la borsa è il luogo principe di questa mistificazione dell’uguaglianza tra gli uomini, già nella sesta delle Lettere filosofiche di Voltaire[12], e lo studio in cui Bartleby viene a lavorare da copista ne rispecchia i meccanismi nonostante la piccineria e la marginalità dei suoi componenti. Lo studio dell’avvocato è dunque parte di un sistema totalizzante, ovvero parte contenente il tutto. Ogni sistema si basa sulla negazione, ovvero sull’esclusione di qualcosa o qualcuno, e in generale, di quella che chiamiamo la possibilità, a favore di un principio di realtà che non è altro che principio di esclusione del possibile.
Giustamente Giglioli osserva come la rivolta di Bartleby sia fondata sulla passività, ma quest’atteggiamento non esaurisce, a mio avviso, il significato di quella relazione, poiché, come si è visto, non solo il rifiuto di Bartleby ha poco a che vedere con la negazione, contenendo al suo interno un’attività di preferenza, ma per la stessa ragione ha altrettanto poco a che vedere con la mera passività, visto che egli non rinuncia all’attenzione. Che il gesto di sottrazione di Bartleby assuma l’aspetto di un “voler essere lasciati in pace” non è che la conseguenza delle particolari modalità d’integrazione agenti nella situazione in cui egli si trova “gettato”, modalità che hanno a che vedere con la persuasione, la costrizione e il comando diretti dal sistema al singolo. L’uomo-macchina può rispondere solo con un sì o con un no: a seconda dei casi ci saranno delle conseguenze, comunque legate non tanto all’esistenza da cui quella risposta proviene, quanto alla codificazione attuata dall’apparato tecnico in cui quell’esistenza si trova integrata. La strana risposta di Bartleby suona invece come il fatal error seguito da un numero incomprensibile che appare ostinatamente sullo schermo dei computer quando il sistema va in crash: non risponde né sì né no alle nostre aspettative, non sappiamo cosa ci voglia dire, semplicemente si rifiuta di funzionare.

Credo che le attuali modalità d’integrazione siano piuttosto diverse rispetto al momento in cui Melville scrive il suo racconto. Non si danno più persuasione, né costrizione né comando diretti a cui ci si possa semplicemente rifiutare di rispondere. L’integrazione ha ormai assunto le forme della connessione secondo il modello egemone della rete, per cui «L’apparato è forte e soprattutto coinvolgente (giocando sulla messa al lavoro delle emozioni, dell’emotività, della razionalità), le parti vi partecipano con maggiore convinzione, la recita diventa persino – viene fatta percepire come – un marxiano general intellect […]: in realtà si recitano unicamente le modalità d’uso dell’apparato, si replicano le parole che dice l’apparato per funzionare»[13]. Qualcosa di molto diverso dall’adeguamento dell’avvocato e dei suoi sottoposti, per quanto intriso di falsa coscienza, è pur sempre volontario.
A divenire inattuale non è quindi il rifiuto di Bartleby, quanto il paternalismo, la curiosità e la bonomia del suo datore di lavoro. Il gesto della sottrazione si riconfigura di volta in volta come messa in crisi della dialettica chiusa che caratterizza i linguaggi del dominio. In un altro libro si trova raccontata la rivolta degli operai FIAT contro il compromesso tra sindacato e padroni: correva l’anno 1969, e quel libro racconta una storia ancora diversa dalla nostra. Eppure ci accorgiamo di come l’ I’d prefer not to di Bartleby non è poi così distante dal Vogliamo tutto che, insieme ad altri titoli usciti fuori dai libri per cui sono stati scritti, può trovarsi sugli scudi con cui in piazza ci proteggiamo da chi veramente non sa parlare, non sa fare domande.

1 Herman Melville, lettera a Nathaniel Hawthorne del 16 (?) aprile 1851, in Id., Bartleby lo scrivano, a. c. di G. Celati, Milano, Feltrinelli, 1991, p. 56.

2Non riporto, ad esempio, l’interpretazione filosofica di Maurizio Matteuzzi, pubblicata ne ll’edizione bolognese de «il Manifesto» del 14 marzo (http://www.ilmanifestobologna.it/wp/tag/bartleby/).

3L’intero svolgimento dell’incontro può essere visto a cominciare da qui: http://www.youtube.com/watch?v=aViLLRMJwFY.

4Così, il personaggio-narratore dell’avvocato ci introduce al racconto: «La natura della mia professione, negli ultimi trent’anni, mi ha portato ad avere contatti fuor del comune con ciò che direbbesi un interessante ed alquanto singolare genere di individui: mi riferisco ai copisti legali, ovvero scrivani. […]. Ma rinunzio alla biografia d’ogni altro scrivano per pochi momenti della vita di Bartleby.», ivi, p. 1.

5G. Deleuze, G. Agamben, Bartlebly. La formula della creazione, Macerata, Quodlibet, 1993, p. 17.

6G. Celati, Introduzione a Bartleby lo scrivano, in H. Melville, Bartleby, cit., pp. XV-XVI.

7Per i dettagli sui recenti sgomberi e gli aggiornamenti sulla situazione del collettivo, rimando al sito www.bartleby.info .

8N. Muschitiello, Il no prepotente di Bartleby, in «Il resto del Carlino» del 2 febbraio 2013, grassetto non mio.

9H. Melville, Bartleby, cit., p. 11.

10Ivi, p. 35.

11Ivi, p. 2.

12Cfr. in particolare l’apologia che Voltaire fa del beneficio economico, come palliativo al conflitto religioso: «Entrate nella Borsa di Londra, in questo luogo più rispettabile di molte corti; vi vedete riuniti i deputati di tutte le nazioni per l’utilità degli uomini. Qui il giudeo, il maomettano e il cristiano discutono insieme come se fossero della stessa religione, e non danno dell’infedele se non a chi fa bancarotta.»

13L. Demichelis, Società o comunità. L’individuo, la libertà, il conflitto, l’empatia, la rete, Roma, Carocci, 2010, p. 51.

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