Occupy LSX: Cosa rimane del movimento a un anno dallo sgombero

di Viola Caon

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Abbiamo intervistato Michael Richmond, uno degli attivisti che nel settembre del 2011 hanno occupato lo spazio pubblico davanti alla cattedrale di St. Paul a Londra per protestare contro l’onnipotenza dei mercati finanziari. “We are the 99%” era il loro slogan. Michael ci racconta che cosa rimane oggi del movimento, a un anno dallo sgombero dell’accampamento.

Traduzione dall’inglese di Viola Caon, Silvia Costantino e Giacomo Gabbuti

L’accampamento di  Occupy London LSX (London Stock Exchange) è stato evacuato poco più di un anno fa. Cosa rimane del movimento?

Dipende a chi lo chiedi.
Dal mio punto di vista, Occupy London ha raggiunto il suo momento di massima espressione molto prima dello sfratto dalla piazza davanti St. Paul’s Cathedral. Molti degli occupanti in realtà non vedevano l’ora di essere sgomberati per via dell’ambiente e dei comportamenti che si erano fatti sempre più distruttivi.
Col senno di poi, forse non si è trattato di un movimento, ma di una tattica comune (e un grido comune) che all’inizio ha avuto un impatto forte (anche se non abbastanza). L’esperienza post-sfratto ha dimostrato che c’era davvero poco che tenesse insieme la vasta varietà di persone che era scesa a occupare lo spazio davanto St.Paul’s, una volta che quello spazio è venuto meno.
Inoltre, slancio e idee si sono perse molto prima che si  aprisse il caso con LSX che ha poi portato alla rimozione dell’accampamento. È rimasto soltanto un ristretto gruppo di persone che si identifica ancora come Occupy London. La maggior parte non ha mai amato quella definizione e preferiva parlare di Occupy LSX. La maggior parte di quelli che hanno partecipato, lo hanno fatto in momenti diversi e sono poi passati a occuparsi d’altro.
C’è da dire che di recente un successo concreto il nocciolo duro di Occupy l’ha ottenuto, riuscendo ad impedire la chiusura di una biblioteca in seguito a un lungo periodo di occupazione.
Nonostante alcuni siano rimasti attaccati a “Occupy” come a una specie di logo per autodefinirsi, va comunque riconosciuto che stanno riuscendo in molti casi ad amplificare e supportare altre campagne usando quel poco che rimane del loro profilo mainstream.
Resta vero, però, che l’atto iniziale, radicale e significativo di occupare lo spazio pubblico al centro del distretto finanziario più potente del mondo, non è stato mai portato oltre.
L’ossessione per le PR, e il fallimentare tentativo di rappresentare “tutto per tutti”, hanno sovrastato le istanze di persone con una più radicale, e a mio parere più accurata, analisi della crisi e della società.
Intendiamoci, non voglio dire che è stato soltanto una perdita di tempo e che niente rimane. Occupy LSX è stato un posto vivo e entusiasmante per i primi due o tre mesi e l’esperienza del tempo passato lì, le conversazioni, i dibattiti non svaniscono nel nulla.
Si sono creati moltissimi contatti e si sono costruite moltissime relazioni che hanno già portato alla nascita di nuove iniziative o collaborazioni. Molti, di età e background diversi, sono stati politicizzati/radicalizzati dalla fusione di Occupy, dalla crisi che ne ha causato la fine e dalla durezza della polizia che ha scioccato molti dei partecipanti – soprattutto tra i bianchi, middle-class.
The Occupied Times, il giornale del movimento, sembra invece stia crescendo molto. Perché? E che direzione sta prendendo?

È innegabile che i primi numeri di OT siano nati in seno agli accampamenti di St.Paul’s. Tuttavia, c’è stata un’evoluzione significativa da allora e la redazione attuale, pur non rinnegando la sua storia, ha deciso di non presentarsi o identificarsi più come il giornale di Occupy London.
Quello in cui ci riconosciamo continua ad essere, tuttavia, la lotta continua contro il capitalismo.
Copriamo sia questioni globali che locali, pubblichiamo pezzi di scrittori che vanno dai social democratici keynesiani ad alcuni che assumono sfumature marxiste o anarchiche. Manteniamo una forte legame con l’attivismo, scrivendo di azioni dirette nell’eurozona, negli Stati Uniti, in Inghilterra e in altre parti del mondo. Per me il punto forte del giornale è mantenere una forte connessione tra teoria e pratica.
Abbiamo da poco pubblicato la nostra ventesima edizione, con attenzione al dibattito su attivismo e questione di genere, per cui abbiamo anche intervistato Noam Chomsky. Altri nomi importanti che abbiamo pubblicato sono Mark Fisher, Nawal El Saadawi, John Holloway e Alan Moore.
La nostra presenza online sta crescendo e i nostri web designer sono stati nominati per national awards.
Ci piace pensare che stiamo crescendo e migliorando perché produciamo qualcosa di valore per le persone che ci leggono. Analisi approfondite, che fanno da tramite tra discussione e azione.
Produrre un giornale finanziato soltanto da donazioni personali, in cui nessuno è mai stato pagato, è di per sé un’azione diretta. Questo vuol dire che ogni volta che mandiamo il giornale in stampa è una vittoria per noi.

In una delle ultime uscite del giornale, hai parlato dello “Strike debt movement” di New York. Puoi spiegare in poche parole di cosa si tratta?

Strike Debt è un movimento emerso da numerosi incontri orizzontali tra gli attivisti di Occupy Wall Street e quelli del Washington Square park, lo scorso maggio. È stato durante la stasi successiva allo sgombero dei loro campi nel novembre 2011 e alle proteste del “Mayday” nell’estate 2012, quando alcuni attivisti hanno iniziato a porsi la domanda più importante di tutte: “E ora?”
La discussione continuava a tornare sullo stesso punto: il debito. Tutti quelli che erano lì (e la maggioranza di noi tutti) stava – e sta – affogando nei debiti: i debiti degli studenti, i debiti delle carte di credito, i debiti per le cure mediche, i debiti per il mutuo, i debiti personali su prestiti non assicurati e ad alto tasso di interessi. Per non parlare della discussione sul debito pubblico e nazionale, o sul debito come la relazione sociale e di potere al centro del capitalismo neo-liberista, che per questo pesa su tutti noi.
Strike Debt è dunque nata come ripudio della moralità del debito. È una critica all’intero sistema, un tentativo di svegliare il “soggetto debitore” in tutti noi, una chiamata per agire collettivamente contro un sistema che ci tiene tutti in catene.
Non c’è una ragione precisa per la prima volta che la gente si è organizzata sulla questione del debito. Nelle ultime due decadi, movimenti di resistenza popolare al debito hanno avuto un certo successo nei Paesi dell’America latina, ad esempio in Messico, Brasile, Argentina ed Ecuador.

L’idea di Strike Debt viene dagli USA, dove il debito ha effettivamente rovinato un’intera generazione. Quanto pensi che sia centrale per l’Europa la questione del debito?

I debiti non hanno semplicemente rovinato una generazione – questo lascerebbe pensare che sono solo i giovani quelli che soffrono. Il debito è alla base dell’intero sistema, sottosta alle nostre relazioni sociali quotidiane e definisce chi ha potere e chi no. I debiti dei privati (che sono contratti dagli individui sotto forma di ipoteche, bollette di carte di credito etc) e il debito pubblico/sovrano stanno devastando milioni di persone in tutta Europa.
Fondamentalmente Strike Debt si chiede per quale motivo la maggioranza delle persone dovrebbe soffrire il ‘fallout’ dell’esplosione della bolla del debito pubblico, quando questa è stata gonfiata con nichilistico edonismo da una minoranza di istituzioni finanziarie che sta già cercando la prossima bolla.
La stragrande maggioranza dei debiti privati non deriva da avidità o sprechi, non è da attribuire a responsabilità personali. È il sistema che ne ha bisogno: il capitale si accumula attraverso di esso. Dunque molto del ‘valore’ creato dalla moderna economia capitalista dipende più dal nostro debito che dal nostro lavoro, perché sono i nostri debiti che vengono usati come potere-influenza per scommettere nel mondo surreale del mercato globale dei derivati, che “vale” ben più di dieci volte il debito pubblico del mondo intero. Questo ‘valore’ è fittizio, una promessa teorica di credito futuro, debito e scambio, ma è ciò su cui si basano gli odierni rapporti di potere.
Negli ultimi quarant’anni i salari sono rimasti fermi, ma chi controlla le leve economiche del potere ha continuato a erogare credito. Questo ha portato molte persone a indebitarsi per finanziare i bisogni di base, come comprare cibo e, negli Stati Uniti e ora in paesi come la Grecia, pagare l’assistenza medica. Cose come educazione e cura della casa (household keeping), aspetti della società umana che non dovrebbero mai essere commercializzati, sono stati trasformati in prodotti di consumo e messi sul mercato.
Noi tutti sappiamo che i mutui derivati (tossici) come i CDO sono stati centrali per il tracollo finanziario del 2008. Bene, il debito studentesco può essere la prossima bolla. Ha già raggiunto un miliardo di dollari negli USA, e con la linea politica inglese sull’alta educazione sempre più simile a quella americana delle ultime due decadi, questa tendenza alla finanzializzazione sembra radicarsi sempre più fermamente.
L’Europa tutta affronta lo spettro del debito ogni giorno, quando Paesi come la Grecia, l’Irlanda e il Portogallo si vedono stringere la vite dell’austerity dai loro governi fantoccio, forzati ad agire così dalla Troika. E perché? Perché il mercato delle obbligazioni (bond), le agenzie di rating etc., che non fanno capo a nessuno, decidono quali paesi rimangono in piedi o cadono, quali vivono, quali muoiono. Questo deve essere sfidato. E non in una maniera supplichevole in cui noi chiediamo perdono per i nostri debiti, ma ripudiando le basi principali dell’economia del debito; dicendo: “questo debito è illegittimo. Perché dovrei pagare?”. E i debiti alimentati da un governo “amico” sicuramente questi sono ‘debiti odiosi’ come quelli di molti regimi dittatoriali del passato. Perché mai un’intera popolazione dovrebbe essere ritenuta responsabile per i debiti contratti da un governo come quello greco prima della crisi, che era di fatto controllato da Goldman Sachs per tutta la decade che ha portato al crash?

L’articolo di OT sul movimento Strike Debt promuove una cultura “anti-debito”, argomentando come “questa morale del debito che afferma che pagare i proprio debiti sia più importante di ogni altra cosa” non è una vera moralità. Tu quindi suggerisci di non ripagare del tutto il debito. Pensi che sia una contro-proposta concreta e perseguibile?

Non direi che sia concreta o una “contro-proposta”. È possibile? E chi lo sa! Uno dei nostri maggiori problemi è stato sintetizzato da Fredric Jamson quando disse: “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”. Noi tutti dobbiamo andare oltre questa idea.
L’idea di “sciopero del debito” non può rivendicare di essere concreta perché è una azione che per esserlo dipende dalla mobilitazione di un’enorme massa globale di persone che si rifiutassero di ripagare i loro debiti. Cosa che è incredibilmente difficile da realizzare, specialmente se consideri tutte le forze inquadrate contro i tuoi tentativi di realizzare una cosa del genere e le potenziali conseguenze e rappresaglie nei confronti delle persone coinvolte. Tuttavia non è impossibile. I Poll Tax riots in Inghilterra, il movimento El Barzon di cui abbiamo parlato prima, il rifiuto di pagare la tassa patrimoniale in Irlanda, gli stessi lavoratori pubblici di Grecia e Spagna che stanno rifiutando di sostenere l’imperativo “morale” posto dallo Stato e dal Capitale sulle spalle delle persone normali indebitate, sono tutti esempi che ci indicano “il possibile”.

Il motivo per cui sostengo che non sia una contro-proposta è perché il movimento Strike Debt non sta dibattendo più di tanto della politica dei partiti istituzionali, ma sta sfidando, come tu dici, la morale del debito e quanto profondamente quella morale pervade ogni aspetto del sistema economico mondiale, e la stessa vita umana per come la conosciamo. È un movimento di resistenza al debito che suggerisce la possibilità che gli esseri umani possano trovare una strada per vivere senza essere schiacciati e oppressi dal sistema del debito. Uno dei migliori autori in questo campo è un tuo connazionale, Maurizio Lazzarato, che ha scritto The Making of the Indebted Man (ed. it. “La Fabbrica dell’uomo indebitato”, Derive e Approdi, 2012). Lazzarato scrive della moralità del debito: “Il concetto “morale” di bene e male, verità e menzogna, qui si traduce in solvente o insolvente. Le categorie “morali” per mezzo delle quali “misuriamo” l’uomo e le sue azioni sono una misura della ragione economica (del debito). Nel capitalismo, dunque, la solvenza serve come misura della “moralità” di un uomo”. Noi siamo molto più del nostro rating creditizio individuale. Noi non dobbiamo nulla ai creditori che ci hanno derubato di tutto . L’unica ragione che ci forza a pagarli è il fatto che loro possiedano la politica.

Il movimento Strike Debt fa riferimento a teorie economiche alternative che non sono attualmente prese in considerazione dai governi? Se è così, potresti parlarcene?

Il movimento ha la finalità di aumentare la consapevolezza del ruolo giocato dal debito nella società, incoraggiando le persone a resistere contro questo, e a lavorare ad un contrattacco: per questo le persone coinvolte non hanno una singola ideologia politica o economica. Molti attivisti vengono dalla tradizione anarchica, come molti dei concetti che il movimento fa propri. Uno particolarmente rilevante è quello del mutualismo (mutual aid), cioè le reti di solidarietà e scambio che operano per il mutuo beneficio dei partecipanti, senza l’intervento dello Stato o del Capitale. Politiche come la Jubilee Debt Campaign, e una ingente riduzione dell’orario di lavoro, sono circolate come idee o proposte di transizione, particolarmente da David Graeber. Un’azione diretta intrapresa dallo Strike Debt a New Yorkè stato il Rolling Jubilee, durante il quale sono stati raccolti attraverso crowd-sourcing oltre mezzo milione di dollari (al momento) che sono stati impiegati per rilevare sul mercato secondario e redimere i debiti contratti con il sistema sanitario da persone sconosciute, estranee al movimento. Visto che i debiti possono essere comprati a 5 centesimi per ogni dollaro di valore nominale (di solito da chi rastrella questi debiti per realizzare enormi profitti), il movimento è stato in grado di cancellare debiti personali per un totale di oltre 11 milioni di dollari. La ragione per cui è chiamato “rolling” è la speranza che questa remissione proceda per inerzia, grazie al contributo di quegli stessi che hanno visto cancellati i loro debiti, che parteciperanno anche loro come reazione alla solidarietà ricevuta. Nessuno ha rivendicato o potrebbe rivendicare che questa azione diretta stia mettendo in crisi in alcun modo l’intero sistema del debito, ma nondimeno sta agendo, allo stesso tempo, come un importante gesto di propaganda e una dimostrazione concreta di solidarietà nei confronti di diverse persone che rischiavano di essere soffocate dal debito. Senza dubbio il Rolling Jubilee è stato controverso, e ha causato molto dibattito nella sinistra radicale.

Infine, come credi che si svilupperà il movimento di Occupy, in Inghilterra e nel resto del mondo?

Mi sembra che le occupazioni a lungo termine del suolo pubblico stiano diventando meno diffuse/dominanti, più severamente controllate dallo Stato e anche meno funzionanti, perché più vanno avanti, più perdono vitalità politica. Occupare è una tattica, non una strategia né un’associazione sociale né un brand. E in quanto tattica, è stata usata molto prima del movimento Occupy e continuerà ad esserlo in futuro.
Avendo passato molto tempo a Occupy London, avendo visitato Occupy Wall Street (OWS) e parlato con persone di vari paesi e città, posso dire che il trend dell’accampamento degli ultimi due anni si è manifestato in modo diverso in ogni città e in ogni paese in cui è apparso, a prescindere dalle molte somiglianze.
Ciò che ho visto a NYC mi ha dato più speranza di quello che ho visto a Londra, e credo che le ragioni siano molteplici. In ogni caso, non mi interessa molto il futuro di Occupy o del movimento che lo sostituirà. Mi interessano le ragioni sottostanti. La priorità dovrebbero essere le cause per cui combatti e per il sistema ingiusto contro cui combatti, non la bandiera che porti ad una protesta o il badge che indossi.

 

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