Non voto e se voto dormivo: allucinazioni meta(‘)elettorali

di Giacomo Gabbuti

Fiumicino, Darsena, 1959

L’arte e la parte insieme mi autorizzano ad affermare che votare scheda bianca è una manifestazione di cecità altrettanto distruttiva dell’altra, O di lucidità, disse il ministro della giustizia, Che cosa, domandò il ministro dell’interno, ritenendo di aver udito male, Ho detto che votare scheda bianca si potrebbe considerare come una manifestazione di lucidità da parte di chi l’ha fatto, Come osa, in pieno consiglio del governo, pronunciare una simile barbarità antidemocratica, dovrebbe vergognarsi, non sembra neanche un ministro della giustizia, sbottò quello della difesa.

Impossibile, per chi ha letto Saggio sulla lucidità, non sfogliarlo con la mente, in queste ore di bianca attesa. Arduo sarà, tra qualche ora, tenere una matita tra le dita, rimaste graffiate anni fa dal frusciare feroce di quelle pagine; trascinarla in quel movimento tanto elementare da costituire la firma di chi non ha firma. Difficile almeno per chi, parafrasando Saramago, “non dormiva” mentre lo leggeva: o meglio, per chi ha imparato a sospendere il giudizio, lasciandosi cullare senza timore dall’apparente illogicità dei suoi libri, e a farsi avvolgere, indifesi, dalle domande che quei libri scagliano contro l’andamento regolare e rassicurante delle nostre vite.

Perfino il clima richiama l’incipit del romanzo – Tempo pessimo per votare, si lagnò il presidente di seggio della sezione elettorale quattordici dopo aver chiuso violentemente il parapioggia inzuppato ed essersi tolto un impermeabile che a ben poco gli era servito nell’affannato trotto di quaranta metri da dove aveva lasciato l’auto fino alla porta da cui, col cuore in gola, era appena entrato – : mentre mi assicuro che i miei amici catanesi riescano a tornare a casa sani e salvi, il Financial Times apre con una nota metereologica il suo articolo sulle prime elezioni invernali della storia repubblicana: Snowstorms in parts of Italy […] are adding to the sense of uncertainty.

È con incertezza e straniamento che mi ritrovo a leggere, ascoltare, far girare l’appello di molti miei coetanei che in queste ore vorrebbero votare, ma non possono. “In Italia non ci permettono di votare all’estero ma noi votiamo lo stesso.” Trascrivo, e ascolto le loro voci: “Sono a Cork – e voto lo stesso”; “Siamo a Madrid – e votiamo lo stesso”; “Sono a Dublino – e voto lo stesso”. E io? Io sono a Roma, e…mi fa male la testa.

Voto? Cosa voto? Certo, se decidessi di votare saprei cosa votare. La scelta possibile mi sembra una sola. E su questo sono d’accordo con molti amici, dentro e fuori questa redazione. Ma mai come questa volta sento forte l’accento su quel se. E lo leggo nei commenti, nelle risposte nervose, nella casella di posta intasata. Nei commenti “E tu chi voti?” sotto ogni cosa che pubblico su internet. Nelle conversazioni skype con chi si chiede se comprare o no ‘sto biglietto, ché se poi non voti mica te li ridanno i soldi indietro. Qualche giorno fa ci siamo resi conto, qui a Quattrocentoquattro, che non avevamo nemmeno messo in calendario un pezzo sulle elezioni: rimozione? Ma no, lo davamo per scontato, solo che… Abbiamo provato a fare un sondaggio tra di noi, ironico, di quelli che faceva la redazione de il manifesto prima delle elezioni. Non ci siamo riusciti, come se di fronte a questa scelta ognuno di noi – persino noi, che come singoli e come redazione crediamo e creiamo all’aggregazione sociale e politica – non potesse che sentirsi irrimediabilmente solo.

Persino tra amici, tra compagni, si fa fatica a dire ad alta voce cosa si pensa di queste elezioni. Non sai se hai più paura di venir giudicato da chi ha sempre la risposta pronta, o di veder quella risposta che credevi pronta esitare, incespicare, tartagliare sulla lingua altrui. L’incertezza è contagiosa, e si ha paura, in questi giorni, di seminare il panico, untori involontari di una Wall Street elettorale.

Allora chiudersi in un libro, nel mio Saramago, è una via di fuga. Saramago – pace all’anima sua – non può più giudicarmi, né cambiare idea. E però non mi è di grande aiuto, perché – come scriveva “Enea” commentando l’articolo liberatorio di WM3L’unica cosa che mi sento di dire è che non c’è adesso una “unica scelta possibile”, ma esiste un unico errore certo: far la fatica di andare fino al proprio seggio elettorale per poi infilar nell’urna una scheda bianca.”

Ora, io non abito molto lontano dal seggio, sono chiuso in casa da giorni per l’ultimo esame della sessione: due passi, più che una fatica, sarebbero una liberazione. Magari incontro pure quest’anno il vicepreside che era contro l’occupazione, e mi faccio le solite risate – “Lo vede chi aveva ragione?”. Al seggio poi ci andrò lo stesso, perché va bene tutto, ma Storace no. Ma il discorso di Enea è un altro: ricordiamo tutti come andò nel 2006, quando Prodi rischiò di farsi rimontare all’ultimo da Berlusconi.

Fino a circa metà spoglio, e si sta parlando di qualcosa come quindici milioni di voti scrutati, si configurava un risultato chiaro, non schiacciante ma chiaro, e secondo i dati le schede bianche erano percentualmente le stesse di sempre.


Poi circa 3 ore di black out delle informazioni da parte del Ministero degli Interni fino a quando le comunicazioni son ritornate, nel frattempo era stata quasi per intero spogliata anche l’altra metà dei voti, nella seconda metà dello spoglio praticamente non c’erano più state schede bianche, ed al senato finì pari.

Berlusconi.

Berlusconi.

Berlusconi.

Io nel 2006 avevo sedici anni; nel 2008 ne avevo diciassette e spicci. Ne ho fatti diciotto appena in tempo per il ballottaggio delle comunali. Interruppi la digestione della torta, mi turai il naso e mi misi in fila per votare Rutelli – e manco servì. Dovrebbe bastare quel nome – Berlusconi – quel ricordo – 2006 – quella notte passata al televisore con papà. Le telecamere che riprendevano Piazza Santi Apostoli, la voglia di andar lì a esorcizzare quello che non poteva succedere, svanita di fronte ai primi risultati che confermavano che anche questa volta Silvio c’era. Lo sgomento che si impastava nella bocca.

– Papà, dammi una sigaretta.

– Tieni.

Tieni? Dodici anni dopo Moretti, io ero lì che fumavo la mia prima sigaretta in compagnia di mio padre – una MS di merda. Oggi mio padre non c’è più. Domani per la prima volta potrò votare alle elezioni politiche. Ma non basta Berlusconi, non basta il ricordo di quel saporaccio a darmi la certezza che sarò in grado di prendere una matita in mano, domani. Ed è inutile ragionare su quanto questo sia normale, sulle buone ragioni che ho per sentirmi così. Ci sono le ragioni cinico-statistiche care ai grandi saggi della Political Economy, che spiegano che in fondo il mio voto è statisticamente irrilevante. Lo sarebbe persino al Senato, in Lombardia, dove comunque vada a finire, non finirà mai in PAREGGIO: e allora tanto vale restare a casa e far votare comunque gli altri, finché hai 23 anni e qualcosa di meglio da fare.

Ci sono le ragioni analitiche: la non alternativa tra Monti e PD che ti ha costretto a ricordarti di Bertinotti; il fatto che tra Berlusconi e Monti non sia così scontato dire chi è peggio, se usciamo dal chi-scopa-chi; il fatto che il PD è sempre quello che “austerità, precarietà, 3+2: ce lo chiede l’Europa, stacce! Ma se lo facciamo noi, che siamo compagni e in fondo pure timorati di Dio, lo faremo a modino, e minimizzeremo la bua”; il fatto che pure Renzi ti ricorda quel D’Alema che nel 1997 chiedeva il rinnovamento della vecchia sinistra. Tutti quei fatti che, passate le elezioni, ci sarà tempo e modo di approfondire – mancherà forse la voglia, ma non per questo sarà minore il bisogno.

Ci sono, infine, le ragioni pratiche: dall’esame mercoledì, al mare. Il mare, sì: perché va bene che a febbraio il sole non c’è, ma le vongole mica vanno in ferie. E poi ho bisogno di aria, e il mare d’inverno è così bello, soprattutto se è un mare brutto come quello di Fiumicino. E poi è molto radical.

Ma non ci sono ragioni che tengano: e le analisi che ci ripetiamo in questi giorni sembrano più adatte al training autogeno che alla conversazione. Personalmente, mi considero un laico delle elezioni: non sono tra quelli che “festeggiano” le elezioni “libere” in Iraq come annuncio di una vera e piena democrazia, magari celebrando con “People have the power”; né penso che “chi non vota poi non si lamenti!”, come va di moda ripetere in questi giorni – anche perché mi lamento da quando ho facoltà di parola, votare domani sarebbe l’eccezione. Ma non credo nemmeno che sia sbagliato a prescindere votare, quando può portare un miglioramento anche parziale da cui avanzare con le altre mille opzioni politiche che la vita di tutti i giorni ci consegna. Basta non crederci troppo, ecco, ricordarsi che è una sveltina. Del resto, non sarà il mio voto a spostare questi “equilibri”, così come non sarà il mio non voto, o una scheda bianca in più, a delegittimarli.

Tutti noi ci troviamo, credo, a spargere questi elementi sulla scrivania, sulle mensole, per terra, ma non sembra esserci una soluzione univoca, oggettiva, per ricondurli a unità: nemmeno per chi condivide visione del mondo, storia personale, affetti, sensibilità. Ognuno sofferma lo sguardo sull’ultimo elemento che gli ha dato la parvenza di una certezza, e prova come può a ignorare tutto il resto, a resistere, trattenendo il fiato – più che turandosi il naso – fino a quella ics. Forse in quest’ottica s’inquadra meglio la reazione, per certi versi spropositata, al disvelamento delle bonarie patacche di Giannino. Tutti i nostri comportamenti in fondo sono scomposti, scattosi: voto SEL perché comunque devo votare e speramo che je la famo – come ci dicono in fondo Gallino e gli intellettuali che hanno firmato l’appello di Eco; voto Ingroia perché, va bene, è un magistrato forcarolo che candida personaggi indecenti, ma almeno è rimasto fuori dall’inciucio, “puro” (si è limitato a mandargli un sms!); non voto, perché venga l’apocalisse e si porti via questa sinistra sciagurata, e perché in fondo è un’esperienza da provare prima o poi; voto Grillo – o Giannino, a seconda dello stile – perché va bene che non sono di sinistra, ma almeno gli urlano in faccia di andarsene tutti a casa; magari, perché no, voto Berlusconi per sentirmi di nuovo negli anni ’90 e accelerare il declino, perché l’alimentazione forzata non ci è mai piaciuta.

Non ne condivido che alcune, ma in fondo le capisco, le posso capire tutte. L’unica che non potrei capire – penso, mentre non riesco a staccare gli occhi da Piazza San Giovanni gremita – sarebbe votare Monti. Non ragioniamo più di destra o sinistra, di strategia o tattica, non ragioniamo. Ricordiamo, per un attimo. Mi fa male la testa: il “tutti a casa”, le urla sguaiate, l’attesa messianica di quella piazza, la convinzione che ci volesse così poco a lavarci la coscienza, a tornare “normali” -senza capire bene rispetto a chi o che cosa. Quand’era l’ultima volta che ho visto qualcosa di simile? Un anno fa, circa.

Un anno?

Da quel novembre ne è passato di tempo, mi guardo e mi sembro pelato, grasso, grigio. Un anno fa molte cose erano diverse nella mia vita. Un anno fa Berlusconi non esisteva più. Finito, per sempre. Dimesso – dimesso? – Dimesso, sì, come un Papa qualsiasi! Un anno fa avevo appena iniziato la specialistica, e sapevo addirittura cosa fare dopo. Un anno fa le elezioni le avrebbe vinte persino il PD, da solo, con D’Alema candidato e un restyling di falce&martello come simbolo, Porcellum o no. Un anno fa pensa quanto rosicava Veltroni!

Un anno fa qualcuno a reti unificate ci spiegò che le elezioni erano un rischio; che la democrazia era un bene di lusso, e in tempi di crisi su queste cose si risparmia; che l’instabilità politica che ne sarebbe seguita era una minaccia troppo grande; che i “mercati” – quegli stessi “mercati” che ci avevano liberato da B. – non avrebbero capito.

Un anno fa.

The outcome is the most unpredictable since Silvio Berlusconi, then the entrepreneur anti-politician, burst on to the scene in 1994 after the collapse of the postwar order amid the chaos of the tangentopoli – “bribesville” – scandals. Snowstorms in parts of Italy, which is holding its first winter election, are adding to the sense of uncertainty.

 

…ma il comune, questo, è della città e non la città del comune, spero di essere stato sufficientemente chiaro, signor ministro, Talmente chiaro che le farò una domanda, A sua disposizione signor ministro, Ha votato scheda bianca, Come, prego, non ho sentito bene, Le ho domandato se ha votato scheda bianca, le ho domandato se era in bianco la scheda che ha depositato nell’urna, Non si sa mai, signor ministro, non si sa mai, Quando sarà tutto finito, spero di avere con lei una lunga conversazione, Ai suoi ordini, signor ministro, Buonasera, Buonasera, Avrei voglia di venir lì a darle una tirata di orecchio, Non ho più l’età, signor ministro, Se un giorno dovesse essere ministro dell’interno, saprà che per le tirate di orecchio e altri rimproveri non c’è mai stato limite di età, Che non la senta il diavolo, signor ministro, Il diavolo ha un udito talmente buono che non ha bisogno che gli dicano le cose a voce alta, Che dio ci aiuti, allora, Non vale la pena, è sordo dalla nascita.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. antonio ha detto:

    Stia tranquillo nel 2006 le elezioni furono perfettamente regolari.
    Le schede bianche diminuirono perchè la gente ne votò di meno,un pò perchè la legge elettorale Porcellum le sfavoriva ed un pò per la radicalizzazione dello scontro politico.
    Non sparirono da nessuna parte.
    Infatti le schede bianche rimasero basse anche nel 2008 e nel 2013,quando però il Berlusconi era fuori dal ministero a poter fare brogli.
    Se nel 2006 vi erano state solo 440000 schede bianche rispetto alle 1680000 del 2001 per brogli allora nel 2008 e nel 2013 dovevano tornare a crescere,
    invece furono solo 485000 nel 2008 e solo 395000 nel 2013,quini perfettamente in linea.
    A meno di non sostenere che il centrodestra abbia ripetuto l’imbroglio nel 2008 e nel 2013,quando però era fuori dal ministero,non vi era il voto elettronico ed il centrosinistra si sarebbe fatto gabbare per altre 2 volte dopo il 2006.
    Per quel che riguarda il fatto che a metà dello spoglio il centrosinistra fosse ancora in vantaggio e poi sia calato,beh,anche qui non ci fu nulla di anomalo,
    succede così da sempre,perchè da sempre per primi arrivano più dati dalle regioni dove la sinistra è forte come emilia e toscana rispetto al resto del pese.
    Per questo la sinistra appare più forte di quello che in realtà è.
    Per esempio nel 2013 all’inizio dello spoglio il centrosinistra di Bersani aveva anche il 35% ed il centrodestra solo il 23% 12 punti di differenza.
    Con 10000 sezioni scrutinate il CSX era sceso già al 33% ed il CDX salito al
    25%,sempre 8 punti di differenza.
    A metà dello spoglio il CSX era al 31% ed il CDX al 27%,ancora un vantaggio consistente.
    Però alla fine il CSX vincerà solo per il 29,5% contro il 29,2% del CDX.
    Sempre per lo stesso fenomeno.
    Quindi mi sento di poterla rassicurare sui suoi eventuali timori sulle elezioni del 2006.

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