“La musica è una performing art”. Intervista a Nicola Mazzanti sullo stato di salute del Maggio Musicale Fiorentino e della musica classica in Italia

di Francesca Lorenzoni

Foto di Gianluca Moggi, New Press Photo, Firenze.
Foto di Gianluca Moggi, New Press Photo, Firenze.

Il mondo della musica, della musica classica, soffre di una profonda marginalizzazione. Troppo spesso ciò che accade al suo interno trapela brevemente e in forma viziata sulle pagine dei giornali, per sparire quasi subito e restare materia d’interesse solamente per gli addetti ai lavori.
Così la vicenda dei licenziamenti di lavoratori del Maggio Musicale Fiorentino, rischia di finire dimenticata o peggio strumentalizzata, come è accaduto qualche settimana fa a Palazzo Vecchio quando la minoranza bersaniana del PD fiorentino si è schierata apertamente contro il Sindaco presentando un ordine del giorno in cui si chiedeva la revoca dei licenziamenti. Matteo Renzi, che fino a quel momento non sembrava aver la benché minima intenzione di far retromarcia sui suoi provvedimenti, ha reagito facendone una questione d’immagine in tempi di campagna elettorale: “ciascuno valuterà quanto sia intelligente porre una questione politica del genere a Firenze a un mese dalle elezioni”, queste sono state le sue agghiaccianti parole. Pochi giorni dopo, mentre la Procura di Firenze apriva un fascicolo per fare luce sui conti della Fondazione, Renzi era a Roma per rincontrare il ministro Ornaghi. Durante l’incontro si è deciso per il commissariamento dell’ente lirico e pochi giorni dopo Renzi ha ritirato le lettere di licenziamento che lui stesso aveva firmato un mese prima. All’inizio di febbraio si è insediato, con un mandato di sei mesi rinnovabile, il commissario straordinario Francesco Bianchi, sostenitore di Matteo Renzi fin dai suoi esordi sulla scena politica nazionale.
Dopo tutto quello che è accaduto rimane lo sgomento di fronte ad uno scenario inquietantemente precario ed il sospetto di trovarsi di fronte ad una serie di provvedimenti palliativi utili a spegnere solo momentaneamente i riflettori; rimane da capire se non si sarebbe potuto operare in modo diverso prima di arrivare a questo punto, gestendo il Maggio in maniera sana e trasparente, senza giocare sulla pelle dei lavoratori; soprattutto, rimane in sospeso il finale di tutta questa vicenda che ancora non possiamo considerare un lieto fine e rimane da domandarsi che cosa accadrà durante e dopo i sei mesi del mandato straordinario di Bianchi.
Quello del Maggio non deve considerarsi né un caso isolato nel suo settore, perché non è l’unica tra le Fondazioni Lirico Sinfoniche[1] che hanno seri problemi di gestione e di sopravvivenza, né tanto meno un caso che riguarda esclusivamente il mondo della musica classica.
Per cercare di capire meglio come funzionano le cose e come siamo arrivati a questo punto qualche settimana fa, mentre ancora la situazione versava nel caos più totale, ho avuto il piacere di fare due chiacchiere con il M° Nicola Mazzanti, ottavino solista del MMF dal 1988. Mazzanti è stato uno dei primi a specializzarsi in questo strumento, quando ancora l’ottavino era considerato poco più che un’appendice del flauto traverso, ne ha fatto il suo principale mezzo espressivo diventando uno dei suoi massimi interpreti, sia sulla scena nazionale che internazionale ha fatto conoscere le possibilità espressive di questo strumento. Oltre che un grande concertista è anche, e soprattutto, impegnatissimo in un’attività didattica che lo vede regolarmente tenere corsi e masterclass di ottavino in Europa e nel mondo. Ascoltarlo suonare è emozionante tanto quanto vedere un equilibrista passeggiare su una corda sospesa nel vuoto. Non serve spiegarlo, per capire esattamente di cosa sto parlando propongo l’ascolto del Piccolo Concerto di Liebermann, qui per ottavino e pianoforte. Mettetevi comodi, godetevi i primi due tempi e poi trattenete il fiato per tutti e quattro i mirabolanti minuti del terzo.

I licenziamenti dei lavoratori del Maggio Musicale Fiorentino non sono soltanto una vicenda locale e localizzata, ma rientrano in una problematica molto più ampia. Riguardano un intero sistema che non funziona e di cui poco o nulla si conoscono i meccanismi. Iniziando dunque da questioni generali, come sopravvive la musica classica oggi in Italia?

La musica classica è, come tutti gli spettacoli dal vivo, dal cinema fino ai circhi, sovvenzionata dallo Stato, che non solo promuove, ma soprattutto ha il compito di tutelare la cultura e con essa la musica. In questa situazione non sono implicate solamente le Fondazioni Liriche di cui si sente parlare di più, ma anche altre realtà, come i festival e le scuole di musica. Purtroppo noi paghiamo un grandissimo scotto: la totale mancanza di un coordinamento dell’attività musicale intesa nei suoi due momenti fondamentali, il suo carattere formativo e il suo carattere professionale ed esecutivo. Questi due momenti non hanno un adeguato collegamento. Tutto questo ha fatto sì che si coltivassero grandi isole, che si chiamano Fondazioni Lirico Sinfoniche, che vivono nel loro mondo con uno scarso contatto con la città e con uno scarsissimo contatto con il momento formativo. Manca una legge complessiva di coordinamento delle iniziative musicali.

E nello specifico a Firenze come stanno le cose?

Il Maggio Musicale Fiorentino ha ricevuto negli ultimi cinque anni dagli enti locali, quindi Regione, Provincia e Comune, una somma che si situa al penultimo posto della graduatoria. Per esempio, la Regione Lazio ha dato cinque volte di più di quanto ha dato la Regione Toscana in cinque anni solo all’Opera di Roma e se è vero che il Comune di Roma ha un bilancio più ampio di quello di Firenze, lo stesso non vale per la Regione Lazio rispetto alla Regione Toscana. Quello che devono dirci è cosa hanno intenzione di fare, bisogna fare delle scelte e nello stesso tempo c’è bisogno di avere un piano a lungo termine.

Se, come è qui, l’orizzonte massimo è il 31 dicembre tutto questo non lo si fa. Loro hanno bisogno di chiudere in pari il bilancio, quindi le loro soluzioni sono un po’ di cassa e un po’ di licenziamenti per poi magari non riuscire comunque a mantenere il bilancio in attivo. La politica deve ritornare ad essere quello che dovrebbe essere, la costruzione, la costruzione di una città, di un progetto condiviso. Il problema principale è che la politica non è più questo, ma è semplicemente la gestione dell’esistente. Non c’è un piano reale di sviluppo, non c’è mai stato.

C’è quindi un rimpallo di responsabilità di tipo gestionale tra i vari enti che alla fine del processo non trova né un’attuazione reale né tantomeno assume una qualche funzione di coordinamento.

C’è un rimpallo di tipo gestionale in cui bene o male, adesso, chi ha più santi in paradiso riesce in qualche modo a sfangarla meglio. Ora, io lo ho detto in maniera piuttosto brutale, ma è davvero così oggi come oggi.
Nel passaggio dal governo Prodi-D’Alema a quello Berlusconi abbiamo visto spostarsi immediatamente flussi di finanziamento da un settore a un altro. Da certi tipi di soggetto ad altri. Anche per quel che riguarda le Fondazioni Liriche non è casuale che le ultime sovvenzioni speciali siano andate a Milano, Verona e Roma, tre entità che erano gestite in particolare da determinate forze politiche. Abbiamo imparato a sopravvivere in questa situazione fino a quando la torta da spartire è diventata troppo piccola e i grandi dinosauri, che più difficilmente si adattano ai mutamenti climatici, sono entrati in crisi per primi.

Grandi dinosauri come perfino il Teatro alla Scala di Milano?

In generale le Fondazioni sono entrate in crisi per prime. La Scala tutto sommato vive in un mondo a parte per due motivi: perché è il teatro più importante del mondo, soprattutto a livello di immagine e questo funziona per attrarre sponsor e poi perché è inserito in un contesto industriale e finanziario come quello di Milano, ovviamente più ricco di quello fiorentino. Della Valle ha finanziato il Balletto della Scala, un simile sponsor avrebbe potuto aiutare non poco il Maggio, ma a livello di immagine la Scala ha una visibilità ampiamente maggiore rispetto alla nostra e dunque un ritorno in termini economici più elevato. Eppure del nostro teatro si parla e non poco anche grazie a tutti i suoi impegni internazionali.

Basti pensare alle tournée mondiali che avete fatto negli ultimi anni.

Le tournée naturalmente. Poi abbiamo la fortuna di avere dal 1986 Zubin Mehta come direttore stabile, un nome internazionale, che tutti ci riconoscono come una grande fortuna. Stiamo attraversando una crisi economica grande e vi è la necessità di risparmiare, ma deve essere detto con chiarezza come e dove si vuole investire. La politica fatta dagli ultimi governi, che è stata quella di dismettere l’intervento dello Stato nei confronti di tutti, è una politica non solo suicida, ma profondamente immorale. È un fallimento della politica. Ci sono stati anni in cui il FUS (Fondo unico per lo spettacolo) è stato la metà di quello che è oggi, gli enti sono entrati in crisi e il loro bilancio è andato in passivo. Si è così prodotto uno stato di quasi asfissia che sarà probabilmente il prodromo di chiusure e fallimenti. E ci sarà poi la possibilità di destrutturare completamente il campo, lasciando l’intervento ai vari piccoli kapò improvvisati.

Quello che serve è una riforma seria, non quella che Bondi ha definito riforma, quella fu una legge assurda, che cerchi di dare nuovi volti alle Fondazioni Lirico Sinfoniche, una nuova struttura, un nuovo modello organizzativo interno, che permetta di produrre di più, senza aggravio di costi e permetta un maggiore collegamento con le strutture formative. Senza tutto questo siamo spacciati, non tanto perché finiranno i finanziamenti, quanto perché rischiamo di non avere più un pubblico.

A proposito di danni d’immagine e di allontanare il pubblico, la prima di Die Walküre è slittata per i lavori di bonifica in sala a causa della presenza di amianto. Mentre si finisce il nuovo Teatro dell’Opera a Firenze il vecchio Teatro Comunale versa in questo stato?

Il Teatro Comunale fu chiuso per due o tre anni nei primi anni novanta e noi ci trasferimmo al Verdi, fu fatta una strutturale bonifica dell’amianto, soprattutto nei condotti di condizionamento. Tutto il vecchio impianto di condizionamento non solo della sala, ma di tutto il teatro, è stato completamente isolato e sigillato con delle resine particolari, l’interno è ancora pieno di amianto. Allo stesso modo fu anche incapsulato il soffitto. Caso ha voluto che un pezzo del soffitto sia crollato liberando fibre di amianto ed ecco il perché di questo stato di cose.

Che fine farà il Teatro Comunale?

Verrà comprato da qualcuno che lo riutilizzerà per scopi evidentemente non culturali. Sapevo, ma non sono un tecnico, che le ultime gare di vendita, per altro andate deserte, prevedevano solamente di mantenere la cubatura totale dell’edificio e la facciata su Corso Italia, considerata una facciata storica.

Noi sappiamo come stanno le cose dal di fuori, ma come si lavora in questi giorni al Maggio? Che atmosfera c’è dentro al teatro?

Terribile. Vi è una profonda lacerazione. Nonostante i licenziamenti e la drammatica situazione che stiamo fronteggiando, ci sarebbe stata un’atmosfera molto più sopportabile se almeno il mondo sindacale non si fosse spaccato in due parti. Da un parte CIGL e CISL, dall’altra FIALS e UIL e ognuno accusa gli altri di essere la causa di tutto questo. Questa emergenza fa sì che la vita normale di tutti i giorni sia minata nei suoi fondamenti, che non si possa neanche pensare di veder rispettati quei diritti basilari che sono parte integrante del nostro contratto. La cosa peggiore in assoluto è che si naviga a vista. Anche noi, come le altre categorie lavorative, necessitiamo di sapere quali saranno i nostri impegni e le nostre scadenze, quantomeno a breve termine. Noi non abbiamo nulla di tutto questo. Basta un ritardo nella consegna dei lavori ed ecco che improvvisamente tutti gli orari vengono cambiati.

Che tipo di contratto avete voi orchestrali?

Il posto di lavoro è regolato dal contratto collettivo nazionale del posto di lavoro e poi il abbiamo la contrattazione di secondo livello, il cosiddetto patto integrativo che attualmente copre quasi il cinquanta per cento degli emolumenti. Tutti gli Enti hanno stipulato dei patti integrativi creando quelle indennità, talvolta ridicole, che hanno tuttavia permesso di adeguare minimamente il nostro stipendio al livello del decoro. Ci diranno che siamo dei privilegiati per il mestiere che facciamo, ma la verità è che per ottenere un minimo di salario siamo ricorsi a questo tipo di mezzi.

Privilegiati? Chiariamo una volta per tutte che cosa significa arrivare a suonare in orchestre come quella del MMF, quanti anni di formazione, studio, concorsi, masterclass comporta? Facendo una media a ribasso direi una ventina. Anni in cui difficilmente si viene pagati per suonare, anzi spesso il contrario. E senza dimenticare che la vostra non è una carriera fatta di scatti prestabiliti, di numero di anni o presenze. Il vostro è un impegno giornaliero di studio, ricerca ed esecuzione che non ha mai fine e che non garantisce nulla di per sé.

Senza fare graduatorie, nel mio ruolo, nella mia posizione siamo in tredici in tutta Italia. Molti mi hanno chiesto quanto c’entra la politica nei nostri concorsi. Da questo punto di vista non ho mai trovato un ambiente più sano del nostro, parlo del Maggio, e lo dico con estrema fierezza. Glauco Cambursano (ndr primo flauto solista del Teatro della Scala dal 1954 al 1996) diceva: “non guardate il mondo della musica attraverso il tubo del flauto, perché ne vedrete solamente un piccolo pezzo”. Proprio questo è un aspetto importante, più ampio, ed è quello che spiego spesso ai miei allievi, che non basta esercitarsi. La musica richiede dei sacrifici enormi e questo significa spendere tutto il proprio tempo ad occuparsi di musica, significa passare le proprie ore libere ad ascoltare quelli che sono i capisaldi della storia della musica, significa ritenere prioritario andarli ad ascoltare dal vivo quando si eseguono o almeno ascoltarne una registrazione senza fare altro nel frattempo. Se tutto questo non è una priorità, allora fareste meglio a cambiate mestiere. Perché se vi manca questa passione, non ci sarà niente che vi possa ripagare dei sacrifici che la musica vi richiede, niente.  Solo con questa passione le rinunce smetteranno di sembrare tali e vi sentirete pienamente appagati da quello che state facendo. Se è così questo mestiere ha un valore, altrimenti di soffiare in un tubo ci si annoia presto. C’è poco da fare, non è un lavoro qualsiasi.

Un altro punto che mi piacerebbe affrontare è proprio quello della formazione. Qual è la prospettiva di un ventenne oggi in Italia che vorrebbe fare il musicista? Partendo dal presupposto che abbia già tutte le carte in regola per farlo.

Le prospettive sono molto poche. O almeno, prima di tutto non bisogna più ragionare nei termini tradizionali. Per esempio, ai miei tempi, un posto in una banda delle forze armate o un posto come insegnante nella scuola media erano visti come una cosa infima. Adesso sarebbero un enorme traguardo, posti nello stato, posti sicuri. Credo ci siano branche ancora inesplorate che possano permettere la sopravvivenza della figura del musicista.

Per esempio?

Ti porto un esempio. Un mio ex compagno di corsi è stato tre mesi in America a specializzarsi nel metodo Gordon, metodo per il trattamento dell’apprendimento musicale per i bambini appena nati fino ai tre anni. Una fascia che nessuno aveva considerato prima. Lui ha importato questo metodo in Italia, ha fondato una associazione specifica e sta aprendo sempre più nuove scuole. Tutto sommato io stesso, benché avessi le spalle coperte da un posto di lavoro sicuro (o che lo era almeno fino a poco tempo fa), ho deciso di puntare sull’ottavino voce solista e non solo come colore orchestrale. Fino a poco meno di quindici anni fa io ero come tutti gli ottavinisti: un ottavinista che però faceva i suoi concerti con il flauto, che ha un repertorio che l’ottavino non ha. Ad un certo punto scelsi di lavorare con l’ottavino. Nessuno lo aveva ancora pensato come uno strumento realmente musicale e mancava una didattica e una pedagogia specifica. La mia fortuna da questo punto di vista è stata questa, inserirmi in una zona ancora inesplorata. Poco tempo fa sono stato invitato a registrare un disco assieme ad un’orchestra di flauti, l’orchestra di flauti Toscanini, il suo direttore è un altro che ha fatto qualcosa di simile. Fu chiamato a fare una supplenza ad Avezzano e si rese conto che era un bacino di utenza di 300 mila persone senza una scuola di musica nelle vicinanze. Ha fondato una scuola di musica enorme e tre scuole medie a indirizzo musicale, sfruttando un vuoto, che può essere uno spazio di tipo geografico, come in questo caso, piuttosto che una situazione. Se il musicista attuale pensa che l’unica maniera di realizzarsi sia quella di andare a insegnare in una struttura pubblica o di trovare un posto di lavoro in un’orchestra… Auguri! Bisogna davvero essere dei fuoriclasse.

Quindi puntare sulla ricerca e sulla formazione?

Se dovessi dare un consiglio a un giovane ventenne che voglia fare questo mestiere, sarebbe proprio quello di ,iniziare dalla formazione musicale dei bambini, che possano avere la possibilità di essere fisicamente vicini ai  luoghi dove si fa musica. Che abbiano la possibilità di sentire e vedere strumenti meno conosciuti come un ottavino, un fagotto o un contrabbasso. Servirebbe creare all’interno delle scuole elementari dei corsi di musica con metodi come quello Suzuki, pensati per i bambini. È fondamentale per ristabilire una relazione tra mondo della formazione e mondo della realizzazione professionale. Per esempio, noi facciamo le prove generali dei concerti aperte alle scuole. Io non credo che nell’ottanta per cento dei casi questa sia un’azione importante. I bambini arrivano completamente ignari di quello che li aspetta, semplicemente contenti di perdere una giornata di scuola. Credo che invece ci vorrebbero spettacoli a loro dedicati, calibrati sulla loro capacità di attenzione, non pretendere che mantengano la concentrazione per tutti e settanta i minuti della Nona di Beethoven! Si deve stabilire un rapporto, che ad oggi continua a mancare in modo significativo, tra i conservatori e le Fondazioni Liriche. In proposito è stata promossa un’iniziativa molto interessante a Venezia dove si sono svolte delle audizioni per la banda del palcoscenico, dedicate unicamente agli studenti dei conservatori e ai neodiplomati. Per la banda non c’è bisogno di una straordinaria esperienza e nello stesso tempo si crea un gran bel punto di partenza per gli studenti.

Ho l’impressione che in definitiva quello che vi stiano togliendo al Maggio sia proprio la tranquillità e il piacere di fare quello che fino a prova contraria è, prima di tutto, una passione.

La musica è una performing art, non è un lavoro normale. Se il cameriere che mi porta un cocktail inciampa e lo rovescia, dopo aver ripulito tutto, fatto una brutta figura, averne preparato un altro e speso un po’ di più, tutto sommato ha rimediato. Quando si suona e si sbaglia una nota, la si è sbagliata, non è più possibile rimediare in alcun modo. La musica vive di questa sottile fragilità. Per questo il coinvolgimento sia a livello emotivo, sia a livello fisico è enorme, tanto che quella dell’orchestrale è una delle categorie più soggette a malattie nervose. Spesso non ci si rende conto di cosa voglia dire essere un musicista.

E che cosa vuol dire essere un musicista?

Vuol dire fondamentalmente fare del lavoro la propria vita. Chiunque faccia questo va incontro a rinunce terribili e non può essere considerato un privilegiato perché il suo stipendio è appena superiore a quello di un insegnante delle scuole medie. Quando sono stato due anni di ruolo nelle scuole medie il mio stipendio era a zero scatti all’ora, perché non maturai neanche uno scatto. Passato al Maggio raddoppiai il mio stipendio. Un giovane che ora si trovi nelle mie stesse condizioni, che oggi dalle scuole medie passi al Teatro Comunale come ottavinista (che ha una classe di salario appena sotto il primo flauto, quindi abbastanza elevata), aumenta il suo stipendio di 400 euro al mese, ben lungi dal doppio. Questo vuol dire che in questi venticinque anni il nostro potere d’acquisto si è incredibilmente abbassato. Gli altri possono fare una vita più o meno regolare, noi no. Ad agosto mentre gli altri erano in vacanza noi eravamo in tournée in Sud America. La tournée è un’esperienza meravigliosa, ma significa in primo luogo essere lontani da casa per lunghi periodi e, nel novanta per cento dei casi, è una interminabile e stancante serie di attese, aerei, camere d’albergo e spostamenti frettolosi con pochissime ore di sonno. Con il nostro lavoro manca un reale contatto con le cose, quando i tuoi figli vanno a scuola e sono liberi il sabato e la domenica, tu non ci sei, forse hai libero il lunedì, quando loro non ci sono.

Però, ecco, io mi considero una persona fortunatissima: io faccio il mestiere più bello del mondo.


[1]      Per saperne di più sulle Fondazioni Lirico Sinfoniche rimando all’interessante blog di Gianluca Floris (http://costruiresumacerie.org).

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