Bonsai #23 – Baustelle – Fantasma (Atlantic, 2013)

di Tommaso Ghezzi

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Il concept-album come marca differenziale per l’indie italiano? Forse. Sicuramente non è una scelta legata al business, alle meccaniche discografiche vigenti. Ma diciamoci la verità; chi compra i dischi nel 2013 segue perfettamente le scene musicali, ricerca e approfondisce la materia e soprattutto usa la rete come veicolo conoscitivo e non come brutale serbatoio scriteriato. Detto questo; una band con un contratto discografico, che gode di ampio consenso di pubblico e di una fiducia da parte della major di riferimento può oggi lavorare ad un progetto impegnativo, calibrato dal punto di vista concettuale,  gonfiato delle suggestioni più disparate e di certo non affini alla media del mainstream radio-televisivo italiano.

Fantasma dei Baustelle attrae un target in espansione; si rivolge infatti ai partigiani dell’esterofilia patinata, ai composti teenager radical-chic, ai nostalgici alt-rock anni ’90, alle ragazzine inquadrate nelle evocazioni più o meno tipiche della frequentatrice di fiere vintage, con il mito di Parigi e le magliette di Audrey Hepburn.  Allo stesso tempo ricalcano, secondo logiche di mercato, quello che fino al decennio scorso era indicato come A.O.R. (adult oriented rock); una musica adulta, con potenziali commerciali sì, ma assolutamente consapevole e coerente.

Il precedente “I Mistici dell’Occidente” per quanto elaborato, brillante e degno, faceva trasparire un malcontento di fondo, una forzatura, un’incoerenza lasciva; i brani quasi accatastati definivano un eterogeneo calderone di nozioni e afflati abbastanza strampalati, palesemente germinali. Quei barlumi, quelle nozioni formali transazionali, che costellavano le tracce de I Mistici dell’Occidente, hanno preso forma e si sono configurati, secondo una modalità decisamente più matura, nel nuovo lavoro della ditta Bianconi – Bastreghi – Brasini. I Nostri non sono di certo i tipi che si scannano per farsi voler bene; l’attitudine rimane snobisticamente alto borghese, la falsa compostezza formale sciala citazioni talvolta forzate, pedanti e leziose. Ma la faccia tosta di presentare sul mercato un lavoro del genere non può comunque passare inosservata.

Enrico Gabrielli, ormai factotum della scena indie e mainstrindie [1] italiana, è stato arruolato per rendere il disco come un film – o meglio – una colonna sonora, visto il suo curriculum denso di composizioni sia orchestrali sia cinematografiche (Calibro35). Il disco si apre infatti con dei Titoli di testa, e fornisce una cornice per ogni track “testuale” ad ognuna delle quali è incastonato un titolo evocativo (Nessuno muore; Primo principio di estinzione; Intervallo; Secondo principio di estinzione; Titoli di Coda). È quindi un disco che suda sensazioni cinematografiche mantenendo le varie suggestioni sullo stesso piano tonale (sia letterario che musicale).

La crescita tematica sposta le attenzioni verso una metafisica del vero, una misura del nulla dentro sé stessi quasi sottaciuta nella produzione precedente. Scompaiono i riferimenti alla modernità tangibile. Il disco è estremamente privato e intrasoggettivo, a parte qualche spaurita emersione di tratti contemporanei condivisi; Banchieri, operazioni, studenti ed operai. Povero pusher che da solo se ne va con i proventi del lavoro verso la celebrità. E la ragazza di Lambrate si lamenta a voce alta del suo seno da rifare con i soldi che non ha. (Maya colpisce ancora); Per un giorno non studiare non chattare (Monumentale).

Gli echi sono quelli già consolidati e familiari per Bianconi; Gainsbourg, Battiato e l’indie pop inglese e nordeuropeo. Ai toni rock si aggiungono però flussi r’n’b (La Morte non esiste più che appena uscita a suscitato non poche accuse per i riferimenti, non proprio labili, alla linea di piano in Back to Black di Amy Winehouse ). Gabrielli ha messo del suo conglobando gli arrangiamenti orchestrali con Stravinsky, Morricone, Berio, Mahler e la musica barocca.

La trovata più interessante del disco è il tributo a Olivier Messiaen (Il Finale), in cui Bianconi prende le vesti del compositore francese per una prosopopea in prima persona; l’io che canta sarebbe lo stesso Messiaen davanti a ufficiali e prigionieri del campo di Görlitz, in procinto di eseguire il Quatuor pour la fin du temps il 15 gennaio 1941.

Più che musicali quindi i respiri di questo disco sembrano provenire da venti letterari (e che venti); Montale (apertamente citato in Monumentale), D’Annunzio (Radioattività decolla con un dignitoso refrain allineabile con la centenaria tradizione di parodie de “La pioggia nel pineto”; Piove sugli orizzonti sfocati. Sui nostri tempi deviati. Gocce di pioggia di Londra viste dal basso, dall’ombra), Leopardi (Come la ginestra nata sulla pietra lavica in La Morte non esiste più) e varia eterogenea letteratura mistica (ancora Bianconi macina la considerevole quantità di letture legate a Elémire Zolla, accanitamente approfondito per i Mistici).  

Letterario è anche il booklet che si chiude con uno scritto di Giuseppe Genna, il quale avrebbe la pretenziosa funzione di chiarire il concept uniformante del disco; il naturale legame tra l’essere umano e l’abisso che lo ha generato, che lo contiene e che lo divorerà. Il fantasma è quel tassello mancante del nostro impianto razionale che apre mondi, che stimola la creazione, che genera l’arte. Quel fantasma che ci si palesa attraverso la morte, senza la quale non c’è vita.               

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[1] Mi riferisco all’uso di questa parola fatto, in questo stesso blog, da Marco Mongelli.

2 Comments Add yours

  1. peppe ha detto:

    bene, parole sobrie, e per niente pregiudiziali, per un disco complesso e intenso.
    Grazie

  2. Maria ha detto:

    Ottima analisi.
    C’è un piccolo refuso che correggerei, a voler essere pignoli.
    “La Morte non esiste più, che appena uscita a suscitato non poche accuse”.

    Grazie

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