“essere per qualche istante io, noi, solitudine”: un ricordo di Vittorio Sereni attraverso cinque poeti contemporanei

di Claudia Crocco

Sereniliceo
Vittorio Sereni, foto di classe, primi anni Cinquanta

Non vorrai dirmi che tu
sei tu o che io sono io.
Siamo passati come passano gli anni.
Altro di noi non c’è qui che lo specimen
anzi l’imago perpetuantesi
a vuoto – 
e acque ci contemplano e vetrate,
ci pensano al futuro: capofitti nel poi, 
postille sempre più fioche,
multipli vaghi di noi quali saremo stati.
(V. Sereni, Altro posto di lavoro, in Stella variabile, in Poesie, edizione critica a cura di D. Isella, Milano, Mondadori, 1995)

Vittorio Sereni (1913-1983) moriva a Milano trent’anni fa. Alla fine di questa giornata dedicata alla sua opera poetica, si può ricordarlo ancora una volta attraverso alcuni versi. Sono qui riportate due poesie dedicate a Vittorio Sereni da poeti a lui anagraficamente vicini (il primo, Giacomo Noventa, appartiene alla generazione precedente: nato nel 1898 a Noventa di Piave, è morto a Milano nel 1960; il secondo, Bartolo Cattafi, più giovane di Sereni, era nato nel 1922 a Barcellona Pozzo di Gotto ed è morto a Milano nel 1979); e tre testi scritti tutti dopo la morte di Sereni, da poeti molto più giovani di lui, appartenenti alla generazione che ha esordito dopo la seconda metà degli anni Settanta (Stefano Dal Bianco, Franco Buffoni, Guido Mazzoni). Senza nessuna pretesa di tracciare i confini di famiglie o filoni, può essere un modo per ricordare il lascito della poesia di Vittorio Sereni in alcuni dei più importanti libri di poesia degli ultimi trent’anni.

Vittorio, Amigo mio,
Calma el to cuor.

No’ perderte
Par ’na dona che passa.
I so basi te resta.

E no’ perderte, Vittorio,
Par ’na dona che resta.
I so basi va via.

Lo so, lo so, che intanto el tempo vola
E ch’el ne lassa
Veci
Su la porta de casa!

Ma no’ importa, Vittorio,
No’ importa, proprio.
El tempo gira
In tondo.

El tornerà a trovarne:
E torneremo,
Zoveni,
A far el giro del mondo.

(G. Noventa, 30 marzo 1960, cit. in L. Lenzini, Commento a V. Sereni, Il grande amico. Poesie 1935-1981, introduzione di G. Lonardi, commento di L. Lenzini, Rizzoli, Milano, 1990, pp.30-31)[1]

A Vittorio

Mio amico,
                 oggi è il dieci settembre
millenovecentosessantadue
e fa ancora caldo
benché siano le undici di sera.
La città è Milano
la stessa città dove tu vivi.
Seduto a questo tavolo bruciato
dalle cicche, senza più vernice,
bollato dal fondo dei bicchieri,
nella casa che conosci.
Ti scrivo per dirti
che quanto prima me ne vado.
Da uomo a uomo voglio dirti grazie
e chiederti scusa delle cose
che fui costretto a darti
quello che fu possibile cavare,
la farina la crusca
uscite dal mio sacco,
di cui ci sarà presto l’inventario.
Vorrei che tu fermassi nella mente
la mia vera sostanza soprattutto
che dalla tua ebbe
luce, vento, profilo
– ignoro che profitto seppe trarne
la mia greve difficile sostanza.
E rientri nei calcoli la sola
verde foglia velenosa,
forma di lancia
rivolta di più verso il mio petto
(conosci i modi offerti dalla vita
di saggiare la morte, tu, con le tue mani,
di attrarla a te, puntartela sul petto
per insania, viltà verso la vita?).
Tutto fu cotto ad un vero fuoco.
Ed ora
tutto è in un fermo vetro trasparente.
Questa amicizia fu per me qualcosa
che non può con l’altro
connettersi, eguagliarsi
nell’amalgama,
bigia spuma, buon sasso,
sabbia sfuggente,
e tu fosti ineguagliabile qualcuno
alta onda smagliante nel gran mare,
cuore saldo e preciso
illimitato cuore fantasioso.
Questa immagine ho avuto,
questa mi porto chiusa dentro il sacco.
Dovrei dirti di come me la passo,
l’ansia, l’affanno
– buffi gesti del muscolo cardiaco –,
l’aria che manca se di poco m’affaccio
al luogo dove andrò.
Comunque ti formulo la mia
speranza-promessa:
appena posso
da una cella celeste o infernale
farti una buona
tenace, terrestre compagnia.
Ti dovevo tanto. Ti saluto.
(B. Cattafi, L’osso, l’anima, Milano, Mondadori, 1964[2])
Varietà e problemi di pensiero
all’angelo custode
Non si combina niente senza un pensiero intenzionale
perché se vince la meccanica
sono i pensieri a governare noi,
e poi si tratta di lavoro,
di usare tutti i trucchi
per rimanere svegli in modo che
la dimensione e la durata di ciascun
pensiero intenzionalmente si facciano
adulte, si prolunghino sempre
mantenendo il controllo
non solo del pensato ma dell’esperito
con i normali cinque o sette sensi,
così da contenere più realtà
attraverso l’azzurro del suono
nella sua cavità di fiato
mantenuto costante in una nota.
Ogni pensiero intenzionale si fa azzurro
come quella precisa varietà di suono
che non è musica d’angeli
ma la mia sola musica,
e quella di mio padre.
(S. Dal Bianco, Prove di libertà, Milano, Mondadori, 2012, p. 36)
Stefano Dal Bianco (Padova, 1961) ha studiato a lungo la poesia di Vittorio Sereni, sia da un punto di vista critico che metrico-stilistico.  Non stupisce, dunque, che Dal Bianco abbia evidenziato, mettendo a confronto Sereni e Petrarca, due caratteristiche che possono unire anche la sua poesia a quella del “padre” letterario: la prima è la “centralità dell’esperienza”; la seconda è un dualismo di fondo, che determina una presenza frequente del senso di colpa. [3] Della sindrome sereniana della “colpa di non avere colpe” parla anche Stelvio Di Spigno a proposito di Ritorno a Planaval, paragonando poesie come La vita oscena Nel sonno di Sereni[4]. Una forma di “vergogna” comune può forse essere identificata anche fra un testo di Prove di libertà, ossia Meccanismo infernale (“In balìa d’una grande occasione d’angoscia, /stupida e falsa, irrilevante/ come ogni occasione d’angoscia, / sapere bene cosa dover fare, e farlo,/ è tutta un’altra cosa./ Ma la peggiore delle cose è farne,/ per salvarsi, un argomento di scrittura/come farebbe il più imbecille dei poeti”) e la “prossima vergogna” dell’osservarsi nella scrittura di versi di Un posto di vacanza (“Non c’è indizio più chiaro di prossima vergogna: / uno osservante sé mentre si scrive/ e poi scrivente di questo suo osservarsi”).
Più in generale, si potrebbe considerare l’influsso della poesia di Sereni in Dal Bianco soprattutto in senso etico: innanzitutto come eticità della forma, e dunque come influssi stilistici e ricorrenze formali (ad esempio nei “rallentamenti del verso”, tanto importanti per Dal Bianco), nonché come “nausea metrica”, concetto centrale in entrambi i poeti:
Si convive per anni con sensazioni, impressioni, sentimenti, intuizioni, ricordi. Il senso di rarità o eccezionalità che a ragione o a torto si attribuisce ad essi, forse in relazione con l’intensità con cui l’esistenza li impose, è la prima fonte di insoddisfazione creativa, anzi di riluttanza di fronte alla messa in opera, che si traduce (peggio per chi non la prova) in nausea metrica, in disgusto per ogni modulo precedentemente sperimentato.[5]
In secondo luogo, l’eticità è nel continuo dialogo con se stessi nei versi: mai autoassolutorio, talvolta prolungato in figurae dell’io, suoi doppi, come quelli di “Apparizioni o incontri” e quelli – con altra cornice teorica- di Prove di libertà.
Il testo dell’ultima raccolta in cui è più chiaro l’omaggio a Sereni, per la citazione di una delle poesie più celebri di Diario d’Algeria nei versi finali (Sereni: “Questa è la musica ora:/ delle tende che sbattono sui pali. / Non è musica d’angeli, è la mia/ sola musica e mi basta”[6]; Dal Bianco: “come quella precisa varietà di suono/ che non è musica d’angeli/ ma la mia sola musica/ e quella di mio padre”), è anche uno dei più complessi. Nell’ultimo verso, la figura di Sereni si sovrappone a quella del padre biografico, e la citazione letterale da Non sa più nulla, è alto sulle ali, posta in corsivo, serve anche a denunciare la “sola musica” che si possiede, dalla quale è necessario prendere le distanze con un “pensiero intenzionale”. Alla luce di un’attenta lettura del nuovo libro e dell’influsso che vi esercita l’insegnamento di Gurdjieff, forse non è del tutto azzardato ipotizzare che ciò da cui vanno prese le distanze (la “musica”: dove il corsivo denuncia il pericolo che diventi “maniera”) sia il rischio della ripetizione e della meccanicità, che è parte della poesia stessa: il “lavoro”, i “trucchi”, la conoscenza iper-analitica della tradizione metrica e stilistica del Novecento possono costituire una gabbia per la scrittura di versi; per questo motivo, per tornare a scrivere, è necessario distanziarsene, recuperando un “pensiero intenzionale”.

Una sovrapposizione simile fra la figura paterna reale e quella letteraria, coincidente con Vittorio Sereni, c’è anche in tutta l’opera di Franco Buffoni (Gallarate, 1948).

Vittorio Sereni
Il sentiero scendeva sulla fronte di Armio,
Lago d’inverno stropicciato solo.
Se ne andava con profondi squarci
Nel ritratto d’acqua dell’acqua che indossava
E il suo cavallo sollevava onde di polvere
Nello sguardo semplice del cielo.
I pini salivano nel buio
– ripeteva a nascondersi
tra stelle decenti
coi soli sorrisi –
E adesso erano proprio tutti uguali.
(F. Buffoni, Quaranta a quindici, Roma, Crocetti, 1987; poi in F. Buffoni, Poesie 1975-2012, Milano, Mondadori, 2012, p. 41)
Questa stessa poesia è presente anche in un altro libro di Buffoni, Il profilo del rosa (Milano, Mondadori, 2000). Posta all’interno della terza sezione (“Le radici piantate”), in questo secondo caso è priva del titolo in cui ne era reso esplicito il destinatario. Anche nel testo conclusivo della raccolta del 2000 – una delle più importanti di Buffoni – è rievocata la figura di Sereni: si tratta di Di quando la giornata è un po’ stanca, “testo-soglia”[7] della raccolta, che, come quello iniziale, Come un polittico, è posto in corsivo. In un autocommento[8], Buffoni ha evidenziato che i due toponimi di area lombarda presenti nel testo (la località di Castelletto Ticino ai vv. 4-5: “Costruzione di barche a Castelletto con dei legni/ Morbidi alla vista, già piegati; lo stadio di San Siro ai vv. 8-9: “Ti dico: tornerai a San Siro/ sotto vetro la cravatta a strisce nere”[9]) evocano una doppia figura: quella del padre reale e biografico, e di un padre poetico e letterario, ossia Vittorio Sereni.
Padre poetico e padre legittimo (nati il primo nel ’13, il secondo nel ’14; entrambi ufficiali dell’esercito italiano; entrambi con l’indicibile da trasmettere circa guerra e prigionia) uniti per me nell’incubo notturno e in quella sua estensione che è la poesia.
Oltre che in questa explication du texte, Buffoni ha dichiarato la figura di Sereni centrale in quanto “padre putativo” in numerose interviste successive. Da questo punto di vista, nella poesia a lui esplicitamente dedicata non è casuale la presenza di un toponimo riconducibile all’area lombarda nei primi versi (la “fronte di Armio” e il “lago d’inverno”): come nella poesia di Sereni, anche in quella di Buffoni, da Il profilo del Rosa al più recente Roma (Milano, Guanda, 2009) la memoria è attivata soprattutto attraverso i “sopralluoghi”[10]; e la geografia – nonché il suo attraversamento – è protagonista delle poesie che formano il “polittico” del Profilo del rosa. La vicenda biografica del padre, prigioniero in guerra come Sereni, è accostata in modo diretto a quella del poeta anche in un testo in prosa, Più luce padre. Dialogo su Dio, la guerra e l’omosessualità (Roma, Sossella, 2006), considerato spesso in parallelo a Guerra (Milano, Mondadori, 2005), altra bellissima e decisiva raccolta di poesie di Buffoni [11] . Una poesia degli Strumenti umani è ricordata e citata in modo diretto in uno dei testi conclusivi del libro del 2005, cioè Per sapere com’è nel tempo la faccia della terra: “E mi si fanno vicine / La poesia di Sereni su Amsterdam/ Del cinquantasette/ E quella di De Libero/ “Settembre tedesco” del quarantatré./[…] E a Sereni l’olandese che ammette/ Sono tornati come turisti li accogliamo/ E diamo loro anche informazioni/ Ma non una parola di più”.
Se in Più luce padre la sovrapposizione conduce ad un’apparente condanna del mancato antifascismo di Sereni[12] – dovuta al parallelo con la figura paterna e alla necessità di reazione a questa, promotrice anche in tempo di pace di idee “reazionarie” -, in Guerra la ‘non scelta’ e l’esclusione dalla storia rappresentano uno dei punti di osservazione privilegiati di una universale ed inevitabile carneficina umana: “Tu, disertore di professione/Nascosto tra i cespugli/A spiarli mentre fanno i bisogni/ Per fermare la storia./ Tu scarico della memoria”. La condizione del disertore di Guerra ha, forse, non pochi punti in comune con quella di Sereni “morto alla guerra e alla pace” in Diario d’Algeria.
Pure morning
L’urto delle gocce sulle foglie,
la condensa, la luce che rischiara
i gerani strappati e ancora vivi nel vapore
del ghiaccio che si scioglie,
la terra sparsa sul balcone dai vasi – vedevamo
una periferia enorme oltre le grate
del terrazzo e nelle luci
di casa le persone vivere,
mettere nel buio le stanze illuminate; e poi più in là
tra gli spazi vuoti, i fili e il muro
della circonvallazione, cominciava
la rete dei viali e la metropoli
immensa si mostrava. Dopo, se il cielo
diventava chiaro e le colonne
dei fari segnavano le strade, il rombo
fuori dai vetri era pieno
delle vite che vedevo
rapprendersi in quegli attimi, quando la fila
delle auto si ferma e ci guardiamo
esistere dai finestrini, tra i fanali,
il loro cerchio nel cono della pioggia, dentro i secoli
che ora mi vengono incontro
dai campi coltivati, dai caselli
di Milano se la nebbia si dischiude. Ogni vita
è solo se stessa: questa luce
bassa sulle case, i primi treni
che aprono il vento e ci sorprendono
in una specie di torpore,
la pastiglia nel bicchiere, gli adolescenti,
nel video, che cantano il dolore;
quando sembra che la mente nasconda
a se stessa il gesto di fuggire
la mattinata pura, i fatti nudi,
nel rumore di tutti il tempo che si perde
per essere solo ciò che siamo adesso,
per diventare solo solitudine.
(G. Mazzoni, I mondi, Roma, Donzelli, 2010, p.65)
Come ha già sottolineato Pellini in un’attenta recensione[13], il primo evidente punto di contatto fra Sereni e Guido Mazzoni (1967) è che anche l’autore dei Mondi
[…] come il Sereni di Un posto di vacanza, è «custode non di anni ma di attimi». Per Mazzoni, però, l’«istante» di pienezza è «indicibile»; abdica a ogni pretesa di universalità («un evento che non significa nulla per voi»); può anzi insinuarsi in una «pausa fra gli eventi» (Il cielo), o rivelarsi in «un movimento del tutto fungibile» (L’istante che è appena trascorso) […]
L’emersione di ricordi e di scene del proprio passato è la dimensione temporale dominante in tutta la raccolta. Spesso, come in La parete o La forma del ricordo, determina la comparsa di figure familiari (“[…] mie persone che siete/ solo sagome […]”), avvolte in una nube o in una dimensione egualmente opaca, non nitida (“come nel fondo di un vetro”), in modo simile a quanto accade nella sezione più importante degli Strumenti umani, “Apparizioni o incontri”. In altri testi, la memoria è attivata da qualcosa di simile a quello che Mazzoni stesso ha definito, a proposito della poesia di Buffoni (e istituendo un confronto con Sereni), dei sopralluoghi (è il caso di Luxembourg, Rogoredo, Dearborn Bridge, AZ626). In alcune poesie c’è quasi una metariflessione[14] cronologica: ad esempio in La forma del ricordo[15](“Come se non avessi un’esperienza, ma solo/ le schegge di una vita qualsiasi che esplodono/ ciascuna in una rotta separata per formare,/ rivivendo anni dopo, stupefatte/ loro stesse e gratuite nel tepore/ dell’allucinazione/ il mio passato.”); oppure Anniversario[16] (“[…] ora che questa/ sequenza di anni diventa / una cosa senza peso, solo il nostro / frammento ancora mi appartiene/ e la sua pace è il nulla che difendo”). A differenza che negli Strumenti umani, si direbbe quasi che nei Mondi la memoria non fabbrichi alcun desiderio[17]; né rievoca una passata gioia che possa dare senso al presente – o, meno che mai, al futuro. Coerentemente con la sua interpretazione critica di Sereni (che prende le distanze da quella di Fortini e Mengaldo[18], ad esempio, proprio nel ridimensionamento di un orizzonte utopico-salvifico) l’autore dei Mondi non crede ad alcuna trascendenza, né collettiva né individuale (“e la calma di quando si comprende/ che la vita esiste e non significa”, in Elephant and Castle[19]). Poesie come L’istante che è appena trascorso chiariscono che gli attimi di memoria personale di Mazzoni (diversamente, ad esempio, di quanto accade nella fenomenologia dell’attimo di Milo De Angelis) sono “fungibili”, riescono a far emergere solo lo “squilibrio fra le cose”; ma non sono staccati da queste, e perdono senso con il mutare della loro conformazione contingente (“ma fatichi a recuperare il valore di ciò che per un attimo è stato così importante da rappresentare la tua identità e da meritare una difesa”, in Superficie[20]). In questo senso è ripreso e intensificato un altro aspetto della temporalità sereniana, ossia quello della “ripetizione dell’esistere”, dell’accettazione della natura tautologica (parola che ricorre anche nei Mondi) degli “esseri”. Come ha notato Pellini, molte poesie di questa raccolta possono essere viste come “chiosa perpetua di una clausola memorabile di Sereni (a sua volta debitrice di Sbarbaro): «una sera d’estate è una sera d’estate / e adesso avrà più senso/ il canto degli ubriachi dalla parte di Creva» (Il muro)”. Questo è particolarmente evidente in Il cieloElephant and Castle, Pure morning. Un altro testo decisivo degli Strumenti umani potrebbe essere considerato Il piatto piange, soprattutto in due punti: a) i versi 20-21, “Io dunque come loro loro dunque come me/ come loro come me fuggendo […]”; b) i versi 24-25, “E allora dentro il fuoco risorgivo di sé/ essere per qualche istante, io noi, solitudine?”[21].  Nei Mondi, infatti, la condizione di estraneità non è il risultato di una situazione di eccezionalità individuale, biografica (la prigionia e gli anni della guerra) e di status (la progressiva difficoltà di assunzione di una voce lirica unitaria, non scissa, e al tempo stesso credibile[22]), come era in Sereni,; al contrario, la propria condizione è identica a quella delle “cassiere di Safeway”. La condizione del poeta è una fra le tante possibili: per questo motivo, può anche parlare in prima persona: rispetto a Sereni, Mazzoni non sente la necessità di mimetizzare o ridurre lo spazio di identificazione fra l’autore reale e l’io lirico. Nella sezione più importante degli Strumenti umani, ossia Apparizioni o incontri”, la voce poetica spesso si sdoppia fra quella dell’autore e un suo interlocutore immaginario, e solo in questo modo diventa poesia inclusiva; nel libro di Mazzoni invece, c’è un’unica poesia in cui chi prende la parola non è riconducibile all’autore, ossia Eppure[23], dove almeno in due  strofe su quattro c’è una voce femminile. In tutti gli altri casi, l’autore parla in prima persona. L’autore dei Mondi si pone sulla scia di quello stesso classicismo moderno[24] di cui ha parlato per Sereni (“cancellandone, però, tutte le prospettive di salvezza”, come ha ricordato Gezzi [25]) ma, come in Pure morning, la sua realtà è altrettanto desublimata (il titolo allude a quello di una canzone di Placebo e ad un celebre programma di MTV; nel testo ci sono anche riferimenti al video di quella canzone) di quella delle altre monadi, analogamente destinata ad una condizione di solitudine: “nel rumore di tutti il tempo che si perde/ per essere solo ciò che siamo adesso, / per diventare solo solitudine”.
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[1] Una variante del finale di questa poesia è riportato da G. Manfriani nell’Apparato critico a  G. Noventa, Versi e poesie, a cura di G. Manfriani, Venezia, Marsilio, 1996, [19751]:  “Vittorio, / Amigo mio, / Calma el to cuor, / No perderte / Par na dona che passa / I to basi te resta. // E no perderte, Vittorio, / Amigo mio, / Par na dona che resta. / I so basi va via. // Lo so, lo so, che intanto el tempo vola / E ch’el ne lassa / Veci / Su la porta de casa / Ma no importa, Vittorio, / No importa gnente. // Un poeta xe sempre / Su la porta de casa”.
[2] Altri versi di B. Cattafi sono inseriti in epigrafe ad una poesia di Stella variabile (V. Sereni, Stella variabile, Milano, Garzanti, 1981), seguiti dal nome dell’autore: “quando nella notte ce ne andammo/Bartolo Cattafi”, che riprendono B. Cattafi, L’aria secca del fuoco (Milano, Mondadori, 1972, p. 76). L’epigrafe era inizialmente diversa: in Addio Lugano bella (Firenze, Edizioni dell’Upupa, 1971) con sei serigrafie di E. Treccani; e ancora in P.V. Mengaldo, Poeti italiani del Novecento (Milano, Mondadori, 1978) si legge “quando nella notte ce ne andanno“, senza il riferimento a Cattafi. (cfr. D. Isella, Apparato criticoin V. Sereni, Poesie, edizione critica a cura di D. Isella, Milano, Mondadori, 1995, pp.653-655 e  689-691)
[3] S. Dal Bianco, Vittorio Sereni: Petrarca come forma interna,
 http://www.disp.let.uniroma1.it/fileservices/filesDISP/185-199_DAL%20BIANCO.pdf
[4]“A volte l’io si rinviene come semplice passività, come mero risultato («Io sono il frutto che il tuo stare ha generato», E mai non fosse l’alba), oppresso dalla colpa di non avere colpe (sindrome, questa, molto sereniana, il Sereni maturo di Nel sonno) come ne La vita oscena” S. Di Spigno, Recensione a Stefano Dal Bianco, Ritorno a Planaval, Mondadori, 2011, su “puntocritico”, 5 ottobre 2011, http://puntocritico.eu/?p=2892
[5] V. Sereni, Gli immediati dintorni primi e secondi, Milano, Il Saggiatore, 1983, p. 76
[6] V. Sereni, Non sa più nulla, è alto sulle ali, in Diario d’Algeria, in Poesie, Milano, Mondadori, 1995, p.76
[7]Così lo definisce M. Gezzi nell’Introduzione a F. Buffoni, Poesie 1975-2012, Milano, Mondadori, 2012, p. XVII: “Infine la chiusa, in corsivo come il testo-soglia, che chiama in causa sia il padre legittimo, sia quello letterario (Vittorio Sereni), <<entrambi ufficiali dell’esercito italiano; entrambi con l’indicibile da trasmettere circa guerra e prigionia>>”.
[8] F. Buffoni, Di quando la giornata è un po’ stanca, in “Letture”, 53, XI, 1998. L’autocommento è del 1998,
Il profilo del rosa è del 2000; ma quella poesia era già in una plaquette precedente, Nella casa riaperta, che vinse il premio San Vito al Tagliamento nel 1994 (presidente di giuria era Andrea Zanzotto).
[9] Lo stadio di San Siro, a Milano, è evocato in molte poesie di Sereni, e nominato direttamente nell’ultimo testo di Stella variabile, ossia Altro compleanno: V. Sereni, Stella variabile, in Poesie, cit.p. 266
[10] G. Mazzoni, Su “Il profilo del Rosa” di Franco Buffoni, ora in appendice a R. Cescon, Il polittico della memoria. Studio sulla poesia di Franco Buffoni, con in appendice saggi di G. Mazzoni, A. Inglese e A. Baldacci, Pieraldo Editore, Roma 2005: “L’origine del ricordo, come si diceva, è quasi sempre un oggetto o un luogo. Di solito, in letteratura, il sopralluogo è la forma che prende coscienza del tempo come durata. In Proust, per esempio […] Anche in uno dei poeti che più hanno influenzato Buffoni, il sopralluogo è sempre associato all’idea del tempo sperperato: si pensi ad Un ritorno, per esempio, o a Ancora sulla strada di Zenna. Invece nel Profilo del Rosa il secondo si contrappone al primo senza che nel mezzo fluttui la presenza della vita che si è persa. Del sopralluogo rimane soprattutto la distanza teoretica dei due momenti: il secondo, autentico, colloca l’episodio vissuto nella sua verità, ma senza meditare sul tempo e senza giudicare l’inganno passato. Buffoni intende mettere i due sguardi l’uno accanto all’altro, con effetti di fusione più che di contrasto.”. Sull’uso del sopralluogo nel libro più recente, Guerra, cfr. G. Simonetti, Paragrafi su “Roma di Franco Buffoni, in “Stephen Dedalus-Rivista on-line” (http://dedaluspordenonelegge.it)
 http://www.francobuffoni.it/upload/document/simonetti.pdf
[11] A questo proposito, cfr. l’interessante recensione di Tommaso Lisa: T. Lisa, La guerra, il padre. La poesia di Franco Buffoni a confronto con la storia della natura umana, Firenze, Libreria La Cité, 19 dicembre 2007
[12] F. Buffoni, Terza lettera al padre (e a Vittorio Sereni), in Più luce, padre, cit., pp. 90-91: “Ancora in tema di arte. Ho esaminato l’opera di Sereni, Caproni, Luzi alla ricerca di qualche testo antecedente il 1943 di esplicita critica al fascismo. Esplicita. D’accordo, non sarebbe stato pubblicato. Ma le poesie si possono anche tenere in un cassetto. Per esempio sulle leggi razziali. Perché non è mai venuto fuori un inedito di Sereni al riguardo? […] Nel 1939 Vittorio Sereni insegnava tranquillamente nel suo liceo a Milano. Me lo ha raccontato Luciano Erba, che ebbe proprio Sereni come insegnante in terza liceo, prima che partisse per il fronte.[…] Un giorno qualcuno irrise sottovoce a una circolare del Minculpop di cui Sereni stava dando lettura (convocazione per adunata, cose simili). Sereni si interruppe, guardò severissimo la classe e disse: “Signori, leggere questa circolare è un mio preciso dovere. Il vostro è di ascoltarne in silenzio la lettura. Tuttavia – per tenere aperti i conti- mi domando: di quante leggi razziali noi oggi non ci accorgiamo? Io poeta, io scrittore, oggi non mi accorgo?”.
[13] P. Pellini, Sulla poesia di Guido Mazzoni, su “puntocritico”, 31 marzo 2011, http://puntocritico.eu/?p=1709 . Una versione più breve uscita su «L’Indice dei libri del mese», XXVII, 9, settembre 2010, p. 12.
[14] Tutta la poesia dei Mondi ha una forte componente filosofica e metariflessiva, che si basa anche sulle conclusioni teoriche di Guido Mazzoni critico letterario, autore di Forma e solitudine (Milano, Marcos Y Marcos, 2002), Sulla poesia moderna (Bologna, Il Mulino, 2005), Teoria del romanzo (Bologna, Il Mulino, 2011). Lo stesso Pellini, nella recensione ai Mondi, chiama in causa di continuo la “visione del mondo” che emerge dalle opere critiche e che è parte integrante di quella del libro di poesie. Allo stesso tempo, ritiene che “Anche se le poesie dei Mondi, datate 1997-2007, sono contemporanee alla gestazione del libro Sulla poesia moderna e alla riscrittura dei saggi confluiti in Forma e solitudine, Mazzoni non è critico-poeta. Semmai, è poeta-critico (e filosofo): al punto che il libro di versi vale a illuminare le scelte – e magari qualche apodittico irrigidimento – dei volumi teorici, più spesso che viceversa.”
[15] G. Mazzoni, La forma del ricordo, in I mondi, cit., p. 24
[16] G. Mazzoni, AnniversarioIvi, p. 51
[17] “È  il teatro di sempre, è la guerra di sempre. / Fabbrica desideri la memoria,/ poi è lasciata sola al dissanguarsi/ su questi specchi multipli”. V. Sereni, Un posto di vacanza, in Stella variabile, in Poesie, cit., p. 228

[18] cfr. F. Fortini, “Gli strumenti umani”, in “Quaderni piacentini” ,v, n. 26, marzo 1966, pp. 63-74, col titolo Il libro di Sereni, poi in Saggi italiani, Bari, De Donato, 1974, pp. 158-173, e in Saggi italiani 1, Milano, Garzanti, 1987, pp. 172-189, soprattutto per la lettura di La spiaggiaLe poesie italiane di questi anni (1959) e “Un posto di vacanza” , (1972) in Saggi italiani 1, Milano, Garzanti, 1987, pp. 124-132 e 189-203; Vittorio Sereni, in I poeti del Novecento, Bari, Laterza, 1977, pp. 153-159; Verso il valico e Ancora per Vittorio Sereni (1987) , in Nuovi saggi italiani 2, Milano, Garzanti, 1987, pp. 170-178 e 185-207; di P.V. Mengaldo cfr. soprattutto Iterazione e specularità in Sereni, su “Strumenti Critici”, VI, 17, febbraio 1972, pp. 19-48, poi in La tradizione del Novecento. Da D’Annunzio a Montale, Milano, Feltrinelli, 1975, pp.359-86; Vittorio Sereni, in Poeti italiani del Novecento, Milano, Mondadori, 1978, pp. 745-752 ; Ricordo di Vittorio Sereni, in La tradizione del Novecento. Nuova serie, Firenze, Vallecchi, 1987;

[19] G. Mazzoni, Elephant and Castle, in I mondi, cit., p. 49
[20 ]G. Mazzoni, SuperficieIvi, p. 50
[21] V. Sereni, Il piatto piange, in Gli strumenti umani, in Poesie, cit., pp. 166-167

[22] cfr. G. Mazzoni, Sulla poesia moderna, cit.

[23]G. Mazzoni, I mondi, cit., p. 47: “<<Eppure io mi sentivo come al solito calma; anzi no, mi sentivo/ quasi contenta se così si può dire – /avendo lavorato, essendo madre; /i miei obblighi, i miei doveri voglio dire – / martedì sera io tornavo / dalla manifattura e ho pensato />> […] <<Qualche volta io vorrei che voi / moriste tutti, anche tu, anche i figli / che dodici anni fa mi sono nati: / ogni tanto lo penso; poi mi passa”.

[24] cfr. G. Mazzoni, Il classicismo moderno di Sereni, in Forma e solitudine. Un’idea della poesia contemporanea, cit.
[25] cfr. M. Gezzi:”La poesia di Mazzoni è piuttosto anomala: ragiona in modo lucidissimo, talvolta persino dichiarando il proprio contenuto di verità, senza concedere risarcimenti estetici al lettore (al contrario, per esempio, del grande archetipo leopardiano); si innesta su una linea e una poetica, quelle del classicismo moderno studiato a fondo dall’autore, cancellandone però tutte le prospettive di salvezza (la metafisica montaliana; il sollievo e «la gioia» di Sereni; le allegorie a sfondo palingenetico di Fortini); accetta lo stato delle cose sia in termini storici che letterari, adottando il genere della lirica ma svuotandolo dal di dentro della sua ragion d’essere. Illuminare meglio quest’ultimo punto significherà rendere conto del libro.” M. Gezzi, Recensione a Guido Mazzoni, “I mondi” (Donzelli 2010), su “Nuovi Argomenti”, n. 56, 2011,

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