Per Vittorio Sereni, 1913-2013

Vittorio Sereni, nato a Luino nel 1913 e morto a Milano nel 1983, è stato uno dei maggiori lirici italiani del Novecento. Le sue raccolte poetiche principali sono: Frontiera (Milano, Corrente, 1941); Diario d’Algeria (Firenze, Vallecchi, 1947); Gli strumenti umani (Torino, Einaudi, 1965); Stella variabile (Milano, Garzanti, 1981). Le sue prose, fra le quali si ricordano soprattutto Gli immediati dintorni (Milano, Il Saggiatore, 1962) e L’opzione (Milano, Scheiwiller, 1964), sono tutte raccolte in La tentazione della prosa (a cura di Giulia Raboni, con introduzione di Giovanni Raboni, Milano, Mondadori, 1998).

L’esperienza della prigionia, prima in Algeria e poi in Marocco, dal ’43 al ’45, ha lasciato una traccia profonda in tutta la sua produzione poetica successiva, in cui tornano con cadenza quasi ossessiva alcuni temi: dal tramonto della giovinezza al rapporto tra i vivi e i morti; dall’assenza alla fedeltà agli oggetti e ai luoghi della vita; dal solido nulla alla ripetizione dell’esistere.

Il 2013 è un anno di ricorrenze: «anni come cifre tranviarie / o solo indizio ammiccante della radice perduta / una sera di nebbia agli incroci di ogni possibile sera». Durante questa settimana, 404: file not found vuole ricordare uno dei poeti più importanti e necessari del nostro secolo attraverso approfondimenti e percorsi critici,  interviste, e poesie di altri autori, perché «Con non altri che te / è il colloquio». 

(a cura di Claudia Crocco e Camilla Panichi)

Franco Fortini, Vittorio Sereni: una conversazione “tra fiume e mare”

di Claudia Crocco

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Veduta di Bocca di Magra

[…] una giornata di euforia è caduta in un lungo periodo di scoraggiamento e di quasi definitiva rinunzia (non è il primo e non sarà l’ultimo). Questa volta la situazione era più grave del solito perché rasentava la convinzione. Lasciamo stare le ragioni più fisiologiche e meno accettabili. Parliamo invece del crescente sospetto circa la capacità della poesia di comunicare e di interessare. Supponiamo che sia anche questo un sospetto puramente fisiologico e persino balordo. Resta quell’altro: che uno sforzo come il mio rimanga sterile, privo di vera forza comunicativa, schiacciato com’è tra una poesia di argomenti e una poesia nata dal paradosso dell’informale come unica forma possibile. Bisogna disporre, per farla, di un vigore che, non dico annulli, ma in qualche modo assimili e trasformi, comprendendole e vivendole a fondo, l’una e l’altra istanza. La questione così posta è astratta e io non me la sono posta nel mio “lavoro”. Se la pongo ora è per tentare di definire la sfiducia –e l’incredulità di fronte alle tue parole […] – con cui ieri quasi mi difendevo da te. Volevo dire che perché sa davvero come dicevi tu bisognerebbe essere almeno alla pari con entrambi gli “avversari” (lo dico in senso sportivo), saperli fronteggiare simultaneamente sul loro terreno […] ti ho sempre invidiato la tenacia intellettuale, la reale passione che ti spinge alla totalità o piuttosto all’organicità di quello che studi, progetti e fai. Tu non fallirai mai nell’insieme di te stesso, anche se non dovessi più scrivere un verso. Io sono attaccato a questa sola possibilità di esprimermi scrivendo i propri versi che scrivo. Quello che io posso dare agli altri – salvo che a questo e a quello sul piano strettamente umano,  confidenziale e privato – è tutto qui, è appeso a questa possibilità. E a volte sembra cosa infinitamente piccola e improbabile. Ieri tu mi hai fatto credere per un momento che è invece qualcosa che ha un significato, una possibilità di resistere.

(da una lettera di Vittorio Sereni a Franco Fortini del 25 ottobre 1962, in V. Sereni, Poesie, edizione critica a cura di D. Isella, Milano, Mondadori, edizioni “I Meridiani”, p. 594)

Il dialogo tra Franco Fortini (1917-1994) e Vittorio Sereni è iniziato negli anni Trenta, ed è andato avanti per diversi decenni. I ‘luoghi’  di questo colloquio sono stati più d’uno: una fitta corrispondenza epistolare, i commenti di Fortini alle poesie di Sereni [1], le conversazioni e le discussioni avute nei periodi trascorsi “tra fiume e mare“, ossia a Bocca di Magra, il piccolo centro ligure dove entrambi avevano una casa di vacanze[2]Sereni ha ambientato in quel luogo Un posto di vacanza, poesia in sette parti pubblicata per la prima volta nel 1972; in una sua lettera a Fortini del 4 marzo 1966, a questo proposito, si legge: “Vorrei dirti che leggendo questa tua cosa sono stato come restituito a un certo me stesso che da mesi dormiva e a un ordine che mi sembrava ormai insulto. […] È soprattutto un vero e proprio modo di collaborazione, non solo un aiuto giunto di fuori le mura. Mi stimola a riprendere il disegno di Un posto di vacanza […]. Per questo un Posto di vacanza ti è sin da ora dedicato.”

Un altro luogo fondamentale per l’evoluzione di questo dialogo è stata la poesia stessa: i rimandi e le apostrofi fra versi di Fortini e di Sereni sono più d’uno.
Conoscere questi riferimenti intertestuali non è indispensabile alla lettura delle poesie.
Un posto di vacanza, ad esempio, è un testo complesso, in cui si intersecano discorsi radicati in tutta l’opera di Sereni: la memoria, i luoghi che la attivano, l’amore, il passaggio degli anni e la guerra, il dialogo con i morti, la riflessione sulla poesia stessa. Tutto questo è percepibile a livelli diversi, in misure variabili: sapere cosa siano gli “spifferi in carta” provenienti “dall’altra riva” non è decisivo o prioritario rispetto ad altro. Tuttavia identificare quegli spifferi con i versi di un epigramma di Fortini, essere consapevoli che alla base di quello scambio c’era stata una discussione reale e di lunga durata, in parte drammatica – che coinvolgeva il modo di vivere gli anni dell’immediato dopoguerra, il senso di colpa da ‘sopravvissuto’ di Sereni-  può forse aggiungere qualcosa. Ricostruire il dialogo fra i due poeti, ricordare che i luoghi evocati nei testi avevano una geografia reale – e, dunque, anche emotiva-, può forse contribuire a rendere Sereni e Fortini figure più vicine ad una lettura  temporalmente così distante, nonché riavvicinarne i percorsi poetici. Ne emergono due  diverse  modalità – ma parallele, e a volte con interferenza fra le due voci – di intendere il cambiamento della poesia lirica nella seconda parte del Novecento. Entrambe, per la poesia italiana successiva, sono state necessarie e preziose.

[1954]

Sereni esile mito
filo di fedeltà
non sempre giovinezza è verità
un’altra gioventù giunge con gli anni
c’è un seguito alla tua perplessa musica…

Chiedi perdono alle ‘schiere dei bruti’
se vuoi uscirne. Lascia il giuoco stanco
e sanguinoso, di modestia e orgoglio.
Rischia l’anima. Strappalo, quel foglio
bianco che tieni in mano.

(da F. Fortini, L’ospite ingrato, Testi e note per versi ironici, Bari, De Donato,  1966)

L’ immagine del “foglio bianco” è, innanzitutto, un’esortazione ad uscire uno di quelli che Sereni definì successivamente “silenzi creativi”, ovvero momenti in cui scriveva poco o nulla. Siamo negli anni Cinquanta, nella crisi che ci fu fra Diario d’Algeria Gli strumenti umani, quando Sereni si sentiva “morto alla guerra e alla pace”. Ma è anche un riferimento ad un’attitudine più generale della voce poetica di Frontiera e del Diario: vale a dire la sospensione, la “messa fra parentesi del significato della realtà e del valore dell’esperienza”(Raboni), la reticenza (diventata anche stilistica). Sia l’attributo di “esile mito” del primo verso, sia le “schiere dei bruti” del sesto sono riferimenti ad una celebre poesia di Diario d’Algeria, cioè Italiano in Grecia, dove si legge: “Come un cordoglio/ ho lasciato l’estate sulle curve/ e mare e deserto è il domani/ senza più stagioni./ Europa Europa che mi guardi/ scendere inerme e assorto in un mio/ esile mito tra le schiere dei bruti,”. La “perplessa musica” del quinto verso, invece, è una probabile allusione al finale di Non sa più nulla, è alto sulle ali, una poesia altrettanto famosa del Diario: “Questa è la musica ora:/ delle tende che sbattono sui pali./ Non è musica d’angeli, è la mia/ sola musica e mi basta”.  Infine, il secondo verso (“non sempre giovinezza è verità”) è da leggere insieme a due successivi (l’ottavo e il nono della quinta parte): “Amare non sempre è conoscere (<<non sempre / giovinezza è verità>>). Lo si impara sul tardi”. Sereni riprende i versi di Fortini, che contengono una velata polemica: la giovinezza è assunta a valore[3] e parte di un rimpianto per la sua perdita in tutta la poesia di SereniIn un suo appunto riportato dalla figlia Maria Teresa, si legge che: “[Fortini] polemizzava con me; in sostanza mi avvertiva ‘guarda che il tuo desiderio di giovinezza perenne ti porta fuori strada, ci sono altre cose di cui tenere conto’. E allora in qualche modo, dato che l’idea dell’amore è legata a quella di giovinezza, e viceversa (non solo in me, ma anche in generale, se vuoi), io dopo anni trovo quest’altra frase ‘amare non sempre è conoscere’, e finisco per dar ragione a Fortini. Lo si capisce quando si è rimasti scottati da un’intera vita”.

Qualche anno dopo, Fortini scrisse anche un altro epigramma indirizzato a Sereni:

A Vittorio Sereni

Come ci siamo allontanati.
Che cosa tetra e bella.
Una volta mi dicesti che ero un destino.
Ma siamo due destini.
Uno condanna l’altro.
Uno giustifica l’altro.
Ma chi sarà a condannare
o a giustificare
noi due?

(F. Fortini, in “Il caffè politico e letterario”, a. VI, n. 3, marzo 1958; poi in Questo muro, Milano, Mondadori, 1973)

La risposta di Sereni arrivò con Un posto di vacanza, pubblicato per la prima volta nel primo numero dell’ “Almanacco dello Specchio” (Milano, Mondadori, 1972), e poi confluito in Stella variabile.

I.

______________Un giorno a più livelli, d’alta marea
______________ – o nella sola sfera del celeste.
______________Un giorno concavo che è prima di esistere
_____________   sul rovescio dell’estate la chiave dell’estate.
______________Di sole spoglie estive ma trionfali.
______________Così scompaiono giorno e chiave
______________nel fiotto come di fosforo
______________della cosa che sprofonda in mare.

Mai la pagina bianca o meno per sé sola invoglia
tanto meno qui tra fiume e mare.
Nel punto, per l’esattezza, dove un fiume entra nel mare
venivano spifferi in carta dall’altra riva:

Sereni esile mito

filo di fedeltà non sempre giovinezza è verità

………

Strappalo quel foglio bianco che tieni in mano.
Fogli o carte non c’erano da giocare, era vero. A mani vuote
senza messaggio di risposta tornava dall’altra parte il traghettatore[4].

[…]

Infine, Sereni è ricordato da Fortini dopo la morte, in una bellissima poesia della sua raccolta migliore, Paesaggio con serpente (Torino, Einaudi, 1984, pp. 94-95):

Leggendo una poesia

Leggo versi di Sereni
per un amico che morì anni fa. Rammento
quel suo amico e la casa dov’era vissuto.

E quando Sereni ebbe accompagnato
al cimitero del Verano il corpo del suo amico
per l’autostrada oltre l’Appennino ritornò
fissando a uno a uno cinquecento chilometri
riflettendo a poco a poco
verso questa città
che oscilla nei mattini di sole sulle marcite.

Non ho mai capito gli altri né me stesso
ma il modo che ho di sbagliare questo sì. Se mi arriva
una verità è nel mezzo della fronte: è
un’accusa. Ragiono
senza comprendere. Mai sono dove credo.

Avrò parlato quel mattino
come l’idiota che so essere. Qualche bava
gaia avrò avuta alle labbra. Qualche sussidio
per la mia giornata fino a notte.
Per arrivare a passi torti fino a notte.
Incredulo Sereni mi guardava
offeso no ma stupefatto. Era seduto
al suo tavolo e negli occhi sanguinosi
gli duravano le grandi costruzioni della propria morte.

La cortesia e la grazia non so bene che siano.
Dentro questo autobus che ci trasferisce c’è un tale urlío
che non permette di parlare
e nemmeno di tacere umanamente.

Mi è stato fatto non so quando un male.
Una ingiustizia strana e indecifrabile
mi ha reso stolto e forte per sempre.
Leggo i versi di Sereni per Nicolò Gallo[5]
e scrivo ancora una volta parola per parola.
Non tutto allora è vero quello che ho detto sin qui.
Posso anche io intendere chi noi siamo.

 


[1] I principali interventi critici di Fortini su Sereni sono: “Gli strumenti umani”, in “Quaderni piacentini” ,v, n. 26, marzo 1966, pp. 63-74, col titolo Il libro di Sereni, poi in Saggi italiani, Bari, De Donato, 1974, pp. 158-173, e in Saggi italiani 1, Milano, Garzanti, 1987, pp. 172-189; Le poesie italiane di questi anni (1959) e “Un posto di vacanza” , (1972) in Saggi italiani 1, Milano, Garzanti, 1987, pp. 124-132 e 189-203; Vittorio Sereni, in I poeti del Novecento, Bari, Laterza, 1977, pp. 153-159; Verso il valicoAncora per Vittorio Sereni (1987) , in Nuovi saggi italiani 2, Milano, Garzanti, 1987, pp. 170-178 e 185-207.

[2] “Certo, intorno agli anni Cinquanta capitava di parlare e di discutere anche molto, a volte di litigare, su argomenti dai quali, anche in vacanza, è difficile distogliersi. Figurarsi allora, nel pieno della guerra fredda, in un’Italia che già allora vedeva formarsi una spaccatura profonda tra il paese ufficiale e il paese reale. E proprio questo, questa spaccatura, faceva sì che nell’isolamento del posto, relativamente eccentrico geograficamente e topograficamente, trovasse sfogo un altro isolamento o autoisolamento, quello al quale le vicende più generali della nazione stavano costringendo gente animata da un certo tipo di interessi e passioni. Si parlava, si discuteva, si litigava: sulla spiaggia di Fiumaretta, sulla terrazza del Pilota, […] in barca, tra le acque e le rocce di Punta Bianca […] . Importa di più rilevare come il crescente, collaudato affetto per il luogo sia andato oltre se stesso, oltre il piacere della vacanza” , (V. Sereni, dalla prefazione a Tra fiume e mare, quaderno n. 1 della serie “Portus Lunae”, finito di stampare il 12 agosto 1976 in Sarzana da Canale-Stampatore, p. 4; cit. in V. Sereni, Poesie, edizione critica a cura di D. Isella, cit., p. 795)

[3] Come nota Guido Mazzoni in Il classicismo moderno di Sereni: “Il significato della ‘gioventù’ di Sereni viene chiarito dall’epigrafe, tratta dal Doctor Faustus di Mann, di Arie del ’53-’55, negli Immediati dintorni: <<… e si può dire che la gioventù è il solo ponte legittimo fra il mondo borghese e la natura>>. ” cfr. G. Mazzoni, Forma e solitudine. Un’idea della poesia contemporanea, Milano, Marcos Y Marcos, 2002, p. 145

[4] Il riferimento al “traghettatore” è chiarito da alcune lettere dello stesso Sereni: dal momento che Fortini abitava dall’altra parte del fiume, aveva affidato l’epigramma ad un barcaiolo che percorreva quel tratto d’acqua.

[5] Si tratta dei versi di Niccolò, poesia di Sereni inserita in Stella variabile. Niccolò è Niccolò Gallo, amico di Sereni e con lui  co-fondatore della rivista “Questo e altro” nel 1962.

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