«Portavoce di Virgilio»: intervista ad Alessandro Fo sulla sua nuova traduzione dell’Eneide

di Flaminia Beneventano e Ilario Giambrocono

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Alessandro Fo, nato a Legnano l’8 febbraio 1955, è docente ordinario di Letteratura latina presso l’Università di Siena. Classicista e poeta, ha pubblicato questi libri di versi: Otto febbraio (Scheiwiller 1995); Giorni di scuola (Edimond 2001); Piccole poesie per banconote (Polistampa 2002); Corpuscolo (Einaudi 2004); Vecchi filmati (Manni 2006). È in programmazione nella collana di poesia Einaudi la sua nuova raccolta Reliqua desiderantur. La sua attività di curatore e traduttore è estremamente ampia, a partire dalle curatele riguardanti il poeta A.M. Ripellino e dalla traduzione del poemetto tardoantico di Rutilio Namaziano De reditu. Noi lo abbiamo intervistato sul suo recente improbus labor, la traduzione dell’Eneide per Einaudi, pubblicata nell’autunno 2012.

Nei Frammenti di un vangelo apocrifo di Borges è scritto: «è la porta a scegliere, non l’uomo». Ci racconta se si è trovato davanti ad una porta con su scritto Eneide, o se ha scelto Lei di mettercisi di fronte?

Mi sono trovato di fronte alla porta. Un giorno ho ricevuto una e-mail da Mauro Bersani, direttore della «Nuova NUE» Einaudi, con la proposta di affrontare una nuova traduzione dell’Eneide. Di mio non avrei mai neanche lontanamente carezzato l’idea di un progetto così follemente ambizioso. E stavo già per opporvi un reciso rifiuto, quando gradualmente follia e ambizione hanno avuto la meglio, presentandomi il progetto come una ‘proposta che non si può rifiutare’. Intendo dire che, per chi ami la letteratura, e in special modo l’arte della parola poetica, coltivando magari anche la speranza di potervi lasciare un’impronta personale come poeta in proprio, si faceva progressivamente irresistibile la tentazione di prestare la propria voce a uno dei più grandi poeti della tradizione occidentale. Lo sventurato rispose.

Per quanto tempo le sue notti sono state piene di Virgilio?

La domanda, nella quale riprendete con eleganza un verso di Borges che ho messo in epigrafe all’introduzione, sembra volermi chiedere per quanti anni io sia stato alle prese con la traduzione dell’Eneide. Se però dicessi che, com’è avvenuto, mi ci sono dedicato all’incirca per tre anni e mezzo, non esaurirei veramente fino in fondo questo vostro particolare quesito. Le mie notti, come quelle di Borges (e senza che lui abbia tradotto l’Eneide) sono piene di Virgilio ‘sotto traccia’ – così come lo sono di tante altre voci – da quando la prima volta un suo verso «ferì la mia giovinezza» (se mi è lecito ripetere l’espressione che Angelo Maria Ripellino usa per il suo incontro con le poesie di Majakovskij). A me questo è successo al ginnasio, quando, fra tanto ciarpame grammaticale, e tanti testi ‘doverosi’, che ci cacciavano giù per la strozza con poco rispetto per la delicatezza delle cose umane e poetiche, qualche frammento di bellezza riusciva comunque a bucare le coltri di noia e vessazione. Per me si trattò soprattutto di Catullo, di qualche cosa di Ovidio, e, quanto a Virgilio, delle sue Bucoliche. L’Eneide (nella versione di Annibal Caro) soggiaceva alla regola generale dell’imposizione arida, nozionistica e ‘punitiva’, cosa che non contribuiva certo a renderla simpatica.

«Le opere d’arte hanno una vita, e di questa vita la traduzione è una suprema conferma» (W. Benjamin). Virgilio, i suoi personaggi ‘vinti’ , le loro vicende agitate dal Fato, in che modo possono (ri)vivere in chi traduce come in chi legge? È necessario, o utile, assumere su di sé, almeno parzialmente, quel dolore che innerva il tessuto dell’Eneide?

Naturalmente la reviviscenza in chi  legge è sempre personale e non è prevedibile, né nella sostanza, né nelle modalità. Che i personaggi di Virgilio abbiano avuto la capacità di rivivere nell’animo dei più diversi lettori lungo i secoli è un dato di fatto che oserei dire ‘scientifico’. Per quanto attiene al dolore, chi traduca l’Eneide non può riuscire a terminare il lavoro in un arco di tempo breve. Di conseguenza, per le leggi ‘fisiche’ della vita, si trova prima o poi a essere investito da una qualche forma di dolore, che poi di necessità entra in gioco nella reazione chimica in atto fra il testo da tradurre e quello ‘di arrivo’. Nemmeno io sono sfuggito a questa legge (e sono stato anche così impudico da appuntarlo brevemente, alla fine della nota sulla traduzione). È dunque, direi, un fattore quasi inevitabile: ma credo che, stante il ruolo del dolore nella poesia di Virgilio, il traduttore possa essere chiamato a ‘farne buon uso’. La storia dello stesso eroe protagonista Enea è anche una storia di perdite e di rinunce forzate (anche per questo rispetto conserva tanta risonanza universale): Enea perde una patria (un universo), assiste allo spettacolo di uomini e addirittura dèi che la fanno a pezzi con violenza, perde amici e compagni, perde la moglie Creùsa, e poi, lungo il viaggio, il padre Anchise. Non fa in tempo a ricostruirsi una parvenza di vita, a Cartagine, quand’ecco che di nuovo viene costretto alla rinuncia – e a una rinuncia dalle conseguenze drammatiche (nonché senza perdono da parte della protagonista, Didone, nemmeno di là da ogni umana vicissitudine, nell’incontro agli Inferi).

A margine vorrei aggiungere una annotazione. Seguendo i percorsi della fortuna dell’Eneide, mi sono imbattuto in un libro quasi dimenticato, attribuito (con pseudonimo) al timoniere di Enea, ma in realtà scritto da Cyril Connolly, che nel gioco letterario si limita a firmare l’Introduzione. Vi si incontra una massima sconcertante (Palinuro, La tomba inquieta, Milano, Adelphi, 1995, p. 27): «[…] e impariamo, per amara esperienza a caro prezzo pagata e grazie alla perdita a cui non si potrà più porre riparo, che di tutte le nostre vane passioni e affetti passati solo il dolore dura» (Sir Walter Raleigh). Sembra una parola definitiva sul destino umano (e quanti di noi sarebbero pronti a sottoscriverla). Ma altrove ho letto anche una sorta di correzione a una simile considerazione. La poetessa senese Maria Teresa Santalucia Scibona, da un’umile pagina del suo ultimo libro di versi saldamente imperniato sulla fede, sull’amore e sulla speranza (Codice interiore, Siena, Cantagalli, 2012) risponde in modo implicito e indiretto; nonostante la «perdita» continua (per lei connessa a una grave e invalidante malattia), nonostante l’impossibilità di «porvi riparo», resta lo scrivere a «rendere tollerabile una indicibile sofferenza» (Madame de Sévigné, citata a p. 68); e, se mai, (p. 30) «solo i pensieri/ non sono mai perduti». Come tutte le grandi opere d’arte, l’Eneide appartiene interamente a questa categoria di «pensieri».

Ad Enea, fulcro paradigmatico della narrazione, nella sua introduzione vengono riconosciute caratteristiche come pietas (rispetto di uomini e dèi e attaccamento agli affetti familiari), fides (lealtà e correttezza), magnitudo animi (pazienza e sopportazione delle fatiche, generosità perfino coi nemici). Attribuiamo questo patrimonio di qualità al traduttore, virgiliano in questo caso. Ci dà una definizione in questo senso di pietasfides e magnitudo animi?

La domanda è abile e finemente provocatoria. Le definizioni che voi riportate si lasciano trasferire pari pari nel dominio della traduzione. La pietas è fondamentale, perché garantisce anche la fides. Se si ama davvero, e se di conseguenza si rispetta profondamente il dettato di un autore, si cercherà di non tradirlo, a nessun livello, qualunque via metodologica si sceglierà di seguire. Questa pietas, così necessaria, è ciò che garantisce che un traduttore non faccia leva sull’autore per esibire una sua personale bravura, e non lo voglia di conseguenza costantemente ‘ritoccare’; ma si disponga invece umilmente, docilmente al suo servizio. Questa scelta di sottomodulazione rispetto a ciò che è proprio, quanto più si restringe nella autolimitazione, tanto più (almeno secondo me) risulta traccia e declinazione di magnitudo animi. Una sua differente declinazione – di nuovo in linea con le definizioni da voi stessi richiamate – è invece quella del confronto ‘senza risparmio’ con gli enigmi semantici e formali presentati dal testo.

La traduttologia è animata da dinamiche sostanzialmente dicotomiche, come l’opposizione binaria  tra «traduzioni orientate sul testo di partenza» e «traduzioni orientate al testo d’arrivo». Come colloca il suo lavoro in relazione a queste due categorie?

Senz’altro la mia traduzione è in primo luogo orientata «sul testo di partenza». Ispirandomi alla pietas e fides di cui parlavate, la mia massima cura è consistita nel cercare di rendere disponibile, per il lettore italiano, la più vasta gamma possibile di risorse artistiche e perfino di sfumature virgiliane. Innanzitutto con la scelta di tradurre in versi, e optando per un metro che ‘funzionasse’ in un modo parallelo alla lettura (convenzionale) usualmente oggi praticata per restituire l’altrimenti poco avvertibile ritmicità dei versi antichi. In secondo luogo, con la cura prestata alle trame foniche, il rispetto delle figure dello stile, nonché quello di alcuni fra i principali altri stilemi caratteristici di Virgilio (l’uso del cum inversum, il dikolon abundans, l’accumulo di coordinazioni, e via dicendo). Ciò non significa, però, che abbia trascurato il «testo d’arrivo». Anzi, ho speso il massimo impegno nel far sì che le costrizioni subite sul fronte di una ‘ostinata’ fedeltà non mi conducessero a un testo italiano pieno di troncamenti, arcaismi, bizzarrie varie e assortite, che immediatamente ne allontanassero il lettore in cerca di una fruizione lineare e scorrevole.

Mettiamo da parte l’Eneide, ma utilizziamo sempre una voce virgiliana. Cosa le evocano i versi del pastore Meri nella bucolica IX? Omnia fert aetas, animum quoque: saepe ego longos / cantando puerum memini me condere soles; / nunc oblita mihi tot carmina […]  «Ma il tempo, tutto si porta via, tutto, anche la memoria. Io da ragazzo, ricordo, spesso le giornate intere trascorrevo a cantare; adesso invece tante canzoni le ho dimenticate» (traduzione di Bernardi Perini – Fo 2002).

Anche questa è un po’ una provocazione, che fra l’altro si innerva su quella presenza di Virgilio ‘lungo le mie notti’, fin dai tempi del ginnasio. Voi citate una delle due battute delle Bucoliche in cui meglio mi sembra conservarsi un frammento della memoria personale di Virgilio. Il pastore Meri stilizza cioè, secondo una mia impressione (e sottolineo impressione), quelli che furono davvero i pomeriggi e i crepuscoli vissuti dal giovane, delicato, appartato poeta: non ore vane, ma tempo – per dirla con Ungaretti –, in cui una sua natura schiva lo iniziò ai riti della letteratura, come sfogo, come evasione, come specchio in cui riflettere e abbellire la vita (e anche il dolore). Abbiamo qui ‘in diretta’ una scheggia del suo apprendistato giovanile, in forma di scelta di vita. L’altra scheggia antica della sua memoria è secondo me nascosta nell’immagine del pastore Damóne che ricorda come, dodicenne, si protendesse per arrivare a toccare, da terra, i rami bassi degli alberi (ecl. VIII 39-40: Alter ab undecimo tum me iam acceperat annus,/ iam fragilis poteram a terra contingere ramos). Perché i due passi mi destano queste impressioni? Probabilmente per analogia con esperienze personali. In piccolo, anch’io da adolescente, nel giardino della mia casa torinese, avevo un ciliegio ai cui rami bassi noi ragazzini giocavamo ad appenderci. Anche io più avanti ho passato innumerevoli pomeriggi chiuso in camera mia a suonare la chitarra e ‘covarmi’ i miei stati d’animo – coltivando così, parallelamente, quella che allora era la mia aspirazione, diventare un cantautore.

Adesso è professore ordinario di Letteratura latina presso l’Università di Siena. L’abbiamo spesso sentita parlare di «libro da conversione», di «sorprendenti epifanie che tagliano i nostri itinerari di persone»; ha vissuto un’esperienza analoga?

Naturalmente sì. Ogni libro lascia più o meno una traccia, e alcune di queste sono profondissime. Chi può non essere attraversato e modificato irreversibilmente dalla contiguità con Omero, Catullo, i Vangeli, Virgilio, Dante, Shakespeare, Čechov, Proust, Mann, Melville o Gadda, per fare solo pochi dei nomi che mi sono più cari? Ma ci sono libri, anche considerati ‘minori’, che veramente hanno il potere di spostarti in tutta un’altra direzione, rispetto a quella cui ritenevi di tendere. A me è successo almeno due volte nella vita. La prima  in occasione dell’esame di maturità. Dopo le ricordate traversie ginnasiali, ero un liceale che vivacchiava di rendita, studiava poco più del minimo indispensabile, desiderava appunto fare il cantautore, e prendeva apertamente in giro le compagne orientate a proseguire negli studi classici. Poi il meccanismo della maturità di allora mi impose di scegliere una materia da ‘portare’; fra quelle sorteggiate nel 1973, italiano era troppo lunga, filosofia troppo pericolosa, le scienze  non erano il mio sport, mi toccò ripiegare su latino. E fu così che studiando per mio conto, cominciai a subire il fascino di quelle esistenze e delle relative risposte letterarie, specialmente nell’area ‘crepuscolare’ della tarda antichità; fu lì che conobbi la vicenda e il poemetto di Rutilio Namaziano, e me ne innamorai perdutamente. Durante la successiva estate me ne feci una traduzione mia e intanto, con grande disappunto dei miei, che avrebbero preferito per me altri orizzonti, mi iscrissi a lettere, prima moderne, poi antiche, e, letteralmente trascinato da Rutilio (che favorì l’incontro con quello che sarebbe stato poi il mio maestro, Bruno Luiselli), abbandonai le velleità canore per tentare la via del latinista.

La mia Università era la Sapienza di Roma, dove andavo a ascoltare anche altri famosi docenti (indimenticabili, per esempio, gli esercizi di geroglifici con Sergio Donadoni). Fra questi c’era Angelo Maria Ripellino, un professore allora circonfuso di un’aura ‘mitologica’, e doppiamente per me, che, di famiglia teatrale, lo conoscevo anche come temuto e venerato critico teatrale dell’«Espresso». Tentai di andare a ascoltarlo: ma, all’appuntamento per la prima lezione dell’anno accademico1977-78, al suo posto entrò nella gremitissima aula di russo, ricavata da un corridoio dell’Istituto di Slavistica, un nugolo di assistenti e vecchi allievi che fece corona alla voce commossa deputata a annunciare, letteralmente fra le lacrime, che Ripellino era molto malato e che non avrebbe tenuto quel corso (si spense nella successiva primavera). Così non l’ho mai incontrato, se non una volta sulle scale della facoltà: non so perché, ma mi è rimasta fra le più nitide fotografie mentali la sua immagine, mentre sale quei gradini poco davanti a me; ricordo che pensavo «ecco, questo è il grande Ripellino», senza però nulla osare per conoscerlo: ed è stato l’unico momento di nostra materiale contiguità nella vita, l’uno a pochi metri dall’altro. Intanto accumulavo i suoi saggi e le sue poesie, archiviandoli fra i libri che avrei letto un giorno, quando ve ne fosse stato tempo. Mi sono permesso di dilungarmi un po’ su tutto questo, perché il secondo libro da conversione che avrei, di lì a molti anni, incontrato, è proprio un suo volumetto di versi: Lo splendido violino verde, uscito presso Einaudi nel ’76 (gli stessi giorni, forse, di quel nostro unico ‘mancato’ incontro). In una libreria antiquaria di Trieste, nell’aprile dell’ ’86, trovai fra i libri probabilmente ‘rivenduti’ dai proprietari, questa raccoltina della ‘bianca’ Einaudi. Quella sera la lessi, e mi colpì a tal punto che decisi all’istante di dedicarmi per lungo tempo a lui, sospendendo per un poco lo studio degli scrittori latini. Con un gruppo di amici, abbiamo dissepolto o ripubblicato varie sue opere, in più di una decina di libri. E non saprei ‘quantificare’ il debito che sono chiamato a riconoscere nei suoi riguardi sul piano dell’arricchimento spirituale e linguistico, e soprattutto su quello della «bianca fantasia», della fuga dal banale e dalla «proterva aridità» (cito da suoi versi), in cui ero peraltro, come studioso, ancora discretamente impaniato. Non mi sarebbe facile precisare in che cosa, ma sono sicuro che la stessa Eneide di oggi deve molto anche a lui. E non rimpiango quel mancato incontro, perché alla fine, come è per Virgilio o per Rutilio Namaziano, la stessa separatezza mi ha condotto ad amarlo (così si esprime Pasternàk nel Salvacondotto) «con una intensità pari al quadrato della distanza». Rutilio Namaziano e Angelo Maria Ripellino: diversamente dagli autori sopra elencati, sono libri ‘da conversione’ molto defilati e personali. È questo però, credo, l’aspetto più affascinante del fenomeno. Del resto voi stessi, durante questa nostra conversazione avete avuto modo di ricordare la frase di T. S. Eliot nel suo saggio, se non erro, sulla cosiddetta ‘poesia minore’; la frase secondo cui un amante di poesia dovrebbe dire «può darsi che il mio poeta non sia molto importante, ma ciò che ha scritto va bene per me».

La sua traduzione è l’ultima di una serie, dalla versione di Annibal Caro, che ha tenuto banco  nelle scuole fino a qualche decennio fa, passando per  la traduzione ‘storica’, sempre per Einaudi, di Rosa Calzecchi Onesti, arrivando a quelle di Luca Canali e alla più recente di Vittorio Sermonti, solo per citarne alcune. Quale spazio di novità le è sembrato di poter coprire con questa nuova traduzione? Ci sembra di poter affermare che anche le note curate da Filomena Giannotti costituiscano una novità importante rispetto ai commenti precedenti, è così?

Comincio con il rispondere sulle note di Filomena Giannotti. Il progetto iniziale prevedeva un ‘profilo basso’: un corredo molto essenziale, limitato ai ragguagli fondamentali in materia di storia, geografia, riferimenti mitologici o antiquari. Poi, strada facendo, il lavoro si è dilatato in direzione del commento: e questo in parte per il fitto dibattito esegetico sorto su quasi ogni verso, con la corrispettiva necessità che il lettore fosse orientato fra una rosa di opzioni; in parte per il gusto di allargare le indicazioni anche a dati di lingua e stile, nonché ad approcci di più ampio raggio (vi sono, negli studi virgiliani, scuole interpretative molto divergenti). Così il complesso delle chiose di Filomena Giannotti, sebbene non possa per la sua stessa originaria natura, seguire il testo verso per verso (compito di un vero e proprio commento in senso tecnico inteso), finisce per coprire, combinando abbondanza di informazione bibliografica e essenzialità, tutti i problemi fondamentali. Su questo piano, va molto al di là di quanto normalmente ci si attende da una rosa di appunti esplicativi, e può essere a mio parere degnamente affiancato all’unico vero e proprio recente commento continuo italiano a tutta l’Eneide, quello di Ettore Paratore. Aggiungo che la redazione Einaudi aveva direttamente optato, in frontespizio, per la definizione «Commento»; è stata l’autrice stessa che, per un suo understatement  (che resta a mio parere sempre lodevole), ha preferito attestarsi un passo indietro, sulla definizione «Note».

Quanto alla traduzione: la prima cosa che mi sono chiesto, accettando il compito sulla soglia di quella «porta» da voi evocata, è stata se fosse mai possibile che dopo tanti secoli restasse ancora spazio per una nuova traduzione dell’Eneide, al di là di quel fattore scontato che è costituito dall’aggiornamento delle abitudini linguistiche (ma non mancavano, comunque, traduzioni anche molto recenti). Onestamente, ho deciso di cominciare con lo sperimentare una mia strada, e di scoprire questo eventuale margine lungo il percorso. Con mia sorpresa, mi si sono aperti spazi vastissimi. Infatti, per quanto incredibile possa sembrare, alcune caratteristiche fondanti della dizione epica in genere, e di quella virgiliana nello specifico, non erano state assolutamente ‘rispettate’ o comunque valorizzate adeguatamente. Mi sono intrattenuto a lungo a dettagliare esempi di quanto sto affermando, sia nella nota ai criteri di traduzione contenuta nel libro (con il titolo Limitare le perdite), sia in uno studio separato, destinato alla pubblicazione presso l’Accademia Virgiliana di Mantova (La giornata di un traduttore: appunti da un viaggio nell’Eneide). Per fare solo due rapidi esempi: ho imparato un giorno da Franco Fortini, allora impegnato in una lezione sulla traduzione nella nostra Facoltà, l’importanza di cercare di mantenere sempre una medesima traduzione per il reiterato ricorrere di una certa parola – specialmente se ‘importante’ – nel testo di partenza. È un criterio che, nei limiti del possibile, ho cercato di seguire anche traducendo le Metamorfosi di Apuleio (ora nei tascabili Einaudi). A maggior ragione ho cercato di seguirlo per l’Eneide. Ed è un punto molto trascurato nella precedente tradizione. Ma c’è di più: ognuno sa quanto sia rilevante per la dizione epica la dimensione formulare. Ebbene mi è capitato di riscontrare che molte formule sono state in passato per lo più tradotte in modo variamente difforme lungo le loro varie occorrenze: e una simile trascuranza impedisce naturalmente, a un lettore italiano che sia ignaro del latino, di essere in alcun modo messo di fronte a un tratto stilistico saliente del poema epico antico. In più Virgilio, nella sua consueta finezza di artista, che plasma l’innovazione sulla tradizione, ama ripetere alcuni versi in maniera identica, ma – per dir così – giocata in modo diversificato nei differenti contesti. Per esempio il verso postquam introgressi et coram data copia fandi, ricorre identico in due distinte circostanze; ma nella prima (I 520) è la voce di Virgilio a narrare, e introgressi (sottinteso sunt) si riferisce al gruppo dei naufraghi troiani introdotti presso Didone, e a nome dei quali ora parlerà Ilionèo; nella seconda, invece (XI 248), è il personaggio di Vènulo che sta raccontando a Latino e ai suoi maggiorenti come siano andate le cose all’ambasciata da lui guidata presso Diomède (e introgressi sottintende sumus). Si contrappongono, pur con le medesime parole, una situazione ‘da terza plurale’ e una ‘da prima plurale’. Qui personalmente ho reso i due contesti come segue: «Dopo che, entrati, fu data occasione di prender parola,/ il piú anziano, Ilionèo, cosí inizia con cuore pacato» e «Dopo che, entrati, fu data occasione di prender parola,/consegniamo i regali, il nome e la patria illustriamo». Ma basta distrarsi un attimo (o scegliere di non dare peso a queste sofisticate gamme di ‘piccoli nulla’) per far saltare la raffinata ricerca di diversità nell’identità. E questi non sono che minimi esempi di un processo di capillare elaborazione artistica, continuamente operante nell’Eneide. Per quanto ho studiato la tradizione delle precedenti traduzioni italiane, direi che praticamente nessuno si è occupato con diligenza di preservare nella resa italiana simili zone della tessitura poetica.

Alla luce di quanto emerso sulle dinamiche che hanno movimentato il suo processo di traduzione, come commenterebbe il precetto oraziano «non ti preoccupare di restituire una parola per l’altra, come fa l’interprete fedele» (nec verbo verbum curabis reddere fidus/ interpres)? In questo contesto, ha notato Maurizio Bettini, vale l’equazione: imitare troppo da vicino è negativo = imitare è come tradurre = tradurre troppo da vicino è negativo.

Naturalmente Orazio non parlava specificamente di traduzione come la intendiamo noi oggi; tuttavia, seguendo il ragionamento di Bettini, si può ben ammettere che il suo precetto possa investire anche il dominio della ‘nostra’ «traduzione». Secondo me Orazio condanna un atteggiamento estremistico, che per voler essere fedele, degenera invece in aridità e pedanteria. A questo bisogna aggiungere la diversità di tempi, di prospettive e di gusto, e il discorso si farebbe molto complesso (per seguirlo, non c’è miglior strumento del libro di Bettini che voi stessi evocate: Vertere. Un’antropologia della traduzione nella cultura antica, Torino, Einaudi, 2012). Personalmente credo di avere – come ho detto – puntato a una fedeltà il più stretta possibile; ma, come già dicevo sopra, ho cercato anche di non dimenticare mai, in nome di feticci aprioristici (problemi di metro, o altri dogmi inderogabili autoimposti), le ragioni ultime dell’arte. Sarei felice se i criteri che ho cercato di seguire, fra gli opposti scogli della pedanteria e del virtuosismo narcisistico e autoreferenziale, potessero da Orazio essere insigniti della sua medaglia di aurea mediocritas.

Data questa profondità d’immedesimazione e la lunga frequentazione del testo, quando lei pensa, ricorda, vive il Virgilio dell’Eneide, lo fa con le parole latine o con quelle della sua traduzione?

Virgilio per me resta latino, anche se a forza di provare e riprovare a tradurlo, qualche scheggia delle mie tentate trasposizioni mi sarà magari rimasta nell’orecchio. Io gli sentirò sempre e solo pronunciare Arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris e vitaque cum gemitu fugit indignata sub umbras. È entrato in me con le parole conticuere omnes intentique ora tenebant oppure non ignara mali miseris succurrere disco; o ancora improbe Amor, quid non mortalia pectora cogis!, e tu ne cede malis, sed contra audentior ito o desine fata deum flecti sperare precando. E, sinceramente, non mi ricordo affatto a quale traduzione sia infine approdato, dopo mille ripensamenti, nei vari singoli casi – né sento alcuna esigenza di andare a saturare in simile modo preziose valenze libere della mia poca memoria.

Tradurre il poema virgiliano è stato il piano privilegiato sul quale far convergere, quasi sovrapporre, due declinazioni della sua sensibilità letteraria, la poesia e il mondo classico antico?

Come è affiorato anche sopra in questa nostra conversazione, può avvenire che si abbia l’ardire di sentirsi vocati alla poesia e si nutra l’aspirazione a vedersi riconosciuta la controversa, talora irrisa, ma pur sempre meravigliosa etichetta di «poeta» (il «nome che più dura e più onora»…). Confesso di avere questa debolezza. E quindi, della vostra domanda, porto l’accento sulla parola «privilegio»: è un privilegio aver avuto l’occasione di farsi portavoce di Virgilio; e lo è doppiamente per chi coltiva qualche speranza di essere un giorno rubricato, pur a debita distanza, nella sua stessa categoria.

«Felici coloro che portano nella memoria una frase di Virgilio o di Cristo, perché daranno luce ai loro giorni». Questa chi l’ha scritta, lei o Borges?

Come tanti altri, l’ho scritta anche io, grazie a Borges, per interposta persona: è questo a rendere tanto prezioso un poeta.

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. alida airaghi ha detto:

    Intervista molto interessante, sia nell’acutezza delle domande sia e soprattutto per l’intelligenza, la sensibilità e la modestia, pur nella consapevolezza del proprio valore, delle riposte. Rimango sempre stupefatta di fronte alla vastità della cultura di Alessandro Fo.

    1. tiziana manieri ha detto:

      l’intervista solletica il piacere per la letteratura classica. Le domande, pertinenti e inebriate di cultura, ci rendono un alessandro fo appassionato e grande oratore capace di travolgere il lettore e spingerlo a rimettere in viaggio quella curiositas assopita che deve a tutti i costi risvegliarsi. Grazie ai due intervistatori così perspicaci e e all’autore che farà dei propri studenti delle persone, oltre che dei letterati, pienamente consapevoli del proprio sè e soprattutto della propria sensibilità letteraria.
      La nostra socierà ha bisogno di persone intrise nn solo di cultura ma permeate di quell’amore per la curiositas letteraria che, come ha detto in un suo passaggio dell’intervista A. Fo, il liceo spesso rende arida e punitiva per gli sudenti.La scuola avrebbe bisogno di insegnanti come lui per indurre gli studenti ad amarla.
      Ilario è stato mio alunno al liceo e lo ricordo per la sua grande intelligenza e sensibilità. Adesso lo ritrovo uomo e letterato sensibile e raffinato.
      Grazie, spero che la nostra società possa rinnovarsi grazie a persone come voi.

  2. Stefano J ha detto:

    Eh sì, avete proprio ragione: pietas, fides e magnitudo animi sono le qualità di Alessandro Fo. Grazie per il solido garbo con cui riesce ad insegnarci, con il suo esempio, che i pensieri sono quello che rimane, e sono l’unico fine a cui deve orientarsi chi fa questo lavoro “intellettuale”, nel tentativo di esserlo, alla giusta distanza.
    Grazie.

  3. Camilla P. ha detto:

    Non posso che concordare in toto con il commento di alida airaghi.

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