Respirare sott’acqua. “Nella vasca dei terribili piranha” di Alessandro Raveggi

di Antonio Coiro

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Nella vasca dei terribili piranha (Effigie, 2012) è il primo romanzo di Alessandro Raveggi, fiorentino, già autore di saggistica e poesia (è recente Calvino americano. Identità e viaggio nel primo Calvino, del 2011 La trasfigurazione degli animali in bestie).

Come spiega lo stesso autore, il romanzo ha avuto una lunga gestazione: la prima idea risale a circa dieci anni fa quando, osservando da Granada gli sbarchi degli immigrati sulle coste spagnole, e parallelamente leggendo The submariner (un fumetto della Marvel), ebbe lo spunto che diede vita alla narrazione. La presenza di questi due fuochi – lo sguardo al proprio tempo, il filtro di certe estetiche contemporanee – impronta la costruzione del romanzo. A fare da collante il tema dell’acqua: presenza viva nella trama ed allegoria di senso, nel finale.

Al centro della narrazione le vicende di un misterioso uomo-anfibio, moderno Colapesce, la cui presenza in giro per l’Europa, da Parigi a Berlino da Firenze a Madrid, fa conoscere al lettore i diversi personaggi del romanzo: Carolina e la sua setta di isteriche ex-attrici che attendono la liberazione dell’umanità; Alfredo, postadolescente disagiato in Erasmus in Norvegia; il rampante Vittorio Buono, manager romano con un fiuto per gli affari tutto suo. Nella prima parte del romanzo queste storie si svolgono su piani del tutto indipendenti: luoghi, motivi, forme stilistiche si susseguono con una sorta di smania di fondo. Tutti i personaggi sono colti in posizioni e quotidianità frammentarie, discontinue. Alfredo riempie le sue vuote di giornate tra velleità e ansie, cercando di vedere tutto – il suo amico Fiatella, una Firenze sempre più statica, le oppressioni familiari – come «una sorta di superficie di lancio oltre la frana». Carolina si muove in una Città del Messico dai toni surreali, con dentro lo strazio di un lutto mai elaborato. Lo stesso Vittorio Buono, personaggio macchiettistico e vuoto, cerca di stabilire un ordine nella sua vita, che sia anzitutto un ordine delle cose: «l’ordine fuori di te comincia dall’ordine dentro di te», dice guardando alcuni operai arredare il suo ufficio. Questa precarietà di fondo lentamente, nel corso del libro, procede verso uno scioglimento: l’ansia di palingenesi che anima la narrazione sarà affidata proprio all’uomo-anfibio, in un finale dai toni apocalittici e liberatori.

La scelta di Raveggi nel rendere il dinamismo che anima le vite dei personaggi e la realtà stessa è la costruzione di un linguaggio barocco e meticcio: sempre scisso tra atteggiamenti colti e mimesi del quotidiano, alto e basso. Lo stesso uso continuo di similitudini, metafore, costruzioni sintattiche eterodosse rientra in quest’ottica: una dimensione in cui si vorrebbero mostrare rapporti, variabili nuove, legami prima non intravisti.

A volte quest’operazione di resa del reale risulta convincente, come nella bozzettistica descrizione di Firenze e della «frana» di apatia che travolge la città e l’Italia stessa. Più spesso, invece, la sovrapposizione di linguaggi, citazioni e strutture differenti rende la narrazione dispersiva e intricata, e la lettura a tratti faticosa. Più interessante, invece, è il lavoro di rielaborazione che fa Raveggi di fonti culturali disparate: fumetto, fantascienza, mito, cultura urbana, cronaca; tutto finisce nel romanzo e lo trasforma in una sorta di ipertesto potenziale. Non è un caso infatti che l’autore abbia creato un blog in cui riporta tutte le sue fonti di ispirazione.

Quest’affollato immaginario culturale satura il romanzo di oggetti (si pensi all’E-ching di Alfredo o alle alghe energizzanti dei giovani norvegesi), storie, voci, facendolo oscillare tra stili e generi quasi opposti. Dove l’autore dà il meglio di sé è, paradossalmente, nei toni dell’elegia, nei veloci ma incisivi accenni al privato dei personaggi: la morte del fratello di Carolina e il suo lacerante dolore; Alfredo e la sua piatta vita fiorentina: «muoversi nella vita agiata di sempre in un’atmosfera disastrata, dove l’allarme è già suonato, e la frana, ovvio, persiste, ti porta a mimare per cautelarti i comportamenti altrui, e tutto questo si ritualizza».

La cifra di Nella vasca dei terribili piranha sembra essere, in definitiva, quella dell’allegoria: il romanzo è un ambizioso tentativo – solo a tratti persuasivo – di descrivere una realtà liquida e incontrollabile, in cui l’unico modo per sopravvivere è quello di imparare a «respirare sott’acqua» («per far fronte alle catastrofiche conseguenze del progetto che noi stessi non indugiamo certo nel chiamare Uomo») e aprirsi all’alterità.

5 commenti Aggiungi il tuo

  1. Alessandro Raveggi ha detto:

    Ottima cosa, unico dubbio: che c’entrano Giglioli e DFW?

    1. Niente. Errore mio, i tag sono stati rimossi.

      Antonio Coiro

      1. Alessandro Raveggi ha detto:

        Ma no, era solo per capire se c’era un riferimento implicito al discorso di Giglioli sul Corriere! :) Saludos e grazie per la tua fatica, Antonio

      2. Non c’è riferimento e, ti dirò, ho scritto la recensione prima che uscisse quella di Giglioli su La lettura. In tutta onestà: era un tentativo di reindirizzare la gente da Google a questo pezzo :) Ma non avendo citato Giglioli o DFW nella recensione capisco che i tag suonino strani.
        Saludos a te, Alessandro

        Antonio

  2. Alessandro Raveggi ha detto:

    Reblogged this on Nella vasca dei terribili piranha and commented:
    Recensione su 404 File Not Found.

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