“Not in that generation” – Lance Armstrong e il ciclismo che non c’era

di Marco Mongelli

armstrong

L’epopea di Lance Armstrong, il cancro sconfitto-i sette Tour vinti-l’inganno smascherato, è una delle storie più incredibili dello sport contemporaneo e forse la sola storia personale capace di trascendersi e farsi simbolo di un intero sport, il ciclismo.

L’intervista con cui è obbligato a confessare quella “one big lie” che è stata la sua carriera professionistica, è un documento eccezionale. In quasi due ore di conversazione il texano ha risposto in maniera notevolmente lucida alle fiacche domande di Oprah Winfrey, cercando di spiegarsi e di spiegare senza negarsi l’autoflagellazione che la messa in scena televisiva richiedeva.

Proviamo per un attimo a bypassare i resoconti e i riassunti giornalistici e ad ascoltare direttamente l’intervista, tutta l’intervista (qui e qui, in due parti). A saperla leggere, si capisce molto di più che mondo è stato ed è quello del ciclismo professionistico: del ciclismo in quanto sport, competizione agonistica, che nel Tour de France trova(va) la massima espressione.
Andiamo più a fondo, oltre l’uomo e la megalomania, la pianificazione della truffa, l’arroganza e la presunzione di dover vincere, di meritare il riscatto, e concentriamoci sullo sport, il ciclismo.

Già nel primo minuto Armstrong fuga tutti i dubbi: per vincere i sette Tour de France (1999-2005) ha assunto “performance enhancing drugs”: epo, trasfusioni di sangue, testosterone. Ma in quale sistema era possibile fare tutto questo? Che cos’è stato il ciclismo in quegli anni ?
A scioccare, oltre alla pervasività e alla costanza del metodo di Armstrong e della U.S. Postal, è la permeabilità del sistema e la totale inadeguatezza tecnica e politica degli enti deputati a lottare contro il doping. Non ho inventato la cultura del doping, tutti potevano fare quello che ho fatto io, dice giustamente Lance: certo, il mio sistema era professionale, furbo, consapevole, ma non era innovativo. Niente di speciale. Non aveva nessun carattere di originalità. “To say that programme was bigger than the East German doping programme of ’70s and ’80s is wrong.”
Il programma era tutto per Armstrong: lì c’era la felicità: “There was more happiness in the process, in the build, in the preparation. The winning was almost phoned in.”

Ma non avevi paura di essere scoperto, gli chiede Oprah. No, non potevo essere scoperto. Le trasfusioni e il testosterone erano giustificati dalla malattia e nel 1999 non esistevano test sull’EPO e nemmeno test fuori dalle competizioni.
Il sistema era debole, impreparato, vulnerabile. Armstrong, e non solo lui, potevano rigirarlo a piacimento. Pur rispettando il proposito di non parlare di nessuno se non di se stesso, fa capire chiaramente che la pratica del doping sistematico fosse tutt’altro che isolata. A un certo punto arriva a dire che fra i duecento nel gruppo, solo “five heroes”, erano puliti. Il doping non era un corpo estraneo, ma interno al sistema, una pratica comune:

“That’s like saying we have to have air in our tyres or water in our bottles. It was part of the job”

Diventava insomma una legittima variabile che può influenzare il risultato della competizione, come il clima, l’alimentazione, la fortuna. Cosa che accadrebbe se si legalizzassero alcune sostanze, come molti chiedono per salvare lo sport e la credibilità delle sue manifestazioni: se tutti barano, nessuno bara. Ci potrebbe essere sconfitta più triste?

Sono tanti i temi toccati nell’intervista e tanti quelli su cui varrebbe la pena ragionare a lungo: l’“attitudine competitiva” di Armstrong che si estremizza dopo il “miracolo” della guarigione; la costruzione e poi la rinuncia obbligata alla fondazione Livestrong; la gestione, che alcuni hanno definito mafiosa, del team; il rapporto “padronale” verso i compagni di squadra e la simbiosi col gregario par excellence, George Hincapie; la sciagurata decisione di tornare alle corse nel 2009, vero “tipping point” della sua credibilità, difesa strenuamente fino all’evidenza non più negabile. Ciononostante credo che il cuore del suo discorso, quello che da appassionato di sport e di ciclismo mi ossessiona e si sconvolge, stia nelle due battute seguenti:

Oprah: “You said to me earlier you don’t think it was possible to win without doping?”

Lance: “Not in that generation”

Senza doping non si vinceva.

Il caso Armstrong, lo scandalo Festina, l’Operación Puerto, e gli altri mille casi paralleli di ciclisti trovati positivi ci dicono con evidenza schiacciante che il ciclismo, per almeno un decennio, non è stato uno sport. Non è stato uno sport perché i risultati di tutte le competizioni più importanti (i tre grandi giri, i campionati mondiali, le olimpiadi) non sono credibili. Non è stato uno sport perché se i primi 10 di ciascuna di queste competizioni si rivelano prima o dopo dei dopati, allora non c’è niente, è tutto falso.

Tutto quello che il ciclismo ha detto, ha espresso, dal, diciamo, caso Festina in poi, non è esistito.
Nessuno scatto ai piedi di una montagna, nessun colpo di reni in volata, nessuna discesa ad angoli improbabili, nessun braccio alzato al traguardo, può dirsi al riparo da dubbi.
È pazzesco se ci si pensa, è molto più di quanto sia mai accaduto a qualsiasi sport. Sì ok, l’atletica, il tennis, lo sci. Sì, ma no: nessuno sport come il ciclismo è stato delegittimato, squalificato, annichilito nel suo stesso esistere, dalle pratiche dopanti.

Armstrong dice che due provvedimenti hanno cambiato la lotta dell’antidoping: la possibilità di controllare gli atleti fuori dalle competizioni e l’introduzione del passaporto biologico. Dal 2008 in poi, dunque, il ciclismo è di nuovo uno sport pulito, secondo Armstrong. Ora, ammesso e non concesso che oggi le pratiche dopanti siano sotto controllo e che le competizioni siano di nuovo credibili, chi ha vinto negli ultimi anni? Atleti mediocri, grigi passisti, ex pistard convertitisi, cronomen in motorino.
È di nuovo uno sport credibile? Forse. È uno sport per cui vale la pena di nuovo passare i pomeriggi davanti a rai3, per cui tifare e incazzarsi, pronosticare e sorprendersi. Credo di no, ancora no. Forse davvero l’ultima “vera” impresa ciclistica è quella di Pantani nella tappa che arrivava alle Deux Alpes del Tour del ’98, quella dei nove minuti a Ullrich, quella che consegna la Grand Boucle, dopo il Giro, al Pirata. Forse l’ultimo grande campione è lui, Pantani.
Già, Pantani.

10 commenti Aggiungi il tuo

  1. kaisermode ha detto:

    Mah… io avrei dei dubbi anche su Pantani…

  2. Atalantino ha detto:

    Concordo con “kaisermode”. Pantani non era pulito, come nessuno era pulito in quegli anni. Ciò non esclude che fosse un grande atleta.

  3. Tomaso ha detto:

    Bell’articolo Marco… Ma non posso non essere in totale disaccordo sulla conclusione!!! Ahimè Pantani era già abbondantemente dopato nel ’98… e, pur essendo stato una vittima del sistema, ha commesso l’errore imperdonabile di non aver mai ammesso le sue colpe e di non aver contribuito a svelare le pratiche diffuse in gruppo! Sarei quindi più prudente e direi che probabilmente le ultime imprese davvero pulite e credibili sono state quelle del primo Pantani, al Giro del 1994.

    1. Alfonso ha detto:

      Marco Pantani non è mai stato condannato per doping, aveva problemi di dipendenza negli ultimi anni della sua vita, ma lungi dal darle una giustificazione, chiediamoci perché ?. Mi spiace vedere come a quasi 10 anni dalla sua dipartita siano così persistenti gli effetti di una campagna di diffamazione pubblica capace di legare le varie testate giornalistiche come raramente accade. Per la memoria: a Madonna di Campiglio fu fermato da un esame che dopo sei mesi sarebbe stato sospeso perché inattendibile, lo stop per l’eccessivo ematocrito è per la tutela della salute del corridore.
      Inviterei poi tutti a leggere i dossier della siringa dopante attribuitagli a Recanati ( trovata non in presenza dell’atleta, in una stanza in cui non aveva dormito – perché era risaputo che per proteggersi dai tifosi la sua stanza non era mai quella dichiarata alla reception – , senza che gli fosse stato concesso in un primo momento il test del DNA che avrebbe evitato un processo il cui esito ( condanna per doping ) sarebbe durato meno di un Giro d’Italia ).
      Che tristezza cercando su google leggere tra i più richiesti “Pantani morte”, “Pantani doping”. Dove trovare allora “Pantani l’uomo” ? ah già nel suo sport era un dio. ( citando la celebre “caduta degli dei” intercettata telefonicamente pochi giorni prima dell’episodio di Madonna di Campiglio. )

      Segnalo in conclusione la vis polemica di uno spettacolo del teatro delle albe sul ciclista di Cesenatico recentemente rappresentato a Siena.

  4. Concordo in toto con Alfonso. D’altronde, se non lo fossi, non avrei chiuso in quel modo la riflessione.
    Ah, Fuentes ha voglia di chiacchierare e Armstrong è passato all’attacco dopo aver giocato al Raskolnikov. C’è voglia di pentitismo, ne vedremo delle belle ancora.

    Marco

    1. Letto, aspettiamo :)
      Marco

  5. Son ha detto:

    Ripeto: Pantani era dopato come tutti gli altri. Questo non significa che fosse un brocco senza EPO…

    Alfonso ora esponi le tue teorie difensiviste.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...