Ricreare la nevrosi della società: un collasso del tutto indisturbato

di Gianluca Mezzofiore

caffè

Il debutto del Caffè dei treni persi, gruppo bolognese al loro primo disco, ha colto un po’ alla sprovvista giornalisti e critici musicali avidi di etichette e definizioni. In un articolo del Corriere di Bologna si citano come punti di riferimento essenziali, nell’ordine, Fred Buscaglione, Vecchioni, Branduardi e, naturalmente, Guccini.
Un collasso del tutto indisturbato è un album pieno, ridanciano (vedi Il barbiere di Sicilia), quasi sovrabbondante, in cui la varietà dei registri musicali e stilistici (dalla bossanova della Conta all’accenno di tango, rimandi folk, soluzioni minimaliste in Nuvole, etc..) unita ad una cura maniacale, quasi chirurgica, degli arrangiamenti rimandano ad un approccio prog e impegnato alla musica. Il gusto colto di contaminare generi musicali disparati, cesellando il pezzo come un artefatto, trova qui una reinterpretazione/ soluzione in chiave giocosa e sorniona, grazie alla voce nervosa e sfumata del cantante Francesco Loro, anche autore dei testi, che accompagna l’ascoltatore in un calderone di suoni “in corsa”.
Tuttavia questa ricerca artistica – nel senso di musica come artefatto, dalla quale derivano la perfezione degli arrangiamenti e la presenza di strumenti acustici ormai abbandonati dalla musica mainstream come il flauto e il violino – non si risolve in un tecnicismo onanistico privo di contraddizioni. Anzi, l’ascoltatore viene continuamente messo alla prova, si trova quasi in imbarazzo a tratti di fronte agli arzigogolati verbali e acustici del Caffè. Un collasso non è quasi mai un cammino tranquillo. I violini sono sempre lì ad urlare al vuoto, disegnando percorsi accidentati, il flauto si arrampica su vertigini di suono impossibili, il ritmo è tribale a tratti. I quadri armonici, quelli sì, rimandano agli anni ’70, ma la nevrosi di fondo, la matrice disperata e manieristica di canzoni come Caducittà e il Volo è tutta della nostra epoca, degli anni 10 di questo secolo. Il Caffè non si rifugia in un revival folk, non si abbandona compiaciuto in atmosfere pastorali alla Mumford and Sons o Fleet Foxes. Il filo conduttore, nella matrioska sonora di un album così variegato e complesso, è proprio l’attrito e la frizione della dimensione urbana, così presente da Caducittà a Zaira, una trasposizione in musica della Città invisibile di Calvino.
È una musica che ad ogni passo si annulla e si rigenera, che si pone in aperto contrasto a tutto un canone ed una tradizione di easy listening osannata dalla critica odierna. Un collasso è anche un album multistrato, in cui l’amante della canzone emiliana folk alla Modena City Ramblers può trovare un ultimo sussulto nostalgico in Partigiano, featuring Cisco, ex-cantante del gruppo. Combat folk, minimalismo, prog, song-writing, pop. Le definizioni si sgretolano, da qui spiegata la difficoltà a trovare un’etichetta abbastanza coraggiosa da ospitare il Caffè. Ma è ancora possibile fare questo tipo di musica 30 anni dopo la lezione punk? L’abbiamo chiesto al cantante del gruppo, Francesco.

I critici sono stati presi alla sprovvista dal vostro lavoro. Guardano al passato, ai gloriosi anni ’70, alla musica cantautoriale e al prog a la’ PFM per spiegare l’enigma di Un collasso. Vi definireste prog?

L’attenzione per gli arrangiamenti porta inevitabilmente a confrontarsi con questa realtà. Ci siamo per caso tutti ritrovati amanti del prog, di diverso tipo. Io adoro gli Area. Max ha anche altri progetti prog elettronici (On/Off man). Antonio adora i Jethro Tull. La ricerca musicale e artistica porta a confezionare pian piano questo manufatto che è la canzone. Più ci lavori, più esce canzone prog, impegnativa anche all’ascolto. Ma non vorrei che passasse l’idea del gruppo snob, che fa musica per musicisti, per pippettoni mentali.

Mi pare di individuare una matrice gioiosa e anarcoide nella vostra musica e nei testi. Tanto più gli arrangiamenti sono curati, tanto più mi sembrate ad un passo dal minare le fondamenta della vostra stessa musica. Il passo successivo è Frank Zappa, è Captain Beefheart, con quel proto-blues zoppo primitivo, sfilacciato, in cui musica, voce e strumenti vanno per conto loro, quasi ad annullare tutta la ricerca artistica precedente. È questo il vostro scopo?

Partiamo dal presupposto che non esiste la distinzione tra musica colta e profana. Non vogliamo fare musica riservata ad un club di eletti. Noi cerchiamo di unire diversi tipi di musica, da classica a popolare. Da qui l’approccio prog, se vuoi. Ma io non ho mai avuto una formazione classica, ho sempre vissuto la musica e la poesia come una passione, un laboratorio creativo dove sperimentare, mai come materia da studiare o approfondimento accademico. In Italia si deve sempre teorizzare su tutto, diventare specialisti anche in musica. Musica e poesia sono diventate ad appannaggio dei conservatori e delle università. Gabriele, il nostro violinista laureato al conservatorio, dice che non riuscirebbe a comporre niente per una sorta di timore reverenziale. Io sono un cazzone, un outsider. Mi piace sperimentare e giocare con le parole. La parola aggiunta alla melodia è come se fosse una linea melodica o ritmica in più. Il blues è nato dagli schiavi neri, porca puttana, dai campi ed è la base di tutta la musica moderna! In questo il mio approccio è simile, con tutto il rispetto, a Frank Zappa e Captain Beefheart, che hanno suonato e creato in un periodo in cui sembrava fosse già stato detto tutto. Hanno preso ingredienti e rimescolati, a livello giocoso, secondo ispirazione del momento.

È  ancora possibile fare questo tipo di musica ignorando la lezione del punk?

Il punk era soprattutto atteggiamento, vedi i Sex Pistols. Lo stesso vale per alcuni gruppi italiani molto in voga oggi. Quello che piace è che fanno una gran baracca, sono scazzati con tutti e fanno ballare. Noi non puntiamo sull’atteggiamento, ma sulla musica. Non siamo contro i due accordi o la musica popolare. Il blues è formato su due accordi. Il blues è ricerca, creatività e innovazione. Lo stesso vale per i nostri testi. Cerchiamo di ricreare con la musica le nevrosi della nostra società, operando una sorta di mimesi. Ci piace stuzzicare indirettamente l’ascoltatore, non incitarlo con una semplice canzone di protesta.

In Zaira ricrei l’atmosfera di leggerezza delle citta’ invisibili di Calvino. Facciamo come per le primarie del PD: qual è il tuo pantheon?

Le tre C: Calvino, Cortàzar e Coelho…no scherzo, il terzo è Herman Hesse.

I Caffè dei treni persi sono: Francesco Loro (voce, chitarra, mandolino), Giacomo Rubin (chitarra), Antonio Renna (cori, flauto traverso, ottavino), Gabriele Palumbo (violino), Massimo Tortola (basso) e Jonathan Sanfilippo (Batteria)
Un collasso del tutto indisturbato è uscito questa settimana ed è disponibile online su i-Tunes, Amazon, Bloom.fm, Deezer, eMusic, Google Play, MediaNet, Nokia Music, Omnifone, Spotify, We7, box Music.
Potete ascoltare Il caffè dei treni persi anche qui:

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...