Dresses are Girls’ best friends: l’abbigliamento, tra confessioni e deus ex machina, in Girls 2×01

di Mariangela Ricci

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[attenzione: questo articolo contiene spoiler]

All you girls think that you look really good, but you just look like floats in the Macy’s parade: these big heads on these tiny bodies

La madre di Marnie sintetizza bene le fil rouge dell’episodio di apertura di questa seconda stagione di Girls, serie tv trasmessa da HBO ed espressione del genio creativo ed interpretativo di Lena Dunham. Questa prima puntata appare infatti tesa tra persistenze e (tentativi di) mutamento, un mutamento che altro non è se non la realizzazione del proposito di essere altro rispetto a quello che si è o si è abituati ad essere.

La tensione si incarna in tre dei personaggi principali della serie, Hannah, Shoshanna e Marnie (in ordine di apparizione), e si riassume in una fase di “transitioning” (cit.) vissuta con maggiore o minore consapevolezza a seconda dei casi e che, sempre a seconda dei casi, si svela in tempi diversi all’interno dei 30 minuti che costituiscono il secondo battesimo televisivo per la serie.
Alla materializzazione della tensione e alla realizzazione del disvelamento concorre l’uso dell’abbigliamento, e più in generale la costruzione dello stile, da parte delle figure in questione. Il ruolo di case studying per eccellenza, per questo tipo di analisi, va sicuramente attribuito ad Hannah.
La prima inquadratura mostra Elijah (amico di Hannah, scopertosi gay dopo la fine di una relazione con lei) nei nuovi panni di “perfetto coinquilino” mentre dorme abbracciato ad Hannah. Un’immagine che si sovrappone facilmente, stridendo, ad altre immagini che avevano caratterizzato la prima serie e che vedevano presente Adam, unica figura maschile con cui Hannah poteva condividere l’intimità del sonno. Un’intimità che era quasi una fusione – sottolineata dalla condivisione dello stesso tipo di pigiama (una specie di tuta tutta d’un pezzo) da parte dei due – e che nei confronti di Elijah viene completamente meno: una perdita sottolineata dal diverso abbigliamento dei due.
Il primo segnale del (tentativo di) mutamento di Hannah riguarda proprio il ruolo rivestito da Adam nella sua vita, ed il primo colpo è proprio la perdita di esclusività e la desemantizzazione di certi momenti.
Il secondo colpo, molto più tangibile, è la sostituzione di Adam come compagno: anche in questo caso, il processo si manifesta agli occhi dello spettatore tramite una serie di analogie con la figura di Adam, tra le quali vanno annoverate il tipo di scena con cui questo (ancora) Innominato fa la sua prima comparsa – pure stavolta a sfondo sessuale – e dalla coerenza estetica di Hannah, che passa anche attraverso il suo stile, in cui fa da padrona una concezione dell’abbigliamento quotidiano improntata all’improvvisazione. Improvvisazione supportata da una totale noncuranza della moda: gli accostamenti sono spesso improbabili e dal retrogusto raffazzonato e sono ben esemplificati da capi over-size, orgoglio di una femminilità anticonformista. Ma il distacco da Adam, o meglio dal tipo di relazione che egli ha rappresentato per Hannah, non è lasciato solo alla “semiotica”: in un serrato dialogo con la sua nuova fiamma, Hannah esplicita la volontà di costruire un rapporto diverso, obiettivo raggiungibile solo tramite un ridimensionamento dell’importanza dell’altro all’interno della sua vita (significative appaiono le frasi: “Non vengo a bussare alla tua porta nel bel mezzo della notte, non invento scuse assurde per vederti”, soprattutto in vista della conclusione dell’episodio)- un progetto che, come si vedrà, sarà la motivazione malcelata del modo che Hannah avrà di relazionarsi anche con la sua amica Marnie.
Anche la comparsa di Adam non fa che sottolineare il distanziamento avvenuto tra i due: Adam è rimasto indietro, e il recupero della sua classica tenuta da casa – una nudità pressocché totale, fatta eccezione per i soliti boxer – con cui l’avevamo conosciuto e che aveva abbandonato da quando più forte era diventata la (suddetta) intimità con Hannah, lo conferma. Quello che per Adam è probabilmente solo il segno di un’abitudine mai completamente dismessa, appare più come l’indizio di un ritorno agli albori della sua frequentazione con Hannah, con in più un ribaltamento di ruoli: l’incertezza e la precarietà sono ora sentimenti di Adam – non più di Hannah – così come lo è la percezione del “dover rincorrere” che di queste era figlia. Un inseguimento sentimentale ormai impossibile, di cui è metafora la stasi impostagli dal suo stato di convalescenza.
Ma, come accennato poco più sopra, il rinnovamento esistenziale di Hannah è – in via progettuale – di più ampio respiro: nel corso della festa d’inaugurazione della “nuova” casa, espressione della nuova convivenza di Hannah, quest’ultima si ritrova nella sua stanza a parlare con Marnie, che le esprime a chiare lettere la sofferenza per il periodo che sta attraversando per via della perdita di tutti i suoi punti di riferimento, ivi compresa Hannah, che percepisce assente, inintercettabile. Le scuse addotte da Hannah, poco credibili, vengono esposte nel corso di un cambio di look: Hannah si toglie l’abito scelto per la festa per riappropriarsi di un abbigliamento che sente più congeniale, e lo fa di fronte ad una Marnie che “non capisce cosa c’è che non va” in quello che indossava prima e che viene interpellata per avere un giudizio sulla nuova scelta in un modo che suona squisitamente formale, privo di reale incidenza. La scena non è altro che una scatola cinese: dietro al cambio d’abito di Hannah e all’assenza di rilevanza dell’opinione di Marnie è taciuto il nuovo ideale relazionale di Hannah, che viene nascosto – o meglio negato – nel corso del dialogo che ha come oggetto proprio la loro amicizia.
Ma probabilmente, ad un primo livello, con la scelta di un vestito diverso Hannah vuole sancire una presa di posizione forte (“I DON’T WANNA WEAR THIS DRESS”) nei confronti di un altro soggetto: Elijah. Sebbene l’outfit finale di Hannah abbia molto del suo modo di concepire l’eleganza – spesso confusa con la ripresa di stilemi demodé o, a volte, quasi infantili e carnevaleschi – e, più in generale, rientri nella preliminare descrizione del suo stile, esso sembra rispondere alle aspettative della serata – e in generale all’ideale di festa – di Elijah, e all’esigenza di manifestare una sintonia con lui, di costruirla formalmente di fronte agli occhi di entrambi – un intento che pervade tutto l’episodio, ma che trova espressione massima nella presenza di molte frasi pronunciate con identico contenuto e/o in modo sincrono da parte di entrambi.
E’ la spia di un crepa: la veste da crocerossina – non a caso, forse, realmente indossata da Hannah nel corso della festa tramite quell’abito che, per sua stessa ammissione, la fa sentire una “suora navigante” – non è stata del tutto abbandonata. Hannah tende ancora, inconsciamente, ad impegnarsi per soddisfare ciò che gli altri si aspettano da lei, a scendere a patti con se stessa per l’Altro, sebbene il fatto che quest’Altro sia un personaggio secondario renda l’atteggiamento di Hannah – agli occhi dello spettatore e, inconsciamente, agli occhi di Hannah stessa – privo di un risvolto di senso.

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A condividere con Hannah una progettualità del cambiamento è Shoshanna.
Anche Shoshanna, come Hannah, vuole impegnarsi per modificare il proprio modo di rapportarsi ad un altro concentrandosi su se stessa ma, a differenza della stessa Hannah, questo “altro” è un solo individuo: Ray, ragazzo con cui Shoshanna ha perso la verginità nel corso dell’ultima puntata e che, come si evince nel corso dell’episodio, ha poi fatto perdere le sue tracce. Il proposito di Shosh è sacralizzato tramite un vero e proprio rituale: nella solitudine della sua stanza, Shosh invoca gli spiriti per ringraziarli – in un atto di autoconvincimento – della positività della sua vita, e per chiedere loro di rovinare la vita a Ray.
In questa scena, il ruolo della persistenza è ambivalente. Da una parte, un progetto che abbia come base necessaria del suo attuarsi una maggiore presa di coscienza del valore di un esistenza focalizzata su se stessi non può che passare tramite un’ostentazione mitizzante della propria identità: ecco allora che la stanza di Shoshanna appare come un tempio dominato dal rosa, a partire dal poster (non casualmente contenente la frase “keep calm & carry on”) per arrivare alla poltrona, dalle lenzuola fino al pigiama. È un’autocelebrazione: già nella prima stagione era apparso evidente come uno dei tratti peculiari dello stile di Shoshanna fosse il gusto per l’abbinamento, un piacere per la ripresa cromatica che a volte – come in questo caso – scade quasi nel feticismo. D’altro canto, però, a persistere è anche il pensiero rivolto a Ray: a differenza di Hannah, che non prevede, per portare a compimento il proprio rinnovamento, un danno a scapito di Adam e che, conseguentemente, appare maggiormente distaccata nei suoi confronti e quindi maggiormente concentrata su di sé, Shoshanna, nel tentativo di liberarsi da un vincolo affettivo nei confronti di Ray, si lega a lui in una dipendenza antagonistica.
Un bipolarismo che emerge anche dal look scelto per partecipare alla festa di inaugurazione di Hannah, nella previsione – non suffragata da alcuna certezza – della presenza di Ray. L’affermazione identitaria è evidente e ricercata nella sua eleganza: la tonalità del vestito è ripresa dal trucco, cinta e braccialetto sono coordinati. Al contempo, però, l’acconciatura e il copricapo sembrano rimandare alla circostanza del matrimonio di Jessa, rivelandone nel contempo gli sviluppi futuri e la loro dolorosità: il riferimento non passa solo attraverso la scelta di raccogliere – come allora – i capelli, ma anche la somiglianza tra il velo di Jessa e la retina del capricapo di Shosh. Se il colore bianco si dimostra socialmente  connotato – se non addirittura religiosamente, in un ulteriore omaggio alla ritualità che sembra pervadere l’episodio in relazione alla figura di Shoshanna –, il nero della struttura del berretto non può che afferire al medesimo contesto semantico: in un semplice accessorio Shoshanna sintetizza una specie di “sentimento del lutto” conseguente al modo in cui si è concluso per lei il matrimonio di Jessa e che non ha  ancora superato, in barba a tutte le Dichiarazioni d’Indipendenza.
Non stupisce allora, dati i deboli presupposti, vedere l’opposizione di Shosh decadere alla prima opposizione di Ray: galeotta una borsetta e la sua lunga e infruttuosa ricerca.

Ancora meno strutturato, ancora meno programmatico il tentativo di superamento dei propri limiti da parte di Marnie: è più il frutto di tensioni latenti e cumulative nel corso della puntata, all’interno delle quali si inscrive anche il dialogo che Marnie ha con la madre nel corso di un pranzo – frangente in cui, però, tali tensioni trovano anche un momento di sintesi.
Lo scontro tra le due è combattuto sul fronte dell’apertura mentale – o meglio: dell’apertura mentale in relazione all’età biologica – e, come in ogni battaglia che si rispetti, gli opposti schieramenti sono resi manifesti anche dalle diverse divise di guerra: anche in quanto a stili, infatti, Marnie e la madre non hanno molto da condividere. Non c’è dubbio, però, che quest’ultima abbia ragione nel sostenere, all’inizio della conversazione, che la figlia sembri una trentenne, soprattutto interpretando l’età indicata dalla madre come meramente indicativa, come semplice proposta di rialzo rispetto a quella della figlia: l’abbigliamento di Marnie, fatta eccezione per quello casalingo, è sempre molto sofisticato, a volte troppo rispetto ai contesti – o a ciò che i contesti richiederebbero di indossare alla sua età. Nel caso specifico, l’identità stilistica di Marnie non emerge tanto attraverso le scelte dell’abbigliamento in se stesse, quanto dal confronto con la madre: è lei, ad esempio, a presentarsi con una giacca di pelle, mentre Marnie è attentissima ad abbinare il colore del top a quello dello smalto.
Tenendo sempre presente il confronto con la madre e la prosecuzione della conversazione, l’affermazione della madre riaffiora alla mente, caricandosi di significati che vanno oltre il dato meramente estetico e che rimandano, appunto, alla mentalità.
A questa prima tensione con la madre se ne sommano altre, rivelate più o meno esplicitamente nel corso della scena: Marnie fa riferimento al fatto di essere licenziata, alla fine della sua storia con Charlie e al desiderio – su un piano che si rivelerà esclusivamente razionale – di restare amici. Nella conclusione del dialogo, poi, – o meglio, di quello che è ormai diventato un dibattito – traspare la problematica del rapporto con Hannah: il pensiero non può che volare al loro litigio quando, di fronte alla madre che la accusa di non riuscire a parlare con lei, sua figlia, da amica, ribatte sostenendo che alle amiche riserva un analogo trattamento, se non peggiore.

Girls 2x01 Marnie
Le stesse tensioni troveranno un nuovo momento di sintesi nella suddetta conversazione con Hannah, senza che questa si impegni a confutare, nella pratica quotidiana, la tensione che, agli occhi di Marnie, è rappresentata dal loro rapporto.
Forse, però, nessun senso di inadeguatezza o di impotenza è propulsivo quanto quello connesso all’indeterminatezza della relazione con Charlie: amico nelle più rosee aspettative, amico nel modo di essere trattato, non ha ancora perso del tutto un certo magnetismo derivante dal ricordo del suo carattere premuroso che, nel contesto specifico del festeggiamento, Marnie ha modo di riassaporare – pur essendo destinato ad un’altra, l’attuale ragazza di Charlie. Un magnetismo che è evidentemente amplificato dall’appetito sessuale di Marnie, reso manifesto nel momento stesso in cui è da essa negato e, immediatamente dopo, confutato da Charlie in riferimento a se stesso. Non è un caso che Marnie trovi proprio in un’occasione sessuale la speranza di un senso di rivalsa da tutte le insoddisfazioni relazionali che l’attanagliano: Elijah la bacia e Marnie, dopo un iniziale rifiuto, cede.
In una possibile avventura con Elijah, Marnie intravede, da un lato, un’arma punitiva palese nei confronti di Charlie, meno evidente nei confronti di Hannah (“Hannah si arrabbierebbe moltissimo se fossi bisessuale”), dall’altro, l’opportunità di un pareggio dei conti sia nei confronti della datrice di lavoro che la licenzia, sia della madre. Non è un caso, probabilmente, che il contrasto con entrambe queste due figure femminili sia legato alla sessualità: a Marnie viene preferito il collega con cui la datrice ha avuto una storia di una notte, la madre oppone all’immagine stereotipica che la figlia ha della figura maschile cui concedersi quella di un uomo come mero strumento sessuale. Il tentativo di abbandono della posa da trentenne, che altro non è se non la capacità di vivere con maggiore leggerezza, di rispondere ai condizionamenti con la loro demolizione, avviene tramite un rito di passaggio: di fronte alla difficoltà da parte di Elijah di slacciarle i bottoni dell’abito Marnie ha un repentino cambio di reazione e passa dal fermarsi per occuparsi personalmente e pazientemente del problema a strapparli.
Il gesto che avrebbe dovuto sancire l’appartenenza di Marnie alla propria generazione si rivela l’anticamera del fallimento, sia suo che di Elijah – anche lui protagonista di una personale sperimentazione. Subito si innesca il tentativo di recupero: Marnie, quasi immemore del gesto, tenta invano di riabbottonarsi il vestito, di poter tornare a sentirsi altro dai suoi coetanei e, magari, a giudicarli: “Sai, non devi per forza cercare di essere quello che non sei”, suggerisce ad Elijah. Lo smascheramento è immediato (“Nemmeno tu”, risponde Elijah) ed immediato il tuffo nelle proprie persistenze, tra le quali, nel caso specifico, preponderante è l’ideale maschile romantico: Marnie cerca in lui un rifugio, e va a casa di Charlie.

Resta solo da conoscere la sorte di Hannah.
Una volta cambiatasi (pur mantenendo le stesse scarpe – segno, ancora una volta, della sua mancanza di gusto per la scelta, per una contestualizzazione degli elementi del vestiario) Hannah andrà a trovare Adam, affermando fermamente di non voler continuare con lui alcun tipo di relazione: così come fulmineamente si era accesa, la spia si spegne altrettanto repentinamente di fronte alla dichiarazione di proposito.
Ma è subito nuova scintilla: Hannah si reca dalla sua nuova fiamma, che le fa notare l’ora tarda. Hannah si giustifica chiedendogli in prestito il libro “La fontana meravigliosa” e, mentre il ragazzo fa per andare a prenderglielo, recandosi là (fuori scena) dove si trova la sua libreria, Hannah approfitta della sua assenza per spogliarsi e gettarsi sul suo letto.
Un mettere a nudo i propri limiti?

Per rispondere non si può far altro che aspettare che il vestiario prosegua nelle prossime puntate a fungere, talvolta, da espediente registico – a fungere cioè da veicolo di flashback, grazie alla sua potente natura evocatrice, oppure da propulsore narrativo- ma, più diffusamente, da strumento di caratterizzazione psicologica di ciascuna di queste big heads (e non solo), coprendo (o meno) i loro tiny bodies.

4 Comments Add yours

  1. Federico ha detto:

    Wow! Complimentoni per l’analisi: un sacco di cose a cui non sarei mai arrivato da solo, per quanto sia abbastanza ossessionato da Girls ^^

  2. Mariangela ha detto:

    Grazie Federico!
    Oltre (e sullo stato piano di) quella di destare interesse per la serie, non c’è soddisfazione più grande del dare nuovi spunti di riflessione a chi l’interesse (se non l’ossessione!) ce l’ha già :)

  3. Laiza Francato ha detto:

    Sì, dunque, l’articolo non l’ho letto perché lo leggerò solo dopo aver visto le nuove puntate. La domanda è: dove posso trovare almeno questa prima? L’autrice come ha fatto? Ha HBO sul satellite, si trova negli Stati Uniti, gliel’ha passata qualcuno…?

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