Bonsai #22 – Giuseppe Tornatore, “La migliore offerta”

di Andrea Lombardi

TORNATORE

Con La migliore offerta Tornatore abbandona l’ambientazione siciliana e la moltitudine di personaggi che avevano caratterizzato l’ultimo e tiepido Baarìa, compiendo un’operazione opposta: pochissimi personaggi, su cui spicca l’unico vero protagonista, Virgil Oldman, interpretato da un ottimo Geoffry Rush, e un’ambientazione indefinita, lontanissima dalla contingenza e dai colori d’origine del regista, tinta piuttosto da una forte tonalità europea, effetto ottenuto anche grazie alla colonna sonora di Morricone. Lo stesso tempo storico è indefinito, un tempo in cui irrompe continuamente il segno del passato, quello delle opere d’arte e dell’antiquariato, lasciando che presente e passato talvolta si confondano, soprattutto attraverso la figura del protagonista.
Virgil Oldman è un antiquario e milionario battitore d’asta di fama internazionale, un sessantenne di successo affetto dalla mania di indossare perennemente dei guanti che gli evitino il contatto diretto con gli oggetti e le persone: una vera e propria fobia, mascherata ossessione per l’igiene. Soltanto nel toccare i dipinti prediletti i guanti vengono tolti. Sono tutti quadri che hanno come soggetto una donna con lo sguardo rivolto allo spettatore (una scena fondamentale è il ritrovamento in una villa di un piccolo quadro ricoperto da muffa di cui si scorge soltanto un occhio femminile), che Virgil colleziona e nasconde in una stanza segreta della sua casa, non a caso proprio dietro l’enorme scaffale su cui sono riposte le centinaia di guanti che sceglie con cura prima di uscire. Soltanto lo sguardo di queste donne dipinte interessa al protagonista, soltanto la vista di queste donne riesce a sopportare: Oldman è infatti incapace di guardare negli occhi le donne che incontra di persona.
È su questo gioco della vista e dello sguardo che si muove il film. La storia comincia dalla telefonata di una giovane donna, Claire (Sylvia Hoeks), da poco orfana, che chiede all’antiquario di valutare la propria villa e tutti i cimeli lì presenti. Ma la voce al telefono fa saltare ogni appuntamento fissato, facendo continuamente perdere la pazienza al permaloso e narcisista Virgil, finché non si scopre che la ragazza vive all’interno dell’enorme villa, chiusa in una stanza perché affetta da agorafobia. Proprio questo attira profondamente Virgil, l’impossibilità di vederla: lui che non riesce a sopportare lo sguardo di una donna reale, sente la profonda curiosità di vedere colei che è l’unica che gli si nega alla vista. A breve l’ossessione, reciproca, si trasforma in amore, grazie anche ai consigli del giovane esperto di ingranaggi di orologi Robert (Jim Sturgess): una storia che corrisponde a un processo di guarigione per entrambi, ma soprattutto per Virgil.
A questo punto si ha l’impressione di vedere un altro film. Toni troppo idilliaci, esito troppo facile, protagonista forzatamente ed eccessivamente mutato fino a diventare banale, e con lui tutto il film. Per un momento si avverte una certa delusione, ma Tornatore riprende subito le redini, con la scena dell’ultima asta della carriera di Virgil, chiusa dall’abbraccio con l’amico di sempre e pittore mancato Bill (Donald Sutherland) e da una battuta di quest’ultimo, che implica più di quanto non lasci pensare. Il finale non è palese, ma giocato su sovrapposizioni temporali che lo fanno intendere e che riescono a coprire un po’ di quella prevedibilità che lo accompagna. Tornatore lascia volutamente irrisolti alcuni interrogativi circa la trama e costringe lo spettatore a tornare su alcuni indizi inizialmente trascurati ma che, alla luce del finale, diventano necessari, come in un vero thriller.
L’ultima scena, ambientata a Praga, unico luogo riconoscibile in tutta la pellicola, chiude circolarmente il film, riprendendo la prima scena in cui l’antiquario era seduto da solo in un lussuoso ristorante. Il locale stavolta è un pub, il cui arredamento è dominato da ingranaggi ed orologi (oggetti-chiave del rapporto tra i personaggi, realmente e metaforicamente), e il tavolo, ora, viene fatto apparecchiare per due. È qui che il gusto dell’immagine, tipico di Tornatore, tocca l’apice, con la figura di Oldman seduto in fondo alla sala (non più al centro, come nella prima scena), e la macchina da presa che si allontana, concentrandosi sulle voci e i volti degli altri clienti del locale. Il film si chiude come era iniziato, con l’immagine del protagonista che è il vero motivo d’interesse di questo film e da cui la scrittura dello stesso è cominciata, come lo stesso regista ha dichiarato. E l’interpretazione di Rush è ciò che permette al film di essere tale.
La dialettica falso/autentico, insita nel lavoro di antiquario del protagonista, si dilata fino a coprire il campo dell’amore e in generale la consistenza dei rapporti umani, i cui ingranaggi e meccanismi vengono indagati attraverso uno sguardo che va ad esplorare la realtà proprio nel suo essere in bilico tra falsità e autenticità, tra simulazione e contraffazione. Tutti si rivelano altro rispetto a ciò che danno a vedere; ma esiste una minima porzione di verità, anche laddove non risulti evidente,  se è vero che “in ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico”.
Un ritorno originale e inaspettato per Tornatore, un film senza luogo, senza tempo, senza genere, dove l’analisi e la narrazione di un’esistenza diventano occasione per un’indagine profonda sulle istanze fondamentali dell’uomo, perennemente al confine tra verità e falsità, ma soprattutto tra verità e accettazione. E in quest’ultima dialettica si cela la drammaticità e, spesso, la tragicità.

7 commenti Aggiungi il tuo

  1. Lorenzo. ha detto:

    Ho avuto l’impressione che nel finale il film perdesse qualcosa. I primi tre quarti della pellicola sono gestiti in maniera magistrale da Tornatore: la presentazione dei personaggi, seppur pochi (e interpretati benissimo), l’evoluzione di questi, e l’atmosfera angosciante che non abbandona mai lo spettatore, neanche nei momenti di felicità di Virgil e Claire. Centoventi minuti che scorrono davvero bene. Ma l’ultimo colpo di scena mi ha fatto sperare in una decisiva svolta, che poi è mancata. Ad esser sincero, apprezzo i film che terminano con dei punti interrogativi, ma questo non mi ha convinto. I cambiamenti forse avvengono troppo velocemente rispetto all’andamento generale del film.
    Senza dubbio un bel film, con le potenzialità del capolavoro.

    1. Andrea Lombardi ha detto:

      Non c’è dubbio che ci sia una disparità tra i primi tre quarti del film e l’ultimo quarto. La perdita di interesse sta nell’eccessivo mutamento che avviene nel protagonista, un mutamento che risulta anche difficile visti i presupposti. Direi che si tratta di una trasformazione forzata. Di conseguenza, tutto quello che lo spettatore aveva trovato di attrattivo, ovvero la figura di Virgil, viene un po’ a mancare. La svolta decisiva non c’è, hai ragione, Lorenzo. Il finale, inoltre, con il gioco della sovrapposizione temporale, offusca l’andamento lineare e perfettamente narrativo dei primi tre quarti del film e rende poco chiara (o banale) la reazione psicologica del protagonista di fronte alla verità (mi riferisco, ad esempio, alla scena in cui Virgil rinuncia a denunciare la truffa e il furto alla polizia). Forse la chiave sta proprio qui, ma avrei preferito che Tornatore si concentrasse di più su questo aspetto. L’ultima scena risolleva il film, con questo ritorno circolare all’inizio e il ribaltamento della prima scena (stessa azione, diverso locale, diversa collocazione nella sala, diverso abbigliamento, scenografia dai colori cupi e scuri vs massima luminosità della prima scena). Concordo sul fatto che si tratta di un film con le potenzialità da capolavoro, ma direi anche che a tratti (all’interno dei primi tre quarti) si ha l’impressione di assistere realmente a un capolavoro. Impressione che però, alla fine della visione, risulta difficile da sottoscrivere per la pellicola nella sua totalità.

  2. salvdedalus ha detto:

    Quoto il primo commento di Lorenzo. L’eccessiva enfasi ed il lieto fine anticipato presagivano con chiarezza un ribaltamento nel finale. Il film, ottimo senza alcun dubbio, per regia, fotografia, recitazione ed anche soggetto, perde invece a livello di sceneggiatura. Tornatore, consapevole delle possibili incomprensioni, risulta secondo me spesso troppo didascalico sia nei dialoghi (molti dei quali superflui e ripetitivi), sia negli ultimi minuti assolutamente inutili in cui ricostruisce in narrazione incrociata, tra flashback e le immagini di Rush nella sfera rotante, quello che invece era già lapalissiano dalla scena della stanza dei dipinti vuota e dalla relazione tra Sutherland ed il quadro della danzatrice.
    In un film, che a mio parere riprende molto le tematiche di Le Conseguenze dell’Amore di Sorrentino, il non detto assume un’importanza fondamentale, poetica.
    Nel momento in cui Tornatore decide di esplicitare determinate cose per non correre il rischio di non essere del tutto compreso, e magari apprezzato, da un pubblico numericamente vasto, rinuncia all’aura di mistero ed ermetismo che poteva rendere il film non solo una gran bella pellicola, ma un capolavoro.

  3. Eleonora ha detto:

    Solo a me è venuto da pensare alla stanza chiusa a chiave del castello di Barbablù? Dico per la camera dei ritratti di Virgil… o forse era così ovvio che non c’era bisogno di dirlo, eeh?!?
    Altra cosa: la scena finale, nel locale-ingranaggio. A me è parso che tutti gli altri tavoli fossero occupati da coppie (uomo-donna)… triste e povero Virgil, solo e col tavolo apparecchiato per due!

  4. Luna ha detto:

    Andrea,io credo che la truffa non abbia potuto di fatto denunciarla perché l’acquirente effettivo era Billy,almeno da quanto ho capito, Virgil ricomprava “sottobanco” le opere che per firma appartenevano a Billy.
    Io credo di avere l’impressione opposta, ho trovato nel finale l’esatto “niente” che Virgil deve aver provato nella totale perdita.Personalemente l’ho trovato un film geniale;l’angoscia del raggiro totale,della grande fregatura è uno degli incubi più profondi e spaventosi che incombe dentro l’essere umano e questa sensazione a parer mio è stata traposta molto bene dallo schermo all’ stomaco dello spettatore.
    Questo è un film che parla di solitudine : i personaggi,uno per uno sono soli ,non sono circondati da nessuno ( a parte Robert, che se vogliamo nel suo vagare da una donna all’altra rimane comunque una persona incapace di dare affetto) e il film si conclude con la solitudine più totale.
    Tutto questo lo trovo spaventosamente vero e spaventosamente attuale.

    1. Andrea Lombardi ha detto:

      Luna, in realtà credo che Virgil potesse denunciare non il furto, quanto la truffa legata alla villa di proprietà della vera Claire, altrimenti non avrebbe senso la scena in cui sembra intenzionato ad entrare dalla polizia: il pensiero di denunciare lo tenta, come per avere un risarcimento dopo la truffa, non tanto quella effettiva, quanto quella morale, cioè il tradimento delle uniche persone che riteneva vicine: l’amico di una vita Bill (l’unico con cui si lasciava andare ad un abbraccio, anche prima dell’incontro con Claire), Robert che aveva conquistato la sua fiducia, e la sua amata. Virgil rinuncia proprio perché accetta quello che gli è accaduto. Ho parlato appunto di dialettica tra verità e accettazione, ed è qui la chiave del finale. Le ragioni per cui accetta sono insite nel suo mutamento, prima dell’incontro con Claire le cose sarebbero andate diversamente, è ovvio.
      Si tratta indubbiamente di un film sulla solitudine perché è il protagonista ad essere solo. Una volta conosciuti l’amore e l’amicizia, da parte sua sinceri, dopo la rivelazione dell’inganno conosce anche la solitudine, di cui all’inizio non sembra neanche rendersi conto. D’altronde se non conosci l’alternativa alla solitudine, non ti rendi conto della stessa (e si ricordi che Virgil è orfano). Tuttavia, lo spettatore intuisce la solitudine (e il solipsismo) del protagonista già dalla prima scena, in cui Virgil è solo al tavolo del lussuoso ristorante, ed è solo nell’ultima, nonostante faccia apparecchiare per due. Emblematico il fatto che a tutti gli altri tavoli del locale di Praga ci siano coppie (indifferenti al protagonista, mentre nella prima scena tutti gli altri clienti del ristorante lo conoscevano e lo guardavano). Oldman è uno sconfitto, ingannato quando sembrava l’ultima persona capace di farsi ingannare, e il suo accettare la verità significa anche accettare la distruzione degli ingranaggi che regolavano quella macchina perfetta, razionale, maniacale che era stata la sua vita fino all’incontro con Claire. Per questo l’accettazione della sconfitta lo porta ad un esaurimento: Virgil ha perso contro se stesso, come se l’inganno non fosse soltanto di Bill, di Robert e di Claire nei suoi confronti, ma soprattutto di se stesso nei propri.

  5. Patty ha detto:

    Complimenti Andrea Lombardi!!!!

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