“Trascendenza in cambio di desocializzazione”. A proposito di Apple, fantascienza, Humanities, design (e Topolino)

di Michele Dantini (MD) e Luca Francesco San Mauro (LL)

LL: Dovendo scegliere un contenitore disciplinare nel quale far cadere questo tuo nuovo libro, Apple cosmica. Come le narrazioni di fantascienza modellano il marketing e il design della Mela (Doppiozero, 2012), potremmo forse parlare del rapporto tra estetica e Apple; una coppia concettuale abusata ma che qui – come prometti nell’introduzione – riceve una declinazione inedita: vale a dire, assumere l’angolatura delle narrazioni fantascientifiche per capire in che modo esiste una specificità Apple nel confronto con un’idea di futuro. In altre parole, in che modo Apple plasma il tipo di futuro che vogliamo avere davanti e quello che vogliamo vivere qui e ora? Vorrei quindi, come prima cosa, che ci raccontassi questa specificità: come possiamo leggere  l’estetica dei prodotti Apple in modo da risalire all’idea di futuro che questi implicitamente suggeriscono e definiscono?

MD: Molto semplicemente: ho indagato alcune costanti narrative del design e del marketing Apple interrogandomi sul loro senso e le implicazioni più significative. L’ambito della ricerca? Direi quello degli Science and Technology Studies, che in Italia non hanno ancora messo radici.
La specificità Apple sta in una sorta di allettamento mitografico rivolto al potenziale acquirente. Una droga potente. Gli oggetti prodotti dall’azienda di Cupertino dispensano film, “viaggi”, sceneggiature. Sceneggiature internalizzate dal design e rilanciate dai demo pubblicitari. Malgrado si presuma in genere diversamente, soprattutto con riferimento all’attività di Jonathan Ive, si può ragionevolmente affermare che il design Apple è antiformalistico, narrativo e si nutre di cinema di fantascienza. Ma non se ne nutre a tavolino: l’immaginazione fantascientifica modella la cultura dei freak tecnologici tra fine Sessanta e Settanta, tra le cui fonti potremmo considerare anche Timothy Leary. E questa cultura caratterizza in maniera decisiva fin da subito la smisurata ambizione di Jobs, quella di costruire cioè non un prodotto per ingegneri, ma il “nutriente” di un’umanità futura, una sorta di fungo tecnologico, per così dire, attraverso cui controcultura psichedelica e tecnologia si alleino anziché confliggere. Il gadget lisergico, sia computer o altro, dispensa fantasie di onniscienza, grandiosità ubiquitaria, divinità. E lo fa per lo più attraverso citazioni del cinema di fantascienza che possiamo riconoscere.

LL: Ti leggo a questo proposito una citazione da un libro di Ballard, La mostra delle atrocità. E’ un libro che ormai ha più di vent’anni (è del 1990) ma che, su alcuni di questi temi, mi pare resti illuminante. A un certo punto si legge:

“The brute-force ballistic technology is basically 19th century, as people realize, while advanced late 20th-century technologies are invisible and electronic-computers, microwave data links (…) are the stuff of which our dreams are made. Perhaps space travel is forever doomed because it inevitably recapitulates primitive stages in the growth of our nervous systems, before the development of our sense of balance and upright posture – a forced return to infantile dependency. Only intelligent machines may one day grasp the joys of space travel, seeing the motion sculpture of the space flights as immense geometric symphonies.”

E’ evidente la citazione della celebre apertura di 2001: Odissea nello spazio; e la troviamo esaminata e discussa anche nel tuo libro. Ecco, mi pare che qui sia in gioco una qualche mutazione estetica fondamentale: da un’idea di futuro prevalentemente fisicista, nella quale le macchine hanno una funzione tutta strumentale (di mero accesso a un oggetto informativo rappresentato da righe e righe di codice bianco e neutro che scorre lungo sfondi neri), a una sorta di biologia dell’informazione. Biologia che si esprime, nei prodotti Apple, con la fusione tra hardware e software, ovvero con la produzione di sistemi chiusi che ci dànno delle creature ontologicamente separate da noi con le quali si dialoga. Non più un’informazione che scriviamo algoritmicamente, ma certe creature che entrano nel nostro mondo e con le quali dobbiamo comunicare.

MD: Fisserei questa voce di dizionario: Jobs arriva tra i primi all’idea di macchina sensibile-senziente. (E permettimi di dire che nel profluvio di letteratura spesso fastidiosamente agiografica che ha coinciso più o meno con la sua morte – in Italia Jobs è divenuto un testimonial postumo per taluni competitori politici – secondo me si è mancato quasi sempre di avere una distanza critica e, nel medesimo tempo, di riconoscere l’effettiva mutazione della cultura d’impresa).
Nel ricostruire la storia del design Apple mi sono chiesto il perché di scelte “antropomorfiche” ricorrenti. Apple e Macintosh cercano di apparire “figure”, “personaggi”, “volti” sin dall’inizio. L’immagine della geisha si associa poi almeno in una celebre occasione alle campagne pubblicitarie del Macintosh. Bene. Semplici considerazioni cronologiche suggeriscono che retoriche erotico-sentimentali o altro siano da attribuire a Jobs prima che a designer come Esslinger o Ive. Si tratta di stabilire relazioni di affettività tra gadget digitale e utente. Questo accade sul presupposto di una strategia commerciale innovativa: il target predestinato non è costituito da ingegneri e programmatori, da nerd iperprofessionalizzati e pioneristici, sdegnosi di semplificazioni. Ma dal mercato consumer. Lo spostamento non si compie non a freddo. La “visione” che Jobs ha dell’industria del computer ai suoi inizi scaturisce dall’immaginario cibernetico di tanta poesia beat di fine anni ’60. Porto alcuni esempi nell’eBook. L’idea di computer che pascolano in praterie primordiali insieme alle renne – un’immagine stupefacente e ingegnosa di Richard Brautigan – è davvero il nutrimento immediato delle sperimentazioni di Jobs e rimanda alle retoriche e le narrazioni che animano i movimenti “Back to the Land”. Una parte minoritaria (ma significativa!) della controcultura californiana del tempo non sviluppa un atteggiamento luddista ma, al contrario, adotta la tecnologia per sviluppare strategie individualiste e libertarie. E’ la cultura che chiamiamo oggi dei “makers”: antiburocratica ma non anticapitalista.

LL: C’è qualcosa di minaccioso in questa estetica user-friendly? Per quanto potentissima e indubbiamente pervasiva, mi basta segnalare l’ovvio dato che io questa conversazione la sto facendo da un Mac, e non so se tu mi stai rispondendo da un Mac.

MD: Ma sì! e ho anche un iPhone 5 sul tavolo. Apple (dico Apple ma vale per tutte le più grandi multinazionali del settore) ha conquistato una grande facilità di accesso ai nostri comportamenti cognitivi, ai nostri desideri. Riesce dunque a modificarli come mai in passato era stato possibile a un’azienda, forse solo a grandi artisti, filosofi, fondatori di religioni e profeti. L’allettamento inscritto nell’oggetto Apple (e rilanciato dai promo) è irresistibile: niente di meno che l’onniscienza, il “viaggio” in un mondo potente, aggraziato e multidirezionale. E’ un allettamento insincero. Non importa quanto curati, seducenti e efficaci siano i dispositivi digitali di cui facciamo uso: la conoscenza non è consumo né l’apprendimento gioco. Apple (dico Apple perché è stata la prima, ma la stessa cosa vale ormai per i competitors) ha estetizzato a tal punto il consumo che la demarcazione tradizionale tra produttori e consumatori di conoscenza o cultura sembra essere venuta meno. Sembra, dico. In realtà non è venuta meno per niente, anzi potremmo supporre che l’invisibilità sociale l’abbia come rafforzata. E quando le retoriche pubblicitarie modellano le politiche educative abbiamo istituzioni più classiste.

LL: Mi pare si giunga a un tema che ti è caro. Nel tuo precedente libro, Humanities e innovazione sociale (2012), pure pubblicato per Doppiozero, discutendo del ruolo delle Humanities, di come possono essere ripensate e di come si inseriscono nella contemporaneità, hai parlato di variazioni cognitive, vale a dire del modo in cui come questi strumenti, queste creature elettroniche, ci modificano.
Ora, per quanto riguarda il confronto con realtà come quelle della Apple che ormai sono sconvolgentemente pervasive a qualsiasi livello di consumo, quali pensi che siano le più evidenti tra queste variazioni in termini di attenzione, di ricezione, di difetto o ampliamento di selezione, e quali sono di fatto gli eventuali controdispositivi? Insomma, come si formula questa regia di cui parlavi prima? Serve una regia, ma come la si costruisce?

MD: Abbiamo stabilito quale sia il miraggio: l’abbattimento di ogni differenza tra consumo e conoscenza. È chiaro che questa cosa non funziona: processi di pensiero e innovazione culturale presuppongono opacità e resistenza. Si tratta di infrangere cornici prefissate, non di conformarsi ad esse. “Think Different” è tra i motti più celebri di Apple. Oggi potremmo avere bisogno di reinventare questa “differenza” in un mondo dominato da multinazionali dell’elettronica orientate al mercato consumer.

LL: Potremmo allora dire che per sviluppare questa cittadinanza adulta quello che occorre è risemantizzare il ruolo di questi dispositivi, o perlomeno negoziare la promessa che questi dispositivi fanno. Il discorso teorico soggiacente all’immaginario Apple è appunto l’idea di un futuro che trasloca da un generico aldilà temporale verso qualcosa che sta accadendo qui e ora, di cui possiamo usufruire tutti quanti in una sorta di immaginario edenico collettivo, e al quale possiamo accedere – questo mi pare un nodo fondamentale – sostanzialmente per vie arazionali.
La cosa abbastanza sorprendente è allora come sia cambiato l’aspetto dell’immaginario informatico con questa ibridazione con il tema della sensibilità e della leggerezza, come si sia  incredibilmente allontanato dal suo sostrato iniziale. Chi studia, legge, interroga quella che è la nascita dell’informatica, dalla matematica e dalla logica degli anni ’30, troverà appunto una materia che appare naturalmente costituita da sequenze di algoritmi in successione. Viceversa, Apple è riuscita a riempire questo immaginario – perlomeno per quanto riguarda la fruizione dei suoi dispositivi – con un termine rigorosamente non algoritmico o sequenziale, e che ricorre continuamente nel suo marketing: vision. Il ricorso a questa componente visuale  sembra forse dire: non abbiamo più bisogno di costruire un discorso critico, con tutta la fatica che serve per compiere ciò, piuttosto c’è una via analogica, arazionale, visionaria per ottenere le nostre conoscenze e questi dispositivi non fanno che mostrarcelo in continuazione.

MD: La promessa di un’onniscienza conferita per così dire telepaticamente, ex imperio e senza fatica di acquisizione è inscritta nel design dei dispostivi tecnologici (attraverso citazioni filmiche etc.). Da questo punto di vista Apple ha inventato un modo di rendere narrativamente eloquente il digitale. Ha intrecciato intimamente progettazione tecnica e mito. La domanda è: quale mito? Il gadget prefigura una gnosi, un’iniziazione che ha il suo rito nel semplice consumo individuale. L’oggetto Apple procura un’iniziazione a chi lo acquista, assicura una magica autonomia, forse persino redenzione. Al tempo stesso è un oggetto autoritario che reintroduce dualismi di tipo metafisico: non è modificabile al suo interno e opera all’interno di un sistema chiuso. Perché parlo di gnosi? Perché questa iniziazione è solipsistica. Trascendenza in cambio di desocializzazione: questo il patto. Eppure sappiamo che la conoscenza è sempre conoscenza di, per e all’interno di una comunità, si produce attraverso rapporti affettivi, descrive mondi storici e sociali. Abita l’incompiutezza e l’imperfezione. L’attuale diffusione del digitale, consumistica e incontrollata, interferisce con partnership evolutive di lungo periodo, specie-specifiche, in modi che possono risultare patologici. Il dispositivo si sostituisce al vincolo di appartenenza o (nel bambino) distoglie dalla relazione con adulti incoraggianti e benefici. Le retoriche promozionali di cui le corporation elettroniche fanno uso (sull’esempio di Apple) sono sottilmente predatorie: “la forza sia con te”, ci dicono mentre ci lusingano con il gadget scintillante, offrendoci redenzione. Al tempo stesso instillano perplessità e incertezza sulle risorse non-digitali.

LL: Una parte dell’annunciazione di questo discorso gnostico mi pare si possa ritrovare nel famoso discorso di Jobs a Stanford. L’etica suggerita ai neolaureati, come promessa per la felicità delle loro vite future, consisteva essenzialmente nel fidarsi di questi scoppi di successive visioni; un’etica riassumibile nel seguente motto: se per troppi giorni di fila – dice lo stesso Jobs – ti guardi allo specchio e non ti piace quello che fai, smetti di farlo. Come si vede, suggerisce un’idea di azione anticomunitaria, nella quale manca del tutto il riferimento a un proposito di costruzione graduale (sia di una comunità, sia di un discorso razionale; il lavoro giorno per giorno di cui parlavi, appunto). C’è piuttosto la pretesa di procedere per continui salti o discontinuità, continui balzi mossi solamente da visioni. È evidente che un’etica di questo tipo può dare felicità a chi si trova all’apice di questa piramide del consumo – vedi il caso di Jobs – e sostanziale infelicità a chiunque altro scegliesse irresponsabilmente di agire secondo questo consiglio.
Eppure questa idea viene usata per descrivere, con slancio quasi lirico, l’immagine di un lavoro che sta mutando fortemente in questa direzione. Mettiamola così. Non ci sono promesse rivelatorie senza profeti di questa promessa, ma qui la profezia non è neutra. Nelle colonne di un Riccardo Luna, o di un qualsiasi entusiasta innovatore, l’immagine di questo futuro prossimo – qui, appena a portata di mano – abitato da spiriti volitivi, mossi da intuizioni e passioni visionarie, si accompagna con un messaggio complementare: la difesa di un’assoluta precarizzazione del lavoro che vede dissolta la nozione di comunità in una serie di rivoli individuali, reciprocamente slegati.  Se riesci ad ascoltare il messaggio sei eletto, altrimenti sei tra i sommersi.

MD: Lasciamo Apple e avviamo un’”archeologia” politica del discorso sul digitale come tale. Se già le retoriche promozionali educano a dislocare il ragionamento, a distaccarlo dai corpi, dalle relazioni, dai conflitti al cui interno il ragionamento può crescere e può sostanzialmente connettersi alla vita e stabilire un orizzonte comunitario, è chiaro che questo modello discorsivo di partenza torna straordinariamente utile a chi della mobilità ubiqua del capitale finanziario e speculativo, con la conseguente mercificazione del lavoro, fa in qualche maniera l’istanza di una profonda trasformazione sociale. Il sottotesto “gnostico” del mito digitale si è rivelato perversamente congeniale a un universo neo-liberista di discorso, è stato perversamente congeniale, senza volerlo essere, fin dall’inizio.

LL: No, infatti. E come si è prodotto questo cortocircuito? All’inizio, almeno virtualmente, questi dovevano essere hippie fricchettoni sensibili, se non proprio a rovesciare questo sistema, almeno a pensarlo diversamente.

MD: In realtà certamente erano hippies e freak, ma dobbiamo correggere un po’ la mira. Per questo ti dicevo prima che da qui si fa fatica anche a creare categorie interpretative e critiche corrosive: perché davvero c’è una grande distanza culturale. Nell’America di fine anni ’60 sicuramente c’è una controcultura molto forte, e mi riferisco proprio al movimento del “Back to the Land”. Non dobbiamo però pensare che gli hippies e freak interessati al “ritorno alla terra” fossero contro il capitalismo tout court; o che il movimento neorurale fosse politico nel senso in cui lo sono i movimenti East Coast o (ancor più) il ’68 continentale. Si trattava piuttosto di anarco-capitalisti con il mito della Wilderness, dell’autoproduzione e della frontiera. Cercavano un reset delle tecnologie disponibili, il kit per la costruzione ciascuno del proprio eden, ciascuno della propria sovranità territoriale extra-Stato – uno Stato, aggiungiamo, che negli stessi anni inviava soldati in Vietnam a combattere una guerra di occupazione. Quello che non c’era era sicuramente l’antagonismo con il mondo industriale e con il mondo tecnologico, invece molto profondo in Europa. Esponenti di spicco di questo mondo, mi riferisco a Stewart Brand, l’editore di The Whole Earth Catalog, negli anni ’80 collaborano con Newt Gingrich senza tradire i propri presupposti iniziali. Una certa visione anarco-capitalista è ancora oggi molto Silicon Valley e sta dentro questo o quello amministratore delegato o CEO, proprietario d’azienda legata al web 2.0. Jobs era ossessivamente dentro questa doppia retorica che da un lato permetteva di issare la bandiera del pirata sul tetto di Cupertino, ma dall’altra intendeva assolutamente stare dentro il capitalismo, inteso proprio come un grande contenitore di eversione costante, di innovazione cannibalica. L’espansione del digitale nel mercato consumer è stata perversamente congeniale a un discorso neoliberista, desocializzante ed erosivo dei tessuti sociali e comunitari – malgrado o forse persino a causa delle attuali retoriche social.

LL: Qual è lo spazio intermedio nel web? Voglio dire, tra questi due fuochi, che di fatto sono dominanti – quello della logica proprietaria e del tentativo di ristabilire all’interno di internet il sistema dei diritti di autore  presenti nella norma del mondo reale, e questa ipotesi furiosamente anarco-capitalista – come ci si muove?

MD: Possiamo immaginare una nuova teoria culturale che abbia nella partecipazione una categoria fondamentale: “partecipazione” intesa come appartenenza a comunità e pratica critica nei confronti delle pretese ubiquitarie del cattivo cosmopolitismo. Affermo questo dall’interno del sistema dell’arte contemporanea, dove per gli artisti, quantomeno tra anni ’90 e ’00, è stato praticamente d’obbligo proporsi come smaglianti sostegni pubblicitari della mobilità globale del capitalismo finanziario. Potremmo anche parlare, oltre che di partecipazione, di “radicamento cosmopolita”: azione locale in una prospettiva globale. Pro-ambiente, pro-relazione, pro-maternità, pro-infanzia: istanze che hanno a che fare con pratiche di cura del vivente, non con pratiche di profitto.
Vorrei aggiungere una cosa sulla tua prima domanda, che è quella che chiama in causa più direttamente le mie competenze specifiche di storico e critico d’arte. Quando parliamo di un design che in qualche maniera innesta una serie di fantasie, che chiede agli oggetti di essere in primo luogo “figure”, noi parliamo di un design che si è alimentato da subito – al di là delle personalità dei singoli designer, e probabilmente per impulso primario di Jobs – di cinema di fantascienza se non di fumetti. Credo che improprio parlare di design modernista a proposito di Apple, richiamando il Bauhaus: se c’è un design narrativo, non importa se morfologicamente funky, techno o trance, è proprio quello dell’azienda di Cupertino.

LL: Inevitabilmente, questo libro finisce per denunciare un sostanziale ritardo teoretico di studi di questo tipo in Italia: è sufficiente considerare il fatto che la bibliografia è quasi tutta in inglese e praticamente non c’è nessun riferimento italiano. A cosa questo sia dovuto in parte me lo hai già detto; ora vorrei chiederti in che misura pensi che questo sia dovuto a delle ripetute divisioni disciplinari. Da quella iniziale tra studi scientifici e studi umanistici a quel genere di sotto-inscatolamenti tipici della cultura italiana che fanno sì che a un esperto di formazione di storia dell’arte non sia richiesto di occuparsi di oggetti tecnologici e viceversa.

MD: Le rigide demarcazioni istituzionali tra i “due saperi” sono troppo note perché occorra richiamarle. Vorrei invece riflettere su un aspetto poco considerato della cultura italiana post-anni ’70, e cioè l’apparente rifiuto di situare e situarsi. Una cultura – mi riferisco in primo luogo a quella accademica, ma non solo – che predilige un pensiero né storico né sociale, distacca artificiosamente la ricerca dalla competenza autobiografica (del ricercatore e del destinatario) e tende evasivamente a costruire arcadie tematiche o disciplinari. Una cultura che consegna il commento dell’attualità al giornalismo e trova disagevole produrre storiografia del presente, interpretazioni distaccate e partecipi dell’”istante”. Saggismo e “cronaca” abitano mondi distanti. E’ un problema: perché così ciò che chiamiamo “cultura” non produce azione né rinnovamento. Eppure: ciò che ci è familiare non è necessariamente ovvio,  e non riflettiamo abbastanza su ciò che ci è  quotidiano e vicino. L’ovvio è talvolta inatteso.

LL: Mi piacerebbe chiudere con una nota di parziale ottimismo. In uno degli ultimi Topolino, di cui io sono un fedele abbonato da sempre (MD: te credo!) c’è una storia molto attesa per gli appassionati, quella di Casty con il ritorno di Atomino Bip-Bip. A un certo punto dell’intreccio, verso la fine, appare un personaggio che è precisamente la trasfigurazione in fumetto di Steve Jobs – lo stesso maglioncino, ed è soprattutto l’inventore dello Smartphone in questo mondo – e però questo Steve Jobs, sorprendentemente per chi è abituato al discorso agiografico diffuso, non è un buon visionario ma è quello che aiuta Gambadilegno a distruggere il sistema economico mondiale. Da un lato è consapevole di queste forze economiche, dall’altro lui stesso le subisce. Poi in qualche misura viene assolto, nel senso che la colpa cade in definitiva su Gambadilegno e Steve Jobs ha una fine un po’ consolatoria con i suoi nipotini (siamo pur sempre in una storia di Topolino!). Però, ecco, immaginare un bambino che, in mezzo al processo di santificazione laica di Steve Jobs, senta un altro discorso, per quanto fumettistico e semplificato, mi ha dato l’ipotesi di una tridimensionalità critica abbastanza entusiasmante.

MD: (ride) Comunque mi raccomando non la buttare sul pessimismo, perché non c’è “pessimismo” (anche se oggi gli economisti ci dicono che “pessimism is cool”). C’è un atteggiamento di tipo scientifico e la convinzione che il momento attuale è caratterizzato da un’impressionante mutazione cognitiva. Non sarebbe male se esistessero istituzioni educative al cui interno artisti, designer, “umanisti” in genere potessero imparare a programmare: software e interfacce muterebbero senz’altro, chissà come. Nella mia pratica istituzionale, accademica, cerco di approntare contenitori di questo tipo.

LL: Augurandoci naturalmente che questa rinegoziazione possa essere compiuta; e questa in  un certo senso è la sfida di tutti noi che tentiamo oggi qualche operazione critica su internet.

MD: Io penso che se le Humanities avranno la possibilità di tirarsi fuori dai recinti di logori saperi antiquari sarà proprio perché si sarà riusciti a proporre usi innovativi della Rete. È una posizione interrogativa la mia, di esame aperto e confronto. Poi ci piacciono un casino ‘sti oggetti eh, ma che c’entra. Che ti dico a fare. 

9 commenti Aggiungi il tuo

  1. Emanuele Clarizio ha detto:

    Bellissima conversazione, complimenti! Tenderei però a scindere i due piani principali che emergono: quello dell’innovatività tecnologica e quello del suo carattere narrativo.
    E’ vero che c’è una sostanziale biologizzazione della macchina, ma questa non mi sembra una grossa novità, si tratta semmai dell’approfondimento di una tendenza naturale, ontologicamente presente in ogni tecnologia, una cosa in fin dei conti prevedibile che Apple non “inventa”, ma “vede” (il che non è da poco) e alla quale dà una forma del tutto originale e performante.
    Analogamente, la potenza desocializzante è insita in ogni mezzo tecnico e in ogni tecnologia – già Platone si scagliava contro la scrittura con argomenti (almeno parzialmente) comunitaristi e l’alienazione l’ha scoperta Marx un bel po’ di tempo fa – L’innovazione sta appunto nel creare, o nel cavalcare, una narrazione all’interno della quale questo solipsismo diventa desiderabile, diventa un valore. In questo senso Apple non ha fatto altro che riattivare il gesto fondativo del capitalismo, l’enclosure, trasferendola su un terreno fino ad allora inedito – l’interiorità degli affetti – in perfetta solidarietà con lo sviluppo neo-liberale e individualizzante del discorso capitalista.

  2. Bruno Pepe Russo ha detto:

    Complimenti per questa splendida conversazione, carica di spunti. Inoltre, viene proprio voglia di leggere il libro!
    Mi è prima di tutto venuto di dire un Finalmente! ad una lettura così precisa (e immagino ancora di più nel libro) della genealogia californiana di tutto questo, del suo legame con le controculture degli anni ’60, in particolare quella lisergica.
    una nota dalla questione dell’innovazione e dei suoi spiriti ribelli e cannibali: lo schiacciamento di queste pratiche di innovazione sul dispositivo del capitalismo neoliberale si legge secondo me non solo dal fatto, che nell’intervista si ricorda, che l’autoproduzione, l’autovalorizzazione fu sin da subito tradotta nel linguaggio, nel regime di segni, del profitto. che queste nuove pratiche insomma si pongano in california sin dagli albori nell’ottica del profitto e non del mutualismo o della cooperazione. ma va letta secondo me anche dall’assiologia principale in cui i processi innovativi sono captati, nelle direzionalità in cui si svolge il loro potenziale. il caso apple ne è l’esempio: la più parte delle applicazioni apple svolge, rispetto alle proprie antenate pc, un lavoro di velocizzazione. lo user friendly e la sua cultura sono totalmente improntate a rendere più rapido ciò che prima era più lento. l’istantaneità, l’asse veloce lento, è il luogo in cui l’innovazione informatica è captata, catturata, e svolta. e questa progressiva, infinita, continua riduzione del tempo necessario a fare una cosa, seppur mirabile, è una diminutio immensa (e sospetta) delle potenzialità dell’informatico.
    il punto è svolgere queste potenze su altri assi, spostare il piano, agire e praticare su altri piani (e crearne di altri ancora). e non è un caso che, diciamocelo, dopo una decina d’anni ormai di dominio apple, ciò che possiamo dire con certezza è che se i mac e gli iphone si rompessero con la stessa facilità dei loro parenti, probabilmente non li compreremmo. che le applicazioni per videogiocare non sono così diverse dal giochino del 15 o da altri passatempi analogici, e che è diventato difficile mettere la musica sull’mp3. l’ innovazione apple è lo userfriendly, l’accessibilità per tutti, le dimensioni, la velocità, la praticità, e il concatenamento design-innovazione, il dispositivo biomorfico, sta lì a dire: guarda, funziona così bene che può diventare veramente un prolungamento di te, non c’è bisogno di codificare te stesso nella macchina, di conoscere linguaggi, di aver a che fare con la ferraglia, non devi conoscere il codice della macchina perchè è un prolungamento di te. ma tutto sommato mi pare poco, molto poco in termini di novità.
    lasciamo stare l’insistenza sull’elemento biopolitico come discontinuità nella storia dell’informatica: se arriva al design con ritardo non vuol dire che, come dice giustamente emanuele, non stesse già dentro la logica di molte delle macchine di cui parliamo. voglio dire, ExistenZ è successivo a Videodrome, ma non è che non ci fosse già rapporto fra macchine e vita prima del controller senziente (anzi, l’uomo diventava na mosca qualche film prima!).
    mi pare che come noi ci prolunghiamo nella macchina, comunicando su con una cerchia di amici ugualmente ristretti che prima di fb, per dire, allo stesso modo individualismo, liberalismo, alienazione si prolunghino comodamente nella macchina.
    la riflessione sul black mirror è importante! ma i “controlli” delle menti esistono da molto tempo e hanno prodotto diverse decine di genocidi…

  3. Michele Dantini ha detto:

    @Emanuele @Bruno, che ringrazio per l’apprezzamento e i commenti illuminanti.

    Vorrei trasferire la riflessione su un piano che avverto congeniale, quello di una storia tecnica e sociale dell’immaginazione. Sollecitazione decisiva alla mia ricerca su Apple è stata la percezione di un radicale cambiamento dei nostri processi cognitivi e delle interazioni con il mondo è stato lo stimolo decisivo. Apple vale come metonimia: la parte per il tutto. Al mutamento accennato l’azienda di Cupertino contribuisce in modo impressionante con un’affermazione senza precedenti sul mercato, il “sistema chiuso” di software e hardware, la pervasività della sua comunicazione. Vi contribuisce quanto e forse più dei social network o degli archivi online perché ha voluto imporsi come azienda sui generis, collocata tra arte e tecnologia, impegnata a modificare irreversibilmente il lifestyle con dispositivi che chiedono di essere considerati opere d’arte, talvolta in modo che lambisce la leziosità.

    La domanda è: possiamo considerare Apple come una sorta di “monstruum”, cioè una corporation globale retta da tecnici e al tempo stesso un’azienda-superorganismo che scolpisce immaginazione e comportamenti in modo infinitamente più esteso di quanto non riesca a fare un (celibatario) artista concettuale? Sarebbe per più versi candido supporlo, considerata la vastità di interessi economici che gravitano attorno a Apple o le decine di migliaia di persone che vi lavorano. Il settore di mercato entro cui Apple si inserisce, le tecnologie dell’informazione, è tuttavia di cruciale rilevanza sul piano dell’evoluzione contemporanea della mente, e predispone prodotti che modellano immediatamente apprendimento, educazione, attenzione, curiosità, scoperta.

    Un’ambizione duplice e smisurata è iscritta nella biografia del fondatore: e ritengo che, con Apple (ma non solo), la storia (la geografia sociale e professionale) delle pratiche estetiche debba essere scritta in modo nuovo. Detto in altre parole: quali sono oggi i rapporti tra artisti e mondo corporate? Determinati territori sono stati ibridati; determinate “recinzioni” espugnate. Cosa implica, questo, sul piano (di una possibile riconfigurazione storica e sociale) delle attività artistiche intese in senso “pre”-industriale, le Fine Arts?

  4. Emanuele Clarizio ha detto:

    @Michele l’arte in senso pre-industriale è morta con la riproducibilità tecnica (Benjamin), che è stato il fattore di quell’ibridazione di cui parli. Di sicuro Apple è questo “monstruum”, o questo corpo senza organi, e capirne il ruolo produttivo, a livello non solo economico, ma anche educativo, cognitivo ecc. è fondamentale, tanto quanto costruire una risposta a questa monopolizzazione dell’immaginazione. Risposta che mi sembra debba costituirsi come riflessione – necessariamente collettiva – sulla forma prima ancora che sul contenuto delle arti; è importante riappropriarsi della facoltà d’immaginazione, intraprendere un rapporto biunivoco con la tecnica, instaurare un circolo virtuoso fra la normalizzazione a cui essa ci sottopone e la normazione che noi possiamo imporle, perché se non siamo noi a indirizzarla qualcun altro lo farà al posto nostro, e qualcuno di molto potente e interessato, per di più!
    Per chiunque non lo conoscesse, consiglio la lettura di questo libro di P. Montani:

    http://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&task=schedalibro&isbn=9788842094456&Itemid=97

  5. Bruno Pepe Russo ha detto:

    commento sulla linea di Emanuele. il punto è vedere la circolarità del rapporto fra pratiche umane e produzione. da sempre ciò che l’uomo produce, i modi in cui produce, sono anche modi in cui riproduce se stesso. mi pare l’antico nucleo della sesta tesi su feuerbach. non credo che ci sia mai stato un punto della storia, un modo di produzione, uno stato della tecnica, in cui non sia stato così, in cui forme di vita, cognizione, modi di produzione e prodotti non siano stati caratterizzati da biunivocità e circolarità. non credo che il caso apple sia una particolare discontinuità da questo punto di vista, ma lo è invece nella misura in cui determina una specifica circolarità, alcuni modi precisi, alcune articolazioni determinate. e ha senso analizzarle (soprattutto) a partire da circolazioni alternative che si ha in testa, nel cuore, e nelle mani. è, ancora una volta, una questione di antagonismo, che deve incarnarsi e iscriversi, ovviamente, in tutta una serie di nuove possibilità che la tecnica può schiudere.

    sull’arte, cosa che mi interessa particolarmente voglio veramente capire il tuo parere: specificamente a quali recinzioni ti riferiscI?

  6. Michele Dantini ha detto:

    @Bruno Pepe & Emanuele. 1_Apple non introduce discontinuità “qualitative” nel rapporto tra “creatività” e tecnica; piuttosto, per implicazioni di scala, trasforma (topicamente) un mutamento di quantità in (mutamento di) qualità. Si presta dunque a essere case study. Ma preciso più volte, nel saggio e nell’intervista, che “Apple” sta per l’intera industria dell’elettronica consumer.
    2_”Recinzioni”. Il rapporto tra arte e tecnologia è mutato. Non abbiamo due domini opposti l’uno all’altro o sovrapponibili nei territori della morfologia (del design); ma una retorica che accompagna il prodotto industriale e pretende di abbattere la differenza tra ricerca e consumo, apprendimento e gioco, innovazione e ripetizione. La validità o meno di questa retorica deve essere indagata: per la sua forza, tuttavia, modella le politiche educative degli stati e diviene questione politica. La campagna MIUR pro-digitale nella scuole è esemplificazione concreta della subalternità pubblica al corporate marketing. Sul tema potrei rimandare @ https://quattrocentoquattro.com/2012/05/30/la-lunga-marcia-attraverso-le-istituzioni-intervista-a-michele-dantini/

    3_Arte contemporanea. Insisto nell’idea: la mutazione dei processi cognitivi in corso, connessa alle nuove partnership evolutive Mente-Digitale, richiede(rebbe) una profonda trasformazione dell’insegnamento artistico e storico-letterario e sollecita a competenze aggregate e versatili. Esiste oggi un formidabile consenso sulla necessità di rivedere l’attribuzione delle competenze: l’interazione Mente-Digitale è troppo importante perché le sue modalità possano essere decise da programmatori e ingegneri elettronici. Internet non è l’utopia neoilluminista che credevamo: i propositi dei paladini del “free Web” si scontrano con enormi interessi commerciali. La “teoria critica delle Rete” è appena agli inizi: ma già adesso promette di diventare un ambito di ricerca tra i più innovativi del decennio. Le discipline storiche e sociali hanno l’opportunità di trarsi fuori dal logoro recinto dei saperi antiquari e gli studenti di Humanities di imparare a programmare. Sul tema @ http://doppiozero.com/rubriche/82/201211/rete-apprendimento-e-“pensiero-lineare”

    e (per un’”archeologia” politica del discorso sull’innovazione e le sue “enclosures” specifiche) @ http://micheledantini.micheledantini.com/2012/01/15/innovazione-nelle-scienze-storiche-e-sociali-come-quando-a-quali-condizioni/

    e infine (sull’impasse del discorso artistico-contemporaneo oggi in Italia) @ http://micheledantini.micheledantini.com/2012/04/09/inchiesta-sullarte-italiana-contemporanea-critica-storiografia-collezionismo/

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...