Just like honey. Una recensione a “Miele” di Ian McEwan

miele

Questa recensione è già apparsa su “Orwell”, inserto culturale di “Pubblico”, il 15 dicembre. È il risultato di un lavoro di scrittura collettiva della redazione di 404: File Not Found.

Miele, Einaudi 2012, traduzione di Maurizia Balmelli.

Serena Frome (“che fa rima con plume”) è figlia di un vescovo anglicano di una cittadina dell’Inghilterra orientale. Le sue doti sono una sbalorditiva rapidità di lettura e un’apparente inclinazione per i numeri: a causa di quest’ultima, e del “piccolo germe tenace di una femminista” che vive nella madre, finirà iscritta suo malgrado al Newnham College di Cambridge, facoltà di matematica. Il suo talento si rivela insufficiente, ma le opinioni ‘forti’ e ingenue sui libri che divora le permettono di essere notata da Tony Canning, docente di storia con il quale Serena intreccia una relazione. Abbandonata senza spiegazioni, non le rimane che presentarsi al colloquio di lavoro fissatole da Canning tempo prima: sarà inaspettatamente assunta nel MI5, l’agenzia inglese per la sicurezza e il controspionaggio.

Pur non essendo particolarmente brillante né intraprendente, si trova coinvolta nell’operazione Miele, che ha il compito di cooptare giovani intellettuali, giornalisti e scrittori per affrontare l’“aspetto piú delicato della guerra fredda, l’unico aspetto davvero interessante, la guerra delle idee“. Tra questi, c’è il giovane esordiente Tom Hardley, con cui nasce una relazione profonda e distruttiva. Sullo sfondo, la fine degli anni Sessanta, la rivoluzione dei costumi, l’Opec, la Guerra Fredda. Attraversando quasi inconsapevolmente una fase delicatissima della storia inglese e mondiale, Serena dà al lettore la sensazione di essere una ‘donnicciola’, incapace di prendere una posizione personale e indipendente, succube solo dei moti del proprio cuore.

Miele si presenta come una storia apparentemente banale: unica voce narrante, trama lineare, facili collegamenti interni, analessi e prolessi prevedibili, debole realismo delle scene e dei dialoghi. A compimento di tutto, Serena è affetta dal più comune sintomo dei lettori voraci e romantici, il bovarismo. Come lei stessa riconosce, la sua passione per la lettura è puramente soggettiva ed emozionale: “Ero il più umile dei lettori. Chiedevo soltanto che il mio mondo, e io con lui, mi venissero restituiti in chiave artistica e in una forma accessibile”. A rendere questo bovarismo “a doppio senso” contribuiscono le considerazioni sulla scrittura: “Io dissi che non mi piacevano gli artifici, mi piaceva la vita come la conoscevo ricreata sulla pagina. Lui disse che non era possibile ricreare la vita sulla pagina senza artifici”; “diffidavo d’istinto di simili espedienti narrativi. Io volevo sentire la terra sotto i piedi”.

All’interno della linearità narrativa, tuttavia, il racconto in prima persona è continuamente intervallato dall’inserimento di altre storie (quelle dei racconti o dei romanzi letti da Serena), che sono del tutto omogenee al ritmo e allo stile della cornice romanzesca: elementi di complessità che, sconfessando l’apparente semplicità della storia principale, ne evidenziano allo stesso tempo gli elementi di letterarietà stereotipata. Se Serena è affetta da bovarismo, con la sua storia McEwan sembra alludere al bovarismo del lettore.

La trama di Miele appare così un’operazione di irretimento: l’autore attira i lettori “come mosche al miele” per capovolgerne le aspettative in un finale che illumina retrospettivamente il senso della storia fino ad allora raccontata.

Per comprendere la strategia narrativa di Mc Ewan, allora, si può provare a dividere in due l’esperienza di lettura: Miele1, che consiste unicamente nei primi 21 capitoli; Miele2, che è di fatto l’intero libro compreso il rovesciamento finale. Da un lato, l’ingannevole linearità di Miele1 potrebbe offrire una spy-story in qualche misura comune, seppure stranamente intervallata da seconde linee narrative e dai commenti di Serena intorno a queste. Dall’altro, il ribaltamento di prospettiva di Miele2 muta questo equilibrio di forze e consente una rilettura del romanzo nella quale le letture di Serena diventano indicatori di una discussione sulla forma e sulle possibilità dei dispositivi di finzione..

Miele1, infatti, propone una graduale e crescente opposizione fra i tentativi di Serena di porre ordine nel mondo delle sue esperienze umane e una crescente difficoltà di comprendere le intenzioni e le azioni degli altri personaggi.. Questa dialettica ha una sua fondamentale controparte nel compito che Serena attribuisce alla letteratura: rappresentare il mondo (il suo mondo) senza mediazioni o artefici sperimentali che svelino la natura finzionale dell’operazione. Sin da subito, però, questa doppia pretesa di immediatezza si infrange: le vicende esistenziali e lavorative di Serena (per esempio: l’evento della camicetta che pone fine alla sua storia con Tony) non sono mai facilmente scomponibili in una successione lineare di motivi e intenzioni, ma piuttosto si presentano come una rete di informazioni parziali, allusioni e spiegazioni insufficienti. Inoltre, l’introduzione dei racconti di Tom – che Serena legge, cita e commenta – stabilisce l’emersione di una serie di altre storie, e di altri modi di costruirle, che pregiudica la richiesta di semplicità nel preciso momento in cui questa si formula. Qui il paradosso diviene inevitabile: la funzione metalinguistica dei commenti di Serena in margine ai racconti di Tom – proprio mentre esplicitano il suo bovarismo dell’esperienza di lettura – inserisce in Miele1 una nuova profondità, dovuta all’introduzione di un secondo narratore (Tom) e alle sue divergenze con la prima voce (Serena).

Si aprono quindi linee di fuga narrative, che rendono il testo molto più complesso. In Miele2 si assiste a un vertiginoso collasso di queste linee spaziali su di un unico piano discorsivo: qui (e preferiamo non svelare il dispositivo, ma suggerirlo appena) le posizioni dei narratori che Miele1 ha introdotto – in ordine di vicinanza dal lettore: McEwan, Serena, Tom – si sovrappongono quasi in un’unica voce. La conseguenza spiazzante di questa soluzione è che appena la complessità si organizza in una forma stabile e unitaria (quella affannosamente rincorsa da Serena in Miele1) la verità – o qualsiasi cosa possa meritare questa etichetta – appare come definitivamente inaccessibile e nascosta.

In conclusione, Miele potrebbe consistere essenzialmente di un esercizio di prospettiva: conta il paesaggio e le figure che lo attraversano, naturalmente, ma ancora più fondamentale è la costruzione illusoria di una tridimensionalità apparente.

Questo gioco di specchi è ciò che chiediamo alla letteratura? Vorremmo rispondere modestamente: è una delle cose che classicamente la letteratura può dare. Qui McEwan propone sia l’esito di una architettura finzionale (Miele1) sia l’immagine del dispositivo che ne permette il funzionamento (Miele2). Nel suo complesso, quindi, Miele è una storia sul costruire storie: su come si rendono abitabili i nostri mondi di finzione, sul perché ci ingannano e, in definitiva, sul perché ci lasciamo ingannare.

3 Comments Add yours

  1. 'povna ha detto:

    Una storia sul costruire storie, sui mondi di finzione, e (dunque) sulla necessaria cooperazione lettore/scrittore. E anche su come i mondi di finzione possano diventare, con una torsione paradossale ma necessaria, uno spazio che non li realizza, ma di certo cambia (profondamente) quelli reali.

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