“Se capisci cosa intendo”. Su I. di Francesco D’Isa

di Silvia Costantino

Francesco D'Isa, I., Nottetempo 2011
Francesco D’Isa, I., Nottetempo 2011

Nel 2011, dopo la pubblicazione a puntate sul Post.it, esce per i tipi di Nottetempo il lavoro a fumetti di Francesco D’Isa, I. Si tratta di un libro a formato quadrato, privo delle canoniche strisce da fumetto o di un’impostazione narrativa lineare. Ogni pagina contiene un riassemblaggio e una rielaborazione di immagini più o meno note, cui si aggiungono poche righe di testo – nei balloon e non – che raccontano la quête del protagonista, I., alla ricerca della propria identità.
Non è semplice trovare una definizione per I. : canonicamente, il lavoro di Francesco d’Isa rientrerebbe nel genere del graphic novel, il romanzo per immagini che ormai si sta – finalmente – affermando anche in Italia. E dunque come tale andrebbe recensito. Seguendo uno schema canonico: prima accenni alla trama, con qualcosa sul tratto del disegno o sullo stile dell’autore, poi le impressioni e le riflessioni che suscita il libro, personali e critiche. Bene.

La trama. I. racconta di un’entità che cerca se stessa. O meglio, di un qualcosa che cerca di capire cosa esattamente sia. O forse di un pensiero, capace di pensarsi in tutte le forme esistenti al mondo. E continua una ricerca irrisolvibile per tutte le tavole da cui è composto il formato quadrato di I. “sono la morte. Ma potrei sempre cambiare idea. Ed essere un annaffiatoio.”
Il tratto. D’Isa non disegna, di fatto, ma rielabora illustrazioni, quadri antichi, creando una mescolanza kitsch di pin up e danses macabres, talvolta lasciando pagine quasi vuote, altre volte riempiendole all’inverosimile. L’effetto, con l’accostamento al testo, riporta alla mente certe MEME: la classica immaginetta stilizzata da cartolina con una didascalia che ne distorce il senso e produce una battuta spesso cinica.

(con le dovute differenze)

 

Impressioni personali: ho pensato molto, nel corso della lettura, ad un altro graphic novel italiano, uno dei primi e più autenticamente originali, vale a dire il Grafogrifo di Riccardo Falcinelli e Marta Poggi. Lì la storia è più lineare, ma rimane la tecnica dell’elaborazione di immagini “altre”, che però mantengono chiaramente la marca dell’autore. Ci ho pensato perché anche in Grafogrifo si pone una questione più profonda di quello che la storia sembra raccontare: da una storia gotica su un libro proibito, si arriva a  considerare questioni sottese di hacking e rivoluzioni “informatiche” senza computer, il tutto in una storia godibilissima e leggibile a più di un livello. A lettura ultimata, dopo essermi più volte ricreduta, ho ritrovato questa somiglianza, sebbene con importanti distinzioni di fondo.
Le riflessioni e le impressioni, dunque, sono la cosa più difficile. Cosa si evince, leggendo questo volume in cui la filosofia medievale, la mistica, l’ironia caustica e un vago senso di grottesco si confondono e si mescolano pagina per pagina?
Cercherò di spiegarlo, sperando di non risultare confusa come alla prima lettura.

Innanzitutto: è vero, alla domanda di I. non c’è una risposta. Ma dal momento in cui questa domanda viene posta al momento in cui si arriva alla conclusione umoristica di cui sopra, si compie un percorso, scandito dai capitoli di un indice tipicamente medievale (“dove I. …”): una ricerca, sempre più pressante, che porta il protagonista a conoscere forme di vita e di rapporti, a indagarle e spaventarsene. L’amore, ad esempio, o la guerra, o il lavoro. In uno spazio brevissimo, si esaminano – spesso con battute fulminanti purtroppo impossibili da riportare, perché troppo legate alle immagini: il parlombaro e i suoi splendidi “se capisci cosa intendo” – numerose forme dell’esistere, legate ad altrettante domande. Man mano che la ricerca di I. progredisce, aumentano le domande,  fino ad arrivare all’inevitabile risposta. Senza azzardare interpretazioni pretenziose, si può pensare che il riconoscimento di I. come pensiero che pensa se stesso pensante sia il suo più alto risultato (no, I. non è Dio e non è motore immobile, tutto il contrario semmai). La coscienza di una coscienza è una risposta soddisfacente? Sì, se si pensa che conduce all’accettazione di se stess* in quanto vita, all’accettazione dell’esistente in ogni sua manifestazione: morte o scarafaggio, pensiero o innaffiatoio.
Per quanto riguarda lo stile, ancora una volta devo smentire quanto detto in precedenza: come giustamente rivendica l’autore all’inizio del romanzo, se le immagini sono di pubblico dominio o sotto licenza CC, “io le ho scelte, montate, assemblate e (talvolta) modificate per ottenere la storia. Lo stile grafico e l’omogeneità dell’opera sono il frutto delle mie scelte, del montaggio e delle immagini a disposizione”. Ciò è evidente, anche quando le immagini sono estremamente differenti: le marche più visibili sono ovviamente quelle immutabili – il font dei fumetti, Yanone Tagesschrift, un (tardo)gotico minuscolo; la scelta di evidenziare la presenza di I. attraverso il colore rosso; il formato quadrato che rende ogni pagina una tavola. Ma le somiglianze e i richiami sono decisamente più sottili, e si ritrovano pagina per pagina, in un certo tratteggio o nell’eccessiva sgranatura di alcune immagini. E, ovviamente, nel testo, che è il vero collante di tutto il volume, ed è interamente opera di D’Isa, anche quando copia Pasolini e si permette di modificarlo (“sfacciato!”).
Sul testo bisogna aprire un nuovo paragrafo. L’inquietante mescolanza di umorismo e filosofia cui dà vita Francesco D’Isa può innervosire, inizialmente, o suonare velleitario. Forse è anche un effetto voluto, visto il portato ampiamente provocatorio del romanzo, il ripetersi ossessivo delle domande che arriva al parossismo. Piano piano si arriva a rendersi conto che i tentativi di I. sono i tentativi di tutti, che le interpretazioni dei sillogismi, o di questioni esistenziali decisamente complesse, sono sintetizzate nel modo più umano possibile, nel corso della quête dell’amorfo (o polimorfo) protagonista. Sono poche battute per volta, nel corso di pochi capitoli, eppure di una densità non comune per un graphic novel. Ci vuole tempo per leggere e comprendere ogni capitolo, anche perché le immagini che accompagnano il testo, spesso, non sono immediatamente esplicative – tutt’altro, per non parlare di quando le immagini non ci sono affatto. E dunque è necessario pensare, meditare, porsi le stesse domande che I. pone a se stesso. Del resto: ma a chi le pone, realmente, queste domande? L’interlocutore di I. sono i molteplici personaggi che incontra, ma il primo è, ovviamente, il lettore. Il difficile dialogo che si instaura durante la lettura è una meditazione costante: così come le miniature all’inizio di un codice di preghiere dovevano aiutare e stimolare la riflessione.
Così I. si rivela un codex contemporaneo (il riferimento alle miniature non era casuale: prima dell’oro e delle illustrazioni variegate, il minio è il colore rosso dei capolettera, l’unico presente nelle tavole di I.), capace di rielaborare, potenziare le grandi questioni dell’esistenza, senza dimenticare la leggerezza.

Qualche nota sull’autore. Francesco D’Isa è un artista fiorentino, recentemente anche berlinese. Come molti altri ha esordito sulla fanzine autoprodotta “Mostro”(comprata regolarmente, con il suo gusto ‘sovversivo’, da certe giovani liceali di provincia), proseguendo un percorso sempre più preciso di elaborazione grafica delle immagini. Il suo progetto più importante è Pornsaints.org (a cui sempre certe ex-liceali di provincia rimpiangono amaramente di non aver partecipato quando venne loro offerta la possibilità). Attualmente D’Isa sta pubblicando, sempre sul Post,  Feuilleton pornographique: “come nei classici feuilleton, il contributo dei lettori ha influito nella creazione dell’opera e ha reso la gestazione più appassionante.” Lo stile, a dimostrazione che uno stile c’è, è chiaramente riconoscibile, l’umorismo è lo stesso, e così la leggera sensazione di inquietudine a lettura ultimata.

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