“La cosa importante era il ritmo”: intervista a Francesco Targhetta

di Claudia Crocco

Untitled
Ph. Vanessa Lastrucci // flickr.com/photos/wane-sa

Francesco Targhetta è nato nel 1980 a Treviso, dove vive tuttora. Si è laureato in Letturatura Italiana all’Università di Padova, dove è assegnista di ricerca. La sua prima raccolta di poesie è stata Fiaschi, pubblicata dalla casa editrice Excogita nel 2009. Nel 2012 ha scritto un romanzo in versi, Perciò veniamo bene nelle fotografie, pubblicato a febbraio da ISBN edizioni. Un paio di mesi fa lo abbiamo incontrato: gli abbiamo fatto qualche domanda sul suo ultimo libro, e su che cosa ha in mente quando sceglie di andare a capo.

Dunque, innanzitutto vorrei sapere se hai scelto tu il titolo, e se è venuto prima il libro e poi il titolo o viceversa.

Il titolo è l’ultima cosa che è venuta. Io avevo consegnato il manoscritto un paio di volte: una prima volta dopo circa un anno, e una seconda – dopo un lavoro di ‘auto-editing’- dopo altri sei mesi. E alla fine abbiamo rifatto l’editing con la casa editrice.
Io non avevo mandato il titolo. Sia la prima che la seconda volta, c’erano dei punti interrogativi. Alla fine il titolo l’ha scelto Andrea Cortellessa, che ho ringraziato per questo. Lui aveva letto in anticipo il manoscritto per una consulenza, diciamo, con ISBN. E il titolo era stato uno dei suoi suggerimenti che ISBN ha colto. È venuto fuori mentre io ero a Firenze, mi hanno telefonato per comunicarmelo. Io avevo detto: “Voi sicuramente saprete scegliere i titoli meglio di me. Vi chiedo solo una cosa: di non mettere un titolo lungo, perché non mi piacciono”. Ecco, e il titolo come sai è lungo, anzi è lunghissimo; e poi c’è questo “perciò”, c’è l’espressione “venir bene”… Inizialmente non ne ero affatto contento. C’è stata l’indecisione fra Perciò veniamo bene nelle foto e Perciò veniamo bene nelle fotografie. Perché Perciò veniamo bene nelle foto è un endecasillabo, quindi ci sarebbe stato da dio. Però poi c’era la rima che doveva tornare alla fine del capitolo, dunque abbiamo scelto Perciò veniamo bene nelle fotografie, che è un doppio settenario brutto.

Quindi è stato un lavoro molto lungo. Come è stato l’editing?

L’editing è stato impegnativo, perché era la prima volta che lo affrontavo in vita mia; e poi perché è avvenuto molto a ridosso della pubblicazione, cioè un paio di mesi prima. Tra l’altro io ero a Firenze in quel periodo, ed ero molto impegnato nella mia ricerca. Qualche volta sono andato su a Milano, per confrontarmi direttamente con Coppola (che ha curato l’editing, appunto); ed erano dei confronti credo volutamente ‘scioccanti’, da un certo punto di vista. Lui mi chiamava nel suo ufficio, ad esempio, e mi diceva: “Guarda, abbiamo deciso di tagliare i capitoli 1, 3, 4, 5 e 11”. Ovviamente, se sono due anni che lavori ad un testo e sai che hai pochissimo tempo per rilavorarci, rimani un po’ spiazzato. Lì per lì mi incazzavo, figurati. Ma ha fatto un ottimo lavoro, col senno di poi. Anche se è ovvio che l’editing in un libro di poesia è una cosa diversa rispetto al lavoro sulla prosa. Quando mi proponevano di tagliare interi capoversi, io facevo presente che c’era un ritmo che proseguiva, quindi bisognava aggiungere dei versi nuovi per fare da collegamento. Ci sono stati molti spostamenti, soprattutto nella prima parte del romanzo. Comunque, tutto sommato, credo che questa sia la versione migliore.

Il protagonista del libro è un dottorando in storia (che poi diventa insegnante precario) dell’Università di Padova. Una domanda che immagino ti abbiano già fatto molte volte è: quanto di questo  parte da “vita reale”?

Quasi tutto. Io ho difficoltà ad inventare. Poi, naturalmente, uno spunto reale può essere benissimo mascherato, contraffatto. Diciamo che la contraffazione maggiore è quella del dottorato in storia: io ho studiato lettere. È che mi suonava un po’ noioso il personaggio del letterato; volevo avere a che fare un po’ di più con la realtà. Inserire la storia richiamava la fisicità delle cose.

Inoltre, inserire la storia permetteva di fare i paragoni e i paralleli continui che fai con la prima guerra mondiale, credo. Puoi spiegare perché li fai?

Sicuramente i miei studi sulla poesia di fine Ottocento hanno contato molto. Mi ero laureato sui crepuscolari, poi mi sono addottorato su Govoni. Quindi ho affrontato molto i poeti che hanno vissuto la Grande Guerra.

Govoni è quello che preferisci, fra i crepuscolari?

Da un certo punto di vista sì: è quello più immerso nelle cose, diciamo. In termini assoluti, probabilmente il migliore è Gozzano. Però anche Govoni ha scritto delle bellissime poesie: ne ha scritte troppe, purtroppo, per cui ce ne sono anche molte brutte. Ma alcuni suoi esiti estremi, alcune sue poesie folli, mi esaltano: poteva scriverle solo uno che non aveva studi letterari alle spalle: infatti lui era un autodidatta. Forse è stato uno dei primi ‘poeti contadini’. Si procurava tutto da sé: eppure si interessava a cose sconosciutissime, contemporanee. Continua a piacermi un sacco, anche se era veramente pazzo. Comunque, avendo lavorato su quei poeti, avevo studiato molto la generazione che aveva affrontato la Grande Guerra, e trovavo molte somiglianze con la mia generazione. Tutto sommato, c’era anche un parallelo cronologico.

Vuoi dire perché anche quei poeti erano nati negli anni Ottanta?

Sì, da quella generazione sono nati tanti poeti straordinari. Ci sono stati diversi motivi che mi hanno avvicinato a quell’argomento. Uno era questo del parallelismo con i poeti nati negli anni Ottanta dell’Ottocento. Quindi c’era anche il discorso dell’immobilismo: quella era diventata poi una guerra di trincea, e il motivo mi tornava utile dal punto di vista narrativo. Poi c’è stato sicuramente anche un discorso geografico e personale. Nel trevigiano i luoghi legati alla prima guerra mondiale sono numerosissimi, e ci ‘familiarizzi’ fin da bambino, quando si forma il tuo immaginario. In più i miei bisnonni abitavano lungo il fronte quando l’esercito italiano arretrò fino alla linea del Piave. Dunque loro dovettero sbaraccare, e migrarono in Sicilia. Per questo motivo la Grande Guerra è qualcosa di cui ho sempre sentito parlare, in famiglia, fin da piccolo.
Devo aggiungere che, nel tentativo di sovrapporre quella realtà a quella attuale, mi hanno aiutato alcune fonti. Una è Bianciardi: soprattutto Aprire il fuoco. E poi un disco rock di una band americana recente: si chiamano Titus Andronicus, e suonano un punk-rock lo-fi, qualcosa a metà fra gli Arcade Fire e Bruce Springsteen. C’è questo loro disco che si chiama The monitor, in cui vengono messe in parallelo la generazione americana dei nati fra gli anni Ottanta e Novanta e, in quel caso, quella della guerra civile americana.

Questo libro è stato considerato anche un tentativo di mettere in versi, di ‘fotografare’, alcuni cambiamenti generazionali, e alcune situazioni legate al precariato.
In alcune recensioni sei stato paragonato a Pasolini: soprattutto per lo sguardo sui cambiamenti urbanistici nel triangolo Padova-Treviso-campagne circostanti; e poi per la presenza di un forte “senso di colpa”. Ti ritrovi in questo parallelo?

Sì, mi ci ritrovo. Forse, più che a Pasolini, bisogna risalire a Giudici e all’ “educazione cattolica”. Io vengo dal Veneto ‘bianco’ profondo. Il cattolicesimo era una presenza importante e assillante, che senza dubbio a ragazzi con una certa sensibilità lasciava il segno. Ho fatto l’asilo con le suore, vengo da una famiglia cattolica praticante e, per quanto poi mi sia allontanato, credo di aver ereditato il fulcro quantomeno emotivo del senso di colpa. Quel tipo di educazione te lo lascia soprattutto se te ne allontani.

Sempre riguardo al ‘fotografare una generazione’: Fabio Donalisio ha scritto (a proposito di Perciò veniamo bene nelle fotografie) che “il precariato […] viene già dato per scontato, categorizzabile, disinnescabile, fictionable. Tanto che per parlarne bisogna mettere le mani avanti”. Secondo Donalisio c’è un ingiusto pregiudizio in alcuni lettori del tuo libro: molte persone sono scettiche sull’idea stessa di fare un romanzo in versi che parli di precariato, perché pensano sia “ammiccante”.

Beh, naturalmente io non ho iniziato a scrivere con l’intento di fotografare una generazione. Tant’è vero che il titolo è venuto alla fine, ma anche l’idea della foto che poteva venirne fuori. Io ho iniziato a scrivere in modo del tutto privo di programmi; solo per gli ultimi cinque o sei capitoli ho iniziato ad abbozzare un minimo di struttura (ad esempio: in questo capitolo potrei mettere questo personaggio, etc.. ). Prima ero partito in totale libertà. La casa editrice non mi aveva dato paletti sui contenuti, sicché ho iniziato a scrivere in modo molto vagabondo.

Avevi già un contatto con la casa editrice e avevi preso accordi per scrivere alcuni testi, però.

Sì. Ma loro mi avevano indicato solo la forma.

In che senso te l’avevano indicata? Un’altra domanda che volevo farti riguarda appunto la scelta formale più importante: perché hai deciso di fare un romanzo in versi?

Ecco, questo l’ho scelto perché è la forma che mi hanno chiesto loro. Avevano letto per caso il mio libro di poesie, Fiaschi. ISBN aveva apprezzato proprio che fosse una raccolta di poesia pop: è una categoria da cui sono attratti. Il fatto che ci fosse della poesia che potesse “scendere dal piedistallo” e parlare la lingua di ogni giorno li aveva colpiti; in aggiunta c’era il fatto che fosse poesia narrativa. Dunque mi hanno detto: “Guarda, noi non pubblichiamo poesia. Però, se tu cerchi di amplificare la vena narrativa, ti leggiamo con interesse. Prova a pensare a un romanzo in versi”. Quindi per la scelta della forma loro sono stati fondamentali. D’altronde ne è uscito un libro di duecentocinquanta pagine, e uno deve essere pazzo per mettersi a scrivere queste cose senza avere un minimo di garanzia che qualcuno le leggerà. Io non ci sarei mai riuscito. Il libro precedente era passato quasi inosservato; in questo caso c’era la certezza che una casa editrice che stimavo mi avrebbe letto.

Hanno inciso anche sulla scelta dell’argomento del libro?

No, il tema è venuto da sé: non riesco a parlare di cose che non conosco. È una cosa che si può fare, che proverò a fare; ma per un romanzo in versi non ci stava, secondo me. Volevo una cosa vera, che pulsasse. Era un tema che avevo già in parte trattato nel mio libro di poesie, ma in modo più frammentario. Ho voluto ripescare quella dimensione appena post-universitaria: i momenti condivisi, i progetti che si fanno sul dopo, sul post lauream.. Volevo parlare di cose che conoscevo bene, e secondo me quella è la realtà più pulsante, non ancora abbastanza approfondita. C’era stato qualcosa in Brondi, sì: quelli che hanno citato Le luci della centrale elettrica ci hanno azzeccato. Brondi era stato il primo a mettere su carta un certo immaginario generazionale. Mi ricordo che lui si era arrabbiato molto, quando gli avevano detto che la sua scrittura era generazionale. Non so perché, io non la ritengo un’offesa.

Tu credi che la tua lo sia?

Non so, ma lo spero. Sarei contento, se più persone vi si riconoscessero. La differenza con Brondi, però, è che in lui non c’è mai narratività: sono tutti frammenti, l’uno attaccato all’altro, anche in una stessa canzone. Non esiste una canzone di Brondi che sia narrativa. Sono tutti mosaici di metafore e immagini surreali costruite però con il materiale più ‘usurato’ della realtà. Mentre, naturalmente, in un romanzo – per quanto in versi, per quanto destrutturato – un minimo di plot deve esserci.

È stato scritto che la tua poesia procede per un ‘polimorfismo di catene associative’, altro motivo per cui ti hanno associato a Brondi: lo stesso succede in alcune canzoni.
“Cercarsi su google”, “aver mangiato le merendine”, “i coinquilini che friggono i sofficini” etc.. : il tuo ricorso frequentissimo alla nominazione e all’elenco riesce a creare un immaginario in cui è facile riconoscersi, e che definisce ciò che ha plasmato una generazione e il suo modo di rappresentarsi.

Sì, questo devo dire che l’ho ripreso soprattutto dai crepuscolari, che avevano molto la dimensione del catalogo.

Mi viene in mente Palazzeschi.

Sì, certo: il Palazzeschi della Passeggiata. Poi qualcosa di Govoni, che scrisse poesie di cataloghi ancora più estremi. Sì, diciamo che c’è il tentativo di spremere dalle cose il senso che ci comunicano; di trovare attraverso gli oggetti che ci rappresentano la nostra identità. Perché purtroppo è ciò con cui siamo cresciuti – lo dico con amarezza, non c’è orgoglio per essere rappresentati dalle sigle delle merendine; al contrario, c’è un senso di vergogna. Viene fuori anche nelle cene con amici, c’è sempre il momento “Ah, ti ricordi..”.. E lì parte l’amarcord.  Secondo me queste cose ci rappresentano: dunque il mio tentativo è di nominarle, per cercare di tracciare un nostro identikit il più fedele possibile.

Penso che ora sia chiaro. Dunque, questo succede avendo Le luci della centrale elettrica e la poesia crepuscolare sullo sfondo, come hai detto. Quanto ha inciso, invece, tutta la poesia narrativa successiva, da Pagliarani a Giudici? Andrea Cortellessa ha scritto che in Perciò veniamo bene nelle fotografie si sente l’influenza di Pagliarani, ma soprattutto della Ballata di Rudi, più che di La ragazza Carla. Che ne pensi? E, dal momento che tu stesso hai citato Giudici, quale suo libro è stato importante, per te?

Di Giudici hanno contato soprattutto le prime cose: E poi certamente La ballata di Rudi è stata determinante in senso stilistico, per alcune cadenze quasi rap. Ad esempio, per il Rap dell’anoressia o bulimia che sia dell’ultima parte, in cui Pagliarani fa hip hop, praticamente. Certo, La ragazza Carla ha contato molto, durante la scrittura, anche se poi è forse penetrato di meno al suo interno – a parte l’incipit, dove faccio un aperto omaggio all’incipit di La ragazza Carla, come Cortellessa ha subito capito. Oltre a quel Pagliarani, secondo me ha contato tantissimo anche quello delle primissime raccolte: Cronaca e altre poesie (Schwarz, Milano, 1954) e Inventario privato (Veronelli, Milano, 1959). In realtà sono le raccolte quasi neo-crepuscolari di Pagliarani: Mengaldo ha sottolineato molto questo suo aspetto ‘primonovecentesco’. È il primo che ha descritto l’innamoramento nell’ambiente della città. Ecco, questa è una cosa che ha fatto anche Giudici, e che mi interessava: lo sfondo urbano come interlocutore, come ambientazione dei sentimenti tipici della poesia, ma calati in un nuovo contesto. Sono loro i primi che hanno allargato il linguaggio lirico anche a questo: possono entrare nella poesia anche gli incroci suburbani, le strade trafficate, i tram che si prendono la mattina.. Questa cosa mi interessava tantissimo. Credo che sia stata questa la miccia che ha fatto poi partire la mia passione per loro. L’ambientazione urbana ha una sua carica poetica: Giudici e Pagliarani sono stati i primi a scoprirla. Prima della seconda guerra mondiale questo non c’era.

Forse c’era qualcosa di simile in Sbarbaro…

Sì, certo, è vero: Sbarbaro si perde nella città, ma non con quella potenza metallica, né con quell’immaginario ben descritto. Anche Bianciardi, in prosa, rientra in questo quadro del provinciale in città, che la scopre come scenografia in grado di dare un taglio nuovo, più crudo e travolgente, alle pulsioni dei personaggi.

Tornando sulla questione della forma: vorrei parlare un po’ del tipo di verso che usi. Mi ha interessata che ci sia una ricerca dell’endecasillabo; ma credo anche che il ritmo segua suggestioni musicali, cioè che sia influenzato da alcune canzoni o melodie della musica indie italiana. Ho letto che per te, infatti, “l’unico vincolo è stato il ritmo”. Come hai coniugato queste due cose? Cosa ha contato di più?

Quest’aspetto è stato molto difficile. Dovevo curarlo molto, altrimenti il rischio sarebbe stato di scrivere un romanzo tradizionale. E forse all’inizio il libro era questo.

Dunque era in prosa, sostanzialmente?

Aveva il ritmo della prosa, sì.

E allora perché hai scelto di fare versi, poi? Quando vai a capo, perché lo fai?

Beh, ci sono delle volte in cui si va a capo per sottolineare una cesura, per mettere in risalto alcune parole. In altri casi c’è stata una guida quasi estetica: la cosa importante era il ritmo, come dicevi. Non era così rilevante che ci fosse un endecasillabo (che poi poteva anche essere nascosto, a metà fra un verso e il successivo). La struttura del libro è determinata anche dagli spazi bianchi. Volevo alleggerire un po’, anche solo visivamente, l’impatto della pagina. Il mio interesse era anche di non stancare l’occhio di chi leggeva: ci sono degli spazi che devono essere letti, nel senso che mettono in risalto alcune parole; altri che servono a dare una maggiore struttura ai capitoli, e ad interrompere un flusso che altrimenti, se fosse tutto compatto, sarebbe insostenibile. Dunque forse per me sono state minoritarie le ragioni metriche, nella scelta degli a capo. Certo, il verso poi è essenzialmente breve. Non ho voluto fare versi lunghi, perché altrimenti rischiavo di cadere effettivamente nella prosa. E poi perché rischiavo di ‘dire troppo’. Già tendenzialmente sono digressivo: senza l’ingabbiatura di una versificazione breve avrei senz’altro perso il controllo di quanto andavo scrivendo.

In alcune parti del libro mi è sembrato di vedere dei momenti isolati rispetto al resto: come delle istantanee separate, in un certo senso. Ce ne sono poche, ma ce ne sono.

Sì, è vero. Ci sono un paio di poesie – non più di due o tre – che avevo già scritto. Ad esempio, la parte in cui dico che mi piacerebbe andare ad assistere gli anziani che stanno morendo in ospedale e di guadagnare così settanta-ottanta euro a notte: ecco, quella è una poesia che ho estrapolato e poi messo lì.

È interessante quando si raccontano storie attraverso i versi, forzando alcuni limiti del genere. Spesso mi piacciono i dialoghi, ad esempio: ma è difficile inserirli nei testi poetici, mantenendo buoni risultati. Credo che ti riesca bene. Ce n’è uno che mi piace molto, ad esempio, qui:

[…]

e allora io gli dico <<I’m not as lucky >>

   (gli dico, al gnoco,

a Tonin)                <<I’m nota s lucky

           as you think>>.

E così permettiamo al solstizio

di agonizzare fino a tardi, zitti

come l’acqua zittissima, le folaghe

macchiate d’ombra che scivolano

vicine alla riva: il cielo arancione

della città, in fondo, che brucia

di luce furtiva sulle colonne

di citronella, non ci parla di niente,

né di questa estraneità, né della

vita che ci iniettiamo altre volte,

                          e a sgusciare fuori

dalla prospettiva, in questi campi

di stoppie bruciate, è l’acre

del nostro fumo la sola cosa

                   che si sente.

(p. 135 -136)

Questa non era una poesia a sé stante, è legata al dialogo. In compenso, l’episodio con l’americano è vero. Era la prima volta che uscivo con quella ragazza, dunque è stata una scena veramente imbarazzante.

Un’altra critica che ho letto al libro è che c’è un certo indugiare nell’autocompiacimento. In questo momento la precarietà è un tema “ammiccante”, indubbiamente. Ed è stato detto che non hai la capacità di sdrammatizzare e di valorizzare l’esistente. Nel modo in cui parli dell’insegnamento, ad esempio, è stata vista della presunzione.

Me l’hanno detto anche persone che conosco. C’è da dire, però, che è un romanzo: quello che c’è sulla scuola non è assolutamente quello che io penso. Se dovessi fare un bilancio dei quattro anni in cui ho insegnato a scuola, sarebbe decisamente positivo. Infatti ora sto facendo il TFA per insegnare: voglio tornare a scuola. Facendo quel lavoro, incidi sulla realtà che hai davanti; facendo l’università no, ho avvertito molta sterilità. Per questo motivo voglio tornare a scuola, pur con tutte le storture che ha; non perché non abbia alternative. È vero che poi dal libro emerge soprattutto il senso di disagio del protagonista che, passando dall’università a un istituto di provincia, sente questo divario in modo svalutativo, come se fosse una punizione.
La figura dell’insegnante dovrebbe aiutare i ragazzi in difficoltà: ma poi, nel libro, il personaggio di Giada sottolinea il senso di impotenza che c’è molte volte, quando si vedono situazioni che si vorrebbero cambiare, senza poterlo fare davvero. L’esperienza con alcuni ragazzi ‘difficili’ mi ha segnato tanto: ma non è stata negativa. Il senso di impotenza c’è, e porta anche una scia di senso di colpa. Però è la conseguenza di un confronto con la gente: è qualcosa che rende vivo te e la persona che hai di fronte. Qualche scintilla scatta, anche se non è visibile o ci metterà molto tempo per depositarsi. Non è una situazione che guardo con occhio egoistico, come invece potrebbe sembrare. Io voglio dare una mano non per sentirmi importante: non credo ad un’interpretazione narcisistica del ruolo dell’insegnante.

Credo che il fatto che tu li chiami “drammi minori” tradisca la presenza di un senso di colpa.

Credo anch’io. Sì, forse sì. Credo che mi faccia sentire in colpa verso le generazioni più giovani il fatto che erediteranno un mondo che, in parte, ho contribuito a costruire, e che li sta distruggendo. O, comunque, non abbiamo fatto niente per cambiarlo. Siamo stati abituati a non ribellarci a nulla. Stando qui in Veneto, poi, in un mondo basato su valori nettamente economicisti, mi rendo conto che questo fa soffrire ragazzi particolarmente sensibili. Ed è comprensibile.

Per te raccontare queste cose ha un valore catartico, o di conforto, in qualche modo?

È una bella domanda. Sì, credo di sì. Credo che il conforto riguardi più il momento della rilettura che quello della scrittura, però: la scrittura è dolorosa. Comunque, anche il sollievo dura poco. Il senso di colpa verso quei ragazzi ce l’ho tuttora.

Cosa farai ora?

Nella vita?

Sì.

Beh, ora voglio fare il TFA. Ho un assegno di ricerca all’università, scade a febbraio.  Ora ci sono dei nuovi bandi, e potrei partecipare. Ma non credo che lo farò.

Perché?

Non voglio. Non credo che sarei accettato, innanzitutto. Non mi sono fatto molti amici con questo libro in dipartimento, diciamo così.
Poi, durante questo assegno, ho avuto realmente la sensazione di allontanarmi dalle cose che mi interessano. Mi sono appassionato molto al lavoro che ho scelto, credo al progetto e all’antologia che vorrei fare.

Che antologia è?

È un’ antologia di poeti simbolisti italiani di fine Ottocento- inizio Novecento. Ne ho scelti quaranta. Se vuoi qualche nome, ci sono poeti come Agostino John Sinadino, Cosimo Giorgieri Contri, Achille Leto.

Sono interessanti?

Qualcuno ha scritto belle poesie – alcuni due o tre. Quindi l’antologia ha senso. Poi vabbè, alcuni di questi poeti hanno anche un interesse umano, più che letterario. Pubblicavano i loro libri in pochissime copie. Qualcuno provava anche a farsi pubblicare dalle riviste; altri, come Sinadino, non ci badavano proprio, in modo molto mallarmeiano, con una concezione elitaria ma sofferta della poesia. Erano in buona parte border-line, ecco. Marginali per vocazione. Ah, e poi Lucini.

Pensi che Lucini sia il “primo dei moderni” (Sanguineti) oppure decisamente ottocentesco e sopravvalutato (tra gli altri, Mengaldo)?

No, sono antiluciniano. Non ricordo un singolo verso buono di Lucini.

Anche questa è una citazione, però (da Arbasino).

Esatto. Non immaginavo che avrei parlato con un’esperta di Lucini, con una luciniana.

Non lo sono, infatti. Neanche io amo Lucini.

Beh, allora sai le cose giuste. È il peggiore dei quaranta, secondo me. È un cattivo poeta, innegabilmente.

Ultima domanda: meglio Vasco Brondi o I Cani?

Io rimango un ‘brondista’. Meglio Vasco Brondi. Anche se… Ma sì, dai, sappiamo che ormai si sta persino facendo il verso a Brondi, ci sono le parodie. D’altronde, è perfetto da parodizzare proprio perché ha creato uno stile.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. marina ha detto:

    Bellissima bellissima intervista; ho appreso tante cose e alcune ne ho intuite. Penso che leggerò il libro
    grazie, marina

  2. Filippo Davoli ha detto:

    Ma alla fine, chi è l’autore del libro: tu o Coppola?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...