Quattro poesie di Amy Clampitt

testo introduttivo e traduzione di Todd Portnowitz

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Degna di nota per aver pubblicato il primo libro The Kingfisher (1983,“Il martin pescatore”) all’età di sessantatré anni, Amy Clampitt ha preso da quel momento un posto pienamente meritato fra gli altri grandi poeti americani dell’epoca. La Clampitt nasce a New Providence, Iowa, figlia di due quaccheri, e cresce in campagna, in una proprietà di trecento acri, sviluppando fin dalla sua prima giovinezza una speciale familiarità con il mondo naturale. Dopo la laurea presso il Grinnel College nell’Iowa, si trasferisce a New York City, dove passerà la maggior parte della vita – una città in cui la Clampitt giunge ventenne nel 1941 come aspirante romanziera e che lascerà ormai settantenne, poetessa venerata, nonché vincitrice di numerosi premi e riconoscimenti: un Guggenheim Fellowship, un Academy of American Arts Fellowship e, due anni prima della morte, sopravvenuta per un cancro ovarico nel 1994, il prestigioso MacArthur Fellowship.

A New York la Clampitt giunge per aver vinto una borsa di studio, e si iscrive ad un programma post-laurea a Columbia University, da cui si ritira dopo meno di un anno, trovando lavoro all’Oxford University Press. Nel 1949 farà il suo primo viaggio in Inghilterra, una Mecca, il paese dei suoi idoli, Gerard Manley Hopkins e Keats. Si tratta di un’esperienza di enorme valore per la poetessa, che la convince della “vitalità del passato” (livingness of the past). Negli anni che seguiranno il suo ritorno a New York nel 1951, comincerà il primo di tre romanzi mai pubblicati, parteciperà (fra le altre attività politiche) alle manifestazioni contro la guerra e troverà lavoro come bibliotecaria per l’Audobon Society.

La sua carriera come poeta inizia quando stampa presso la casa editrice d’un amico la sua prima raccolta di versi, Multitudes, Multitudes (1971), seguita da un altro suo libretto, The Isthmus (1981), tutti e due mai ristampati nelle raccolte pubblicate da Knopf che sarebbero venute dopo. Ma il vero a proprio debutto letterario del 1983 con The Kingfisher frutterà alla Clampitt un’immediata e diffusa fama negli Stati Uniti e la notorietà negli ultimi undici anni della sua vita, vissuti in intensa pienezza, le conferirà docenze d’onore all’ Amherst College, allo Smith College, e al William and Mary. Le raccolte che seguono sono What the Light was Like (1983), Archaic Figure (1987), Westward (1990), e A Silence Opens (1994), pubblicata l’anno della sua morte.

Le traduzioni che seguono, a cura di Todd Portnowitz, sono state pubblicate su “Poesia”, Crocetti, n. 269, marzo 2012.

Il sole sotto i piedi fra le rugiade di sole*

Un’ingenuità troppo stupefacente
per essere tanto fortuita è
questo pantano pieno di rugiade di sole, di file
di sfagni e a forma d’una tazza da tè.
__________________________Un passo
in giù e sei dentro; una
selva che t’inghiotte:
le caviglie, poi le ginocchia, poi il diaframma
sommerse nello zuppo
sottobosco, e sopra la testa
un orizzonte peccio-nero che accenna
al tuo restare impantanato per sempre.
                                                       Ma il sole
fra le rugiade di sole, laggiù,
è così brillante, un tessuto
di rubini carnivori sotto i piedi,
uno sciame stellato, denso quanto i moscerini
che sono pronti a catturare, deliziose
strappalane a due facce, ogni
punta uno specchio appiccicoso
acceso dal sole, ce n’è un milione
e poi un altro milione,
ogni specchio una trappola tesa a
rilasciare credulità,
______________sia che
un Primum movens
una volta abbia detto, “Siano
le rugiade di sole!,” e furono, sia che loro
ci abbiano raggiunto senza l’aiuto
di nulla che non fosse quell’imprevisto rifiuto
tortuoso di assumere la responsibilità
conosciuto come Selezione Naturale.
____________________Ma il sole
sotto i piedi è così abbagliante
laggiù fra le rugiade di sole,
c’è così tanta luce
in quella tazza che, guardando,
cominci a cadere all’insù.

*Rugiada di sole – nome comune in inglese di alcune piante insettivore nel genere “Drosera,” dotate di trappole adesive

The Sun Underfoot Among the Sundews

An ingenuity too astonishing
to be quite fortuitous is
this bog full of sundews, sphagnum-
lined and shaped like a teacup.
_____________________A step
down and you’re into it; a
wilderness swallows you up:
ankle-, then knee-, then midriff-
to-shoulder-deep in wetfooted
understory, an overhead
spruce-tamarack horizon hinting
you’ll never get out of here.
________________But the sun
among the sundews, down there,
is so bright, an underfoot
webwork of carnivorous rubies,
a star-swarm thick as the gnats
they’re set to catch, delectable
double-faced cockleburs, each
hair-tip a sticky mirror
afire with sunlight, a million
of them and again a million,
each mirror a trap set to
unhand believing,
____________ that either
a First Cause said once, “Let there
be sundews,” and there were, or they’ve
made their way here unaided
other than by that backhand, round-
about refusal to assume responsibility
known as Natural Selection.
____________________But the sun
underfoot is so dazzling
down there among the sundews,
there is so much light
in that cup that, looking,
you start to fall upward.

***

Sugli svantaggi del riscaldamento centrale

notti fredde alla fattoria, un vecchio ferro
scaldato-a-stufa, calzato-in-una-calza,
infilato fra le coperte, la mattina
bizzarri lavori di felci damascate
_____decenni fa ormai

al risveglio nel Nordest di Londra, il tè
portato su fumante, un biscotto
Peak Frean là accanto, da mangiucchiare
mentre gas blu salta su cantando
______decenni fa, ormai

le lenzuola umide a Dorset, sospeso nella nebbia
un habitat di bronchite, di lunghi,
caldi bagni nella vasca, di niente
ben asciutto fino all’estate successiva:
______delizioso a pensarci

i poggiapiedi avvicinati, le forchette
per tostare protese alla brace, ragazzini
determinati e grandi cani zelanti
a impicciarsi in profondità libresche
_____ormai del tutto scordate

il casale da tanto venduto, vecchi amici
morti o di cui s’è persa traccia, quel che resta
è questo diminuendo vivido, snebbiato
da mero affetto, il residuo che va scomparendo
______di sensazione pura

On the Disadvantages of Central Heating

cold nights on the farm, a sock-shod
stove-warmed flatiron slid under
the covers, mornings a damascene-
sealed bizarrerie of fernwork
____decades ago now

waking in northwest London, tea
brought up steaming, a Peak Frean
biscuit alongside to be nibbled
as blue gas leaps up singing
____decades ago now

damp sheets in Dorset, fog-hung
habitat of bronchitis, of long
hot soaks in the bathtub, of nothing
quite drying out till next summer:
____delicious to think of

hassocks pulled in close, toasting-
forks held to coal-glow, strong-minded
small boys and big eager sheepdogs
muscling in on bookish profundities
___now quite forgotten

the farmhouse long sold, old friends
dead or lost track of, what’s salvaged
is this vivid diminuendo, unfogged
by mere affect, the perishing residue
____of pure sensation

***

Meriggio

La prima luce del giorno sul portico dormiente,
dolce-amaro-pensile in piena estate: rugiada
su tutta l’erba, a cucire ombre
dai riflessi fatti con punte di diamante:
l’ombra del bracciante che si aggira
lungo il vialetto, un bagliore di latte in secchi
che passa: nessuna minaccia visibile, nessun indizio
in alcuna parte dell’universo, di quella

apatia al meriggio, il mezzogiorno
di noia assoluta: le mosche
che canticchiano ninnananne nere in cucina,
brocche di latte inacidite, la scrematrice
ancora non lavata: che c’è nella vita
se non mestieri e ancora mestieri, sciacquatura di piatti,
fatiche, figli non voluti: niente
che possa rimestare il languore del pomeriggio

tranne, forse, le nuvole da temporale:
in salita, livide, alabastro turrito
illuminato dall’interno di splendore e terrore
– il mezzo-secondo disastroso
______________________di fulmine forcuto.

Meridian

First daylight on the bittersweet-hung
sleeping porch at high summer : dew
all over the lawn, sowing diamond-
point-highlighted shadows :
the hired man’s shadow revolving
along the walk, a flash of milkpails
passing : no threat in sight, no hint
anywhere in the universe, of that

apathy at the meridian, the noon
of absolute boredom : flies
crooning black lullabies in the kitchen,
milk-soured crocks, cream separator
still unwashed : what is there to life
but chores and more chores, dishwater,
fatigue, unwanted children : nothing
to stir the longueur of afternoon

except possibly thunderheads :
climbing, livid, turreted alabaster
lit up from within by splendor and terror
– forked lightning’s
______________split-second disaster.

***

I vetri di mare

Mentre passeggi lungo la riva,
facendo turbinare concetti
che io non posso raffigurare, la boa, clacsonando,
segnala che, in qualsiasi momento,
il vento può cambiare,
la campana sbatacchia
il suo monotono soprano, sordo come Cassandra
ad ogni nota tranne che al monito. L’oceano,
carico di nessun lavoro più urgente
che tenere aperti conti scaduti
mai quadrati,
continua a mescolare i suoi millenni
di quarzo, granito, e basalto.
____________________Tratta
le permutazioni della novità –
tronchi alla deriva e naufraghi, lattine di birra
di ieri sera, petrolio fuoriuscito, l’espettorato
residuo di plastica – con una casuale
imparzialità, giocando a palla, o ad acchiapperella,
o all’ultimo-a-toccare come un terrier,
rivoltando lo stesso oggetto di qua e di là,
di là e di qua. Per l’oceano, nulla
resta indegno di considerazione.
______________________Le case
di così tante cozze e lumache
sono state abbandonate qui, è un caso disperato
capire quali mettere in salvo. Invece
sto in guardia per i vetri di mare –
l’ambra di Budweiser, il crisoprasio
di Almadén e Gallo, lapislazzulo
come conseguenza di (non si può evitarlo,
temo) Phillips’
Milk of Magnesia, di tanto in tanto un raro
turchese traslucido o ametista annebbiata,
di origine sconosciuta.
________________Il processo
mai termina; usciti dalla sabbia
tornano alla ghiaia,
insieme cogli altri tesori
di Murano, coi meravigliosi
contrafforti di Chartres,
che già si stanno preparando
ad essere turbinati e turbinati, con gravità
e gradualità quali un intelletto
impiegato nella rischiosa
ridefinizione di strutture
che nessuno ha mai ancora visto.

Beach Glass

While you walk the water’s edge,
turning over concepts
I can’t envision, the honking buoy
serves notice that at any time
the wind may change
the reef-bell clatters
its treble monotone, deaf as Cassandra
to any note but warning. The ocean,
cumbered by no business more urgent
than keeping open old accounts
that never balanced,
goes on shuffling its millenniums
of quartz, granite, and basalt.
____________________It behaves
toward the permutations of novelty –
driftwood and shipwreck, last night’s
beer cans, spilt oil, the coughed-up
residue of plastic – with random
impartiality, playing catch or tag
or touch-last like a terrier,
turning the same thing over and over,
over and over. For the ocean, nothing
is beneath consideration.
__________________The houses
of so many mussels and periwinkles
have been abandoned here, it’s hopeless
to know which to salvage. Instead
I keep a lookout for beach glass –
amber of Budweiser, chryoprase
of Almadén and Gallo, lapis
by way of (no getting around it,
I’m afraid) Phillips’
Milk of Magnesia, with now and then a rare
translucent turquoise or blurred amethyst
of no known origin.
______________The process
goes on forever: they came from sand,
they go back to gravel,
along with the treasuries
of Murano, the buttressed
astonishments of Chartres,
which even now are readying
for being turned over and over as gravely
and gradually as an intellect
engaged in the hazardous
redefinition of structures
no one has yet looked at.

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