La guerra? Niente di che. Recensione a “Il corpo umano” di Paolo Giordano

Questa recensione è già apparsa su “Orwell”, inserto culturale di “Pubblico”, del 17 novembre. È il risultato di un lavoro di scrittura collettiva della redazione di 404: File Not Found.

 

Come sopravvivere ad un libro d’esordio di grandissimo successo commerciale e vincitore di diversi premi letterari, Strega e Campiello su tutti? Dopo La solitudine dei numeri primi, Paolo Giordano prova a rispondere a questa domanda con Il corpo umano, romanzo corale su un plotone di soldati italiani stanziato in Gulistan nel 2010, durante la guerra in Afghanistan.
In apparenza, dunque, ci troviamo agli antipodi dell’universo umano del primo romanzo; Giordano sceglie uno scenario finzionale e una forma romanzesca, quella del romanzo di guerra, estremamente ambiziosi. La materia narrativa de Il corpo umano deriva certamente anche dal breve soggiorno in Afghanistan dello scrittore al seguito delle truppe italiane, nel dicembre del 2010. Ci sono, insomma, tutte le premesse per pensare al secondo romanzo di Giordano come alla prova della sua maturità artistica.
Sul piano stilistico la cifra principale del romanzo sembra essere quella di una sistematica medietà. Quasi ogni livello del testo presenta una scrittura piana e ordinaria, non priva di pagine di pura retorica letteraria. In diverse occasioni la scelta di un aggettivo, così come l’impiego di una metafora, produce delle costruzioni così abusate da aver perso quasi ogni valore descrittivo: “è una mattinata chiara”; “aria vellutata”; “il temporale che è scoppiato”; “la stanza oscilla”; “montagna arroventata”; “il viso si rannuvola”; “nel cuore di petrolio della notte”; l’aria tremula dell’orizzonte”; “la palla di fuoco fa capolino gigantesca”; “giornata lattiginosa”. La prosa non registra mai scarti stilistici significativi che illuminino situazioni o stati emotivi dei personaggi; tanto meno si insegue una pratica di mimesi del dialogato: nonostante si parli di un plotone di carabinieri provenienti da diversi luoghi della penisola, le uniche tracce di questo meticciato culturale e linguistico si sedimentano solo nei cognomi dei personaggi. La funzione che sembra agire in ogni luogo del romanzo sembra essere quella di normalizzazione: un processo che mina costantemente le forme del testo e agisce in primo luogo sul piano dello stile, uniformandolo ad un criterio di regolarità e accessibilità.
A questa prassi aderiscono inesorabilmente anche le scelte narrative dell’autore, che determinano l’architettura del testo: un narratore onnisciente descrive le vicende dei diversi soldati e, di volta in volta, assume il punto di vista dei singoli personaggi spesso con una attitudine didascalica volta a spiegare lo stato d’animo dell’uno o dell’altro. Questo tipo di operazione sembra sempre dettata da un’esigenza di accessibilità, e  risulta essere, infine, l’unica modalità con cui il narratore riesce a gestire il racconto corale. Di qui quel ‘didascalismo’ che tende a riverberarsi su ogni momento, anche quelli più intensi, depotenziandone la riuscita. Ogni tipo di coinvolgimento o conflitto, che pure sarebbe possibile dati il tema e le situazioni narrate, è annientato.
In effetti, uno degli elementi interessanti del romanzo consiste proprio nella scelta di raccontare la guerra in Afghanistan secondo la prospettiva dei soldati italiani. Tuttavia, invece di inoltrarsi a fondo nelle dinamiche del conflitto armato (che sembra piuttosto essere rappresentato attraverso il filtro della cinematografia di guerra, Apocalypse now in primis), l’obiettivo sembra soprattutto quello di dar vita ad un ambientazione in cui rappresentare, da una parte, la caducità del corpo (come indica lapidariamente il titolo), dall’altra, una fenomenologia varia di solitudini ed incomprensibilità.
Le relazioni umane che stringono Cederna, Egitto, René, sono tutte fallimentari, destinate a provocare infelicità. Nessuno dei personaggi riesce a comunicare realmente con gli altri e incidere in modo positivo sui rapporti umani in cui è immerso, se non quando è ormai troppo tardi (come nel caso di René e Rosanna). Non è rappresentata nessuna scena di amicizia, di solidarietà tra i soldati: l’unico atto spinto da un sentimento simile, cioè quello di Ietri durante la battaglia, non soltanto comporta la morte di chi l’ha compiuto, ma alla fine è presentato – nelle parole e nella mimesi dei pensieri dei sopravvissuti –  come privo di senso.
Non basta essere eroici per essere degli eroi” è il commento del narratore alla scena centrale del romanzo, in cui Ietri, il più giovane dei protagonisti, muore nel tentativo di salvare Torsu, ferito durante lo scontro. Il gesto di Ietri è presentato come non spinto da reale altruismo, ma piuttosto da un misto di orgoglio virile ferito (Cederna, a lui superiore per grado, gli ha ordinato di non muoversi, ma Cederna è anche l’amico che ha passato la notte con la donna di cui Ietri è innamorato, Zampieri) e di avventatezza: è un gesto inutile. Allo stesso modo tutte le relazioni sentimentali del libro (quella fra Egitto e Irene; quella fra René e Flavia; quella virtuale tra Torsu e Teriscore89) non scardinano la condizione di solitudine in cui sono rinchiusi i protagonisti: se esiste un elemento di continuità fra i due libri, è proprio questo isolamento, questa incomunicabilità fra mondi.

“Una pillola al giorno, ognuna per cancellare una domanda a cui nel tempo non avevo trovato risposta: che cos’è una  famiglia?, perché scoppia una guerra?, come si diventa un soldato?”.

Il romanzo sembra dunque essere animato continuamente da due forze: da un lato è visibile l’esigenza del narratore di render conto della serialità delle prospettive dei diversi personaggi, dall’altro il vero motore dell’azione sembra essere la loro vita interiore. Attraverso la combinazione di questi due elementi la focalizzazione che il romanzo assume rispetto al tema della guerra è tutta centrata sugli uomini, e il titolo ne è testimone perfetto: indagare la loro vita interiore (in maniera spesso superficiale), giustificare narrativamente le loro reazioni, farli portatori di diverse posizioni rispetto a temi di natura etica (il nichilismo di Egitto, il dramma privato di René). Quest’intreccio tra proiezioni e vita interiore è ben esemplificato nella scena della partenza (non a caso intitolata “Tre promesse”) in cui più che parlarci delle reazioni interiori dei personaggi in maniera problematica, il narratore ne mostra la superficie attraverso i dialoghi dei soldati con i familiari in una prospettiva pienamente visiva.
La lettura che si dà degli eventi è perciò quasi sempre psicologizzante, monodimensionale: gli eventi accadono, non si sa in base a quali forze, e ad interessare sono sempre e solo le reazioni degli uomini rispetto a questi eventi. Non c’è mai una visione più ampia che tenga conto delle condizioni materiali della guerra (l’unica è la scena dell’epidemia, che assume però più i toni di un quadro bozzettistico), del caso, delle cause, delle profonde contraddizioni storiche che il conflitto in Afghanistan fa emergere. Scegliere una prospettiva problematicamente evenemenziale piuttosto che superficialmente umana sarebbe stata una scelta certamente più complessa ma decisamente più coraggiosa, e in definitiva, più interessante.

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. pierfrancoanco ha detto:

    Questa è l’unica vera recensione de “Il corpo umano” di Paolo Giordano che mi è capitato di leggere perché è un articolo che dimostra una dimensione critica di cui altri recensori sui supplementi culturali che ho letto non hanno dato prova. Nell’analisi dello stile di Giordano ho trovato le mie stesse impressioni (non positive). Si capisce che possa essere critica e indipendente perché è nata da persone estranee agli ambienti editoriali. Internet dimostra con la pubblicazione a bassissimo costo di garantire la pluralità dei punti di vista.

    1. Innanzitutto grazie dei complimenti, che fanno sempre piacere. In merito al commento, però, bisogna dire che questa recensione è stata resa possibile dal fatto che è stata voluta, prima, e ospitata, poi, su Orwell. Quindi voluta ed accettata da Christian Raimo e dalla redazione (di cui facciamo parte) del supplemento culturale più rivoluzionario degli ultimi anni. Recensione che è stata, inoltre, pagata. Sinceramente credo che questo sia l’elemento più importante, come pure è importante dire che noi siamo esterni al mondo editoriale nostro malgrado e che questa recensione è, come tutto il blog e come le altre collaborazioni che portiamo avanti, un modo per entrare in quel mondo e trasformarlo, renderlo più simile a ciò che noi pensiamo debba essere la critica ed il panorama culturale in cui ci muoviamo. Non ci piace molto (credo di parlare a nome di tutti) il ruolo degli outsider per forza. Non ci piacciono i D’Orrico, no, ma vorremmo che una “pluralità di punti di vista” e una “critica indipendente” fossero ben retribuite.

      1. pierfranco ha detto:

        Sono d’accordo che la qualità richiede un investimento di tempo e risorse che nel contesto delle professioni riconosciute ha come controparte una retribuzione. D’altra parte la chiusura del quotidiano Pubblico e quindi del suo supplemento Orwell, fa emergere il problema della sostenibilità economica e quindi della sopravvivenza anche della “vera” critica fatta in modo non tradizionale. I rischi sono quelli di fare i recensori precari, oppure di scrivere recensioni come hobby non pagato e quindi privo di riconoscimenti. Però oltre a questi problemi che risentono molto anche della attuale congiuntura economica, dello stato dell’editoria in Italia e del destino incerto dei quotidiani, non si può non notare che esistono altri problemi che sono emersi con particolare chiarezza nel dibattito che è sorto in Inghilterra l’autunno scorso, quando in un intervista su “The Independent” del 25 settembre l’ex direttore di TLS Peter Stothard ha attaccato i blogger letterari e li ha contrapposti alla qualità dei settimanali o dei supplementi fatti dai professionisti. Forse le risposte migliori sono contenute nell’articolo apparso il giorno dopo sul blog del “Guardian”: Why book bloggers are critical to literary criticism: http://www.guardian.co.uk/books/booksblog/2012/sep/26/book-bloggers-literary-criticism-stothard
        L’autore del post, John Self, fa interessanti considerazioni sui punti di debolezza e di forza dei blog letterari e viene da chiedersi: forse oggi un serio e allo stesso tempo interessante lavoro di recensore può esercitarsi solo sui blog, ovvero solo lì si verificano alcune condizioni ideali? Anche l’articolo successivo di Repubblica del 10 ottobre sembra porsi questi interrogativi: Lagioia, Nicola. ‘La Prevalenza Delll’e-critico. Blog D’autore, Riviste e Siti Cos’ La Rete è Diventata Il Luogo Del Diletto (culturale)’. La Repubblica, 10 ottobre 2012 che si può leggere qui: http://www.scribd.com/doc/110283867/Ecritica-ne-parla-Nicola-Lagioia-su-la-Repubblica.
        Oggi, di fronte alla chiusura di Pubblico e quindi di Orwell, a maggiore ragione possiamo chiederci se per non essere né outsiders né hobbyisti non sia necessario essere online sia per poter trovare formule economiche più sostenibili, sia per sfruttare i grandi punti di forza della pubblicazione elettronica. Possibili esiti (?): riuscire a richiamare l’interesse di una testata già esistente che voglia espandere la sua presenza online e quindi abbia bisogno di trovare collaboratori per la sezione blog (per es. sia il quotidiano La Stampa sia quotidiani esteri hanno una sezione blog in cui scrivono collaboratori i cui pezzi appaiono solo online). Oppure creare una testata solo online e far pagare l’accesso o usare una formula mista: articoli a pagamento e articoli ad accesso gratuito (per es. la formula mista è quella scelta da L’Indice dei libri del mese). Ma per entrambe le strade il problema è riuscire a farsi conoscere. L’esperienza di Orwell può essere utile per questo. È opportuno riuscire a mantenere la testata e proseguire in maniera indipendente.

  2. Mi verrebbe da rispondere, veltronianamente, sì, ma anche no. Sì perché sono d’accordo sul fatto che internet rappresenti il futuro per molte delle pratiche che siamo abituati a considerare cartacee (d’altronde è su un blog che stiamo discutendo, e se l’articolo fosse apparso solo su carta non avremmo potuto farlo). No perché non credo, senza riserve, che internet rappresenti l’unico modo per fare della buona critica. Internet rappresenta, oggi, un terreno in cui esercitare il conflitto, laddove, per i motivi economici che hai evidenziato tu, quello stesso conflitto non è praticabile, facilmente, attraverso la carta stampata. Ma ciò non significa che presto o tardi le dinamiche di potere che limitano la buona critica sulle pagine di settimanali e quotidiani non possano trasferirsi, adattandosi, nel web; acutizzando ma rendendo ancora più difficile quel conflitto che già è necessario e che stiamo praticando ora.
    Dopodiché l’articolo si riferisce alla “buona” critica di giornali e riviste, e in Italia non è la buona critica ad impedire che recensioni come questa, o anche migliori, escano sui quotidiani.

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