Uscire dal labirinto. Un’intervista a Titos Patrikios

di Alfonso Napoli

Titos Patrikios (ph. Danilo De Marco)
Titos Patrikios (ph. Danilo De Marco)

«Abbiamo dovuto rompere con l’antichità per trovare la nostra voce: ma, trovata la nostra voce, possiamo legarci di nuovo all’antichità». Con queste parole del poeta Titos Patrikios, nato ad Atene nel 1928, Nicola Crocetti e Filippomaria Pontani chiudono la breve nota biografico-stilistica di Patrikios nel Meridiano su Poeti greci del Novecento. Tale affermazione può costituire un ottimo punto di partenza per individuare i tratti fondamentali del rapporto tra il poeta e il mito classico. Titos Patrikios è un poeta estremamente “concreto”, non c’è spazio nella sua scrittura per futili divagazioni o artificiosi abbellimenti letterari (La poesia si fa/senza suoni melodiosi/senza colori/solo con segni bianchi e neri/con bianchi e neri silenzi/ con fonemi bianchi e neri./La poesia si fa / senza parossismi del corpo,/ questi sono per il prima/ e il dopo). La Storia, quella con la maiuscola ma anche quella personale, intrecciate saldamente l’una nell’altra, ha segnato fortemente il suo modo di fare poesia e di rapportarsi alla realtà; non stupiamoci, dunque, se nelle sue liriche rivive l’impetuosa corrente dei “fatti”. Attraverso l’esperienza della resistenza antinazista (1943-45), la guerra civile greca (1945-49), l’adesione al Partito Comunista, il confino nelle isole di Makronissos e Aghios Efstratios (1951-54), l’esilio in Francia all’indomani dell’avvento del regime dei Colonnelli (1967), Patrikios incarna in sé il dramma psicologico che l’oplita in prima fila nella falange macedone, oltre duemila anni fa, viveva nel terrificante urto col contingente nemico. Nella sua concretezza non c’è spazio inizialmente per l’evasione nel mito, essendo il poeta consapevole della sua pericolosità, dei suoi allettamenti capaci di deviare lo sguardo dalla cruda realtà nella quale i suoi occhi sono immersi fino a correre il rischio di annegarvici (da qui la definizione che accompagna le prime fasi della sua produzione poetica di “poesia della sconfitta”). Una cospicua parte delle sue poesie è raccolta nel volume tradotto ed edito da Nicola Crocetti La resistenza dei fatti, Milano, 2007; nel 2009 è stato pubblicato da Intelinea  La casa e altre poesie, libro vincitore del “Premio di poesia civile città di Vercelli”.

Questa intervista nasce da un incontro; anzi due. L’incontro “metafisico”, attraverso il filtro della letteratura e dei versi, con l’originalissimo modo di rapportarsi al mito del poeta neogreco Titos Patrikios (necessario per sfasare l’ingenua convinzione dell’autore secondo cui chi scrive poesie in Greco dovesse necessariamente parlare di mito nella sua produzione). L’incontro “fisico” con il poeta neogreco, disponibilissimo a raccontare il percorso che l’ha guidato verso una “conversione mitologica” dopo anni di volontario silenzio sul mito, tra i tavoli del Caffè Tommaseo di Trieste, in occasione della sua partecipazione all’ VIII edizione del Concorso Internazionale di Poesia “Castello di Duino”, nel marzo 2012.

Il poeta cipriota Mondis scriveva Pochissimi ci leggono,/ pochissimi sanno la nostra lingua,/ restiamo senza riconoscimenti e senza applausi/ in quest’angolo remoto;/ in compenso però scriviamo in greco. Che rapporto lei ha con la lingua natìa e con i contenuti che essa ha preservato e acquisito nella sua millenaria storia?

La mia lingua è quella che ho trovato, non l’ho scelta; la lingua nella quale sono nato e che ho voluto mantenere nonostante sia vissuto molto fuori dalla Grecia, a Parigi specialmente (dove ha vissuto 15 anni n.d.i.). Lavoravo e scrivevo in francese e in inglese, però per la poesia non ho mai potuto scrivere un verso in un’altra lingua; dovevo mantenerla tra le altre che volevano mangiarla. Sono ritornato in Grecia perché le altre lingue non potevano prestarsi ad alcuna espressione letteraria: erano lingue per la sociologia, ho pubblicato libri sociologici in inglese e francese, ma per esprimere la poesia non potevo. Vivendo lontano così a lungo, sentivo che la mia lingua diventava più debole e il ritorno in Grecia non era solo per la nostalgia del paese, era anche per non perdere la lingua.

La sua produzione mitologica si concentra sul crepuscolo della propria esperienza poetica, che ricordo conserva del mito negli anni della sua infanzia? Quali miti e quali autori classici hanno creato maggiori suggestioni negli anni della sua formazione?

Noi a scuola crescevamo con i miti, conoscevo tutta la mitologia greca, partendo dall’Odissea, per arrivare alla saga degli Argonauti, Eracle, Teseo. Tutto ciò era il mondo della mia infanzia. Crescendo ero tra coloro che volevano buttare via la tradizione antica perché la trovavo molto pesante. Volevamo esprimere il presente, non ripetere il passato.

Quali ragioni storico-esistenziali l’hanno spinta a interrompere il suo silenzio sul mito? Ci illustri le strade che l’hanno guidata alla stesura de La porta dei leoni e alla scelta di determinati miti rispetto ad altri.

Dopo molti anni ho cominciato a capire che questa tradizione può essere utilizzata e sfruttata per esprimere cose attuali. Così ho scritto questa serie di poesie, in cui ho utilizzato i miti per esprimere cose attuali. Era spontaneo scegliere questi miti, non era una scelta pianificata: forse un risultato della maturità. Curiosamente questa conversione è avvenuta nell’estate del 2000 con il cambio del secolo. Ho notato, poi, che anche anni prima avevo scritto una poesia sul mito: “La storia di Edipo”. Sentivo e sento ancora che finalmente la poesia è la ricerca della verità, che però alcune volte ci rende ciechi. Era il periodo in cui vedevo che la crisi del mondo socialista era già avviata, la gente della mia generazione non voleva vedere la realtà. Anch’io avvertivo il rischio di diventare ciechi inseguendo la verità, ma forse lo eravamo già. Questa poesia è stata scritta a Parigi negli anni settanta, quando in Grecia vi era la dittatura e va letta insieme alla poesia “Allegoria”.

Nel lavorare sul mito classico, con che atteggiamento si rivolge ad esso (tenendo conto anche delle tre categorie a cui fa riferimento in un suo saggio il filologo greco Dimitris Maronitis: ταυτοσημια , ετεροσημια, παρασημια[1])?

Finalmente trovo una coesistenza delle tre cose, giocando col mito e intrecciando i vari piani.

Quale mito sintetizza in maniera più pregnante la sua esperienza storico-politica?

E’ difficile scegliere, forse la storia del labirinto. Perché per scoprire la realtà e mettere da parte i mostri dobbiamo entrare nel labirinto prima ancora di trovarne una via d’uscita.

Nella lirica introduttiva de La porta dei leoni viene riproposta in chiave capovolta il mito classico del leone Nemeo e in maniera sfuggente quello relativo alla saga degli Atridi. A quali testi classici si è ispirato?

Non ho guardato ad un autore in particolare, ho rielaborato nel subconscio il mito di Eracle che uccideva il leone nemeo (poverino, non faceva male a nessuno!), passando dall’animale alle immagini di leoni che incutono timore. L’ispirazione, più che dal mito classico, è venuta dalla struttura architettonica della Porta dei leoni. Ogni volta che andavo a Micene pensavo ad Agamennone che ha attraversato questa porta, oltre la quale ha trovato la morte. La porta mi incuteva timore in ogni suo attraversarla.

In una lirica della raccolta lei si sofferma sulla storia del labirinto, cosa si nasconde dietro la parola labirintica? E, alla luce delle continue ricostruzioni e dell’eterno dramma che a tale costruzione si accompagna, è possibile individuare nella poesia un filo d’Arianna che ci permetta di uscirne definitivamente?

Per uscire il filo d’Arianna va legato ad una certa solidarietà. Non possiamo uscire da soli, è l’aiuto che ci dà l’amore a permetterci la fuga. È poi un’altra storia se Teseo ha abbandonato Arianna sull’isola di Naxos: questo è un altro atto del dramma.

Il suo Odisseo, nei panni di filosofo pre-eleatico, diviene pubblico assertore dell’irreversibilità del tempo. Come si rivolve nella lirica il cortocircuito tra limitatezza dell’esistenza umana ed eternità del mito classico?

Il paradosso di Zenone parla dello spazio, lì parlo del tempo, che non torna indietro. Gli archetipi mitologici ci aiutano a scoprire la realtà nascosta del nostro subconscio; non è un caso che facendo ricerche sul subconscio Freud è arrivato ad Edipo. La poesia, volendo penetrare la realtà e non fuggirne, trascende la materialità indagando sulle componenti psicologiche e subcoscienziali. Questo è infatti quello che ha influenzato il surrealismo che cercava la realtà del subconscio, arrivando ai miti e ricreandoli.

Ne Il viaggio di Telemaco lei riprende alcuni personaggi legati al nostos odissiaco caricandoli di nuovi, stranianti epiteti. Cosa si nasconde dietro le immagini di «Ciclopi aggiornati, Lestrigoni, Ciconi e Lotofagi con minime varianti, Eoli depositari di venti hertziani, Sirene altissime con canali voluttuosi, Cerberi sponsor di rapsodi e citaredi, Circi con liposuzioni e guardie del corpo»?

Parlo delle forme che prende, sotto le quali ama travestirsi, il potere attualmente; non solo i mass media (eoli depositari di venti hertziani). Ad esempio dietro le Circi ci sono belle donne che non vogliono accettare lo scorrere del tempo, quasi come ex modelle. D’altronde la figura femminile ha avuto un ruolo importante nella mia poesia, stamane (in un seminario sulla traduzione a Trieste n.d.i. ) ho sbagliato a dire “Ho superato la mia generazione”, avrei dovuto utilizzare l’espressione “Mi sono differenziato dai poeti della mia generazione”. La differenza sta nella componente amorosa della mia poesia, mentre la generazione del dopoguerra trattava temi politici e sociali, senza dare una gran parte all’amore tranne che per gli ultimi libri di Livaditis. Ad esempio in Ritsos, che è un grande poeta, l’amore non gioca un ruolo centrale, a mio avviso, quando pure esso è presente risulta artificiale.

Nella chiusa desolata de Il viaggio di Telemaco cosa è cambiato rispetto al fiducioso ritorno in patria dell’eroe accompagnato dal padre sotto l’abito del mendico così come ci è raccontato nell’Odissea? Cosa c’è di proprio nel personaggio di Telemaco?

Quando ritorna si accorge che il suo mondo è progredito, mentre lui è rimasto indietro. Se è possibile leggere dietro il personaggio di Telemaco un mio alter ego? Chissà. (sorridendo)

Nell’estremo gesto di Sisifo di scegliere volontariamente la strada del supplizio, dettato dalla paura che nessuno avrebbe mai più parlato di lui e della sua storia, quale messaggio ci lancia il poeta Patrikios?

E’ una sorta di omaggio a Camus. Sisifo voleva continuare ad esistere, sacrificando anche la felicità.

Con che occhi le giovani generazioni dovrebbero guardare il mito classico? Con quali invece le sue riscritture?

Non bisogna dare consigli ai giovani, che essi scoprano i miti, anche utilizzando il nostro lavoro, ma non imponiamo alcuna interpretazione ai giovani, si cadrebbe nel catastrofico. Ogni generazione riscopre la realtà, reinventa la poesia. Il mondo ci dà la possibilità di creare metafore, così come nel blocco di marmo non c’è la statua ma la sua possibilità. Sta allo scultore realizzare tale potenzialità. Nel linguaggio, attraverso le parole, c’è sempre la possibilità del poema, il poeta è colui che gli dà forma di realtà. Certo avviene questo una volta su cento, ma anche questa esigua percentuale è molto.


STORIA DEL LABIRINTO [2]

Dopo che Teseo uccise il Minotauro
il labirinto fu abbandonato, le guardie licenziate,
col tempo crollò il soffitto
vennero alla luce i corridoi orrendi
le sale di tortura, quelle dell’antropofagia,
le gallerie con le invenzioni nascoste
e i tesori sepolti,
rovinate le mura, rimasero solo le impronte
di complesse incisioni sulla terra.
Ma simulazioni di labirinti, costruzioni oscure,
continuarono ad essere fatte con nuovi materiali,
con nuovi mostri, vittime, eroi, sovrani.
Si fanno soprattutto labirinti di parole,
ogni anno vi entrano nuove infornate,
ragazzi e ragazzi, con timore e noncuranza
per botole e tranelli, vicoli ciechi,
con l’ambizione di riformare e di rappresentare
l’antico dramma riadattato ai nuovi eventi,
dando ai ruoli principali gli stessi nomi:
Minosse, Pasìfae, Minotauro, Arianna,
Dedalo, Icaro, Teseo


[1] Il filologo greco Dimitris Maronitis, amico e studioso di Titos Patrikios, in un suo scritto sull’utilizzo del mito classico nella poesia moderna, evidenzia tre modalità di rapportarsi al patrimonio mitologico: ταυτοσημία , ετεροσημία, παρασημία, traducibili in identità, alterità, mistificazione.
[2] T. Patrikios, La resistenza dei fatti, trad. it. N. Crocetti, Crocetti Editore, Milano 2007

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