“Uno zapping forsennato delle mie forme”. Sull’ultimo romanzo di Simone Ghelli

di Umberto Mazzei

Una foto della presentazione del 27 ottobre alla libreria Einaudi di Siena
Uno scatto dalla presentazione del 27 ottobre alla libreria Einaudi di Siena

In occasione del nostro primo incontro di questo autunno, lo scorso 27 ottobre abbiamo presentato a Siena l’ultimo romanzo di Simone Ghelli, Voi, onesti farabutti. Di seguito vi proponiamo una recensione del libro e la registrazione della conversazione svoltasi con l’autore e il pubblico presente.

Pubblicato dalla casa editrice Caratteri Mobili, Voi, onesti farabutti è il terzo romanzo dello scrittore livornese Simone Ghelli, nato a Cecina nel 1975, fondatore e animatore del collettivo Scrittori Precari. In un centinaio di pagine l’autore condensa episodi dal forte contenuto autobiografico, di cui è difficile riassumere l’intreccio. La storia infatti non segue uno svolgimento lineare o una rigida partizione cronologica o tematica del materiale, ma si snoda tra aneddoti, riflessioni e frammenti di vita, accumulati l’uno sull’altro e tenuti insieme da associazioni e nessi simbolici.

Anzitutto il legame – biologico, affettivo e metaforico – che unisce i due protagonisti, solo in apparenza molto distanti, attorno ai quali si coagula la narrazione. Da una parte il nonno: partigiano, comunista poco o nulla incline al compromesso, testardo e schietto nel parlare. Dall’altra il nipote – l’autore e narratore in prima persona –, anarchico, lavoratore precario, introverso, afflitto dal “complesso del miracolato” e in preda a un senso di impotenza che sembra precludere ogni possibilità di cambiamento e di intervento sul reale.

Eventi significativi della vita di entrambi sono ripercorsi alla rinfusa, mescolati e accomunati. Così del nonno ci è raccontato l’incidente sul lavoro che lo porterà alla perdita della gamba, l’amicizia bruscamente interrotta con il collega e compagno Luciano, il rapporto con la moglie Isolina e i figli. Del nipote la militanza giovanile nei collettivi anarchici maremmani, il servizio civile svolto presso l’ospedale psichiatrico San Niccolò di Siena, il trasferimento a Roma e il rapporto conflittuale con la capitale. La stratificazione e l’accostamento di questi aneddoti lasciano a poco a poco emergere i motivi portanti del libro, quelli del conflitto generazionale e dell’emarginazione.

Se i due protagonisti occupano infatti gli estremi di un segmento famigliare, estremi che si rassomigliano e idealmente si riavvicinano fino quasi a coincidere, ciò che sfugge alla rappresentazione è invece il centro del segmento. La generazione di mezzo tra nonni e nipoti, quella dei padri: di chi è venuto dopo la Resistenza, ha goduto dello sviluppo economico e ha assistito al declino politico e morale del paese. Dei genitori e degli altri parenti del narratore al lettore sono forniti appena i contorni, a tratteggiare un vuoto di incomunicabilità, di incomprensioni e di sfottò all’indirizzo del nonno.

Tuttavia, proprio perché in absentia, il conflitto non può mai entrare veramente in atto. Ghelli si astiene dal formulare accuse dirette, formule risolutive che suonerebbero semplicistiche e pretenziose. Ciò che importa qui non è tanto additare i colpevoli o soppesare le responsabilità di ciascuno, quanto piuttosto l’opportunità di ritrarre, nei confini di una vicenda privata, l’attuale panorama di desolazione e l’assenza di prospettive future.

A un proposito non dissimile concorre allora anche l’operazione di ridimensionamento e “smitizzazione” della figura del nonno. Sebbene a tratti assurga a portatore di ideali incorruttibili, non mancano infatti le descrizioni delle sue debolezze a rendercelo più umano, come le scenate di gelosia verso la moglie. Ciò a ribadire come il significato emblematico resti comunque secondario rispetto alla volontà di testimoniare una storia personale, alla necessità di fissarla nella memoria.

L’emarginazione è presente invece a tre diversi livelli. Prima di tutto nel mondo contadino cui appartengono i nonni. Il recupero dei luoghi d’infanzia corrisponderà anche, inevitabilmente, con la riesumazione di questo mondo, dei suoi ritmi e del suo senso pratico, abbozzando alcuni splendidi affreschi di un’Italia rurale obliterata dalla corsa al progresso.

La politica delle chiacchiere per mia nonna vale zero, non fa comunità e ci mette le cuffie alle orecchie illudendoci di partecipare. Molto meglio la politica delle stoviglie, lo sfrigolio delle padelle e lo sferragliare nell’acquaio; molto meglio discutere del sapore della ciccia, se i cannelloni son rimasti morbidi e della consistenza della besciamella. Così, a riempirle a forza, magari le spegniamo tutte assieme quelle bocche che si sganasciano di concetti, che ruminano strategie, che impastano coalizioni già afflitte da alitosi. (p. 65)

In secondo luogo l’ospedale psichiatrico, luogo di segregazione e allontanamento per eccellenza. Non sarà un caso, infatti, che “matto” sia uno dei termini più ricorrenti del libro. Matti sono i malati veri, confinati dalla società in uno spazio altro utile solo a nasconderne l’ingombrante presenza. Matto è però anche chi, come il nonno, si ostina nel suo irresolubile attaccamento a valori e idee che la contemporaneità ha ormai svuotati di senso.

E così, alla fine, mi ci sono perso per davvero, in questo mondo: senza i matti lasciati andare in giro, o gli anarchici spariti pei boschi. In qualche modo ho continuato a cercarli, e sarà per questo che al nonno ci tengo tanto: perché mi ricorda un po’ gli uni e gli altri, con quel suo modo d’incendiarsi che ormai ci sembra un nonnulla. (p. 55)

Il terzo livello di emarginazione è poi quello del precariato, condizione che impone anch’essa una forma di tacita esclusione dal dominio degli aventi diritto di espressione. Doppiamente gravante sul narratore, poiché ad essa si assomma la “mattata” di aver intrapreso lo studio delle discipline umanistiche in un paese che non premia, ma frustra e punisce sistematicamente questa scelta.

Sfuggire a questa emarginazione vuol dire ricavarsi uno spazio proprio, costruirsi un’identità. Ma è un percorso impervio, faticoso e problematico, che sembra essere irrimediabilmente precluso:

Io non mi sento un intero, qualcosa da pensare tutto insieme: piuttosto passo da un canale all’altro, in uno zapping forsennato delle mie forme. Anche adesso, mentre cerco quest’ultime parole che estraggo a fatica: e davvero non lo so se siano mie o piuttosto rubate dalla raffica di frasi che fischiano tutt’intorno. (p. 90)

Eppure, un primo passo verso questa riappropriazione potrebbe essere proprio il recupero della lingua materna. Configurandosi come atto di rifiuto verso il romanesco, il toscano parlato giunge a permeare il tessuto linguistico del romanzo in modo sottile e non invadente, limitandosi a mirati interventi lessicali, ma determinando l’andamento ritmico cantilenante della prosa. Il testo si rivela quindi concepito e realizzato per la lettura, con una punteggiatura intesa, più che a ordinare la sintassi, a segnalare le pause per la respirazione.

Se alla fine del libro la ricerca di unità è dunque operazione incompiuta per il narratore protagonista, per il Ghelli scrittore Voi, onesti farabutti decreta la (forse) definitiva acquisizione di uno stile di cui sarà interessante conoscere gli sviluppi.

Ascolta la presentazione: Voi onesti farabutti @ Libreria Einaudi Siena

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