“Ogni adolescenza coincide con la guerra”. L’intervallo di Leonardo Di Costanzo

di Antonio Coiro e Camilla Panichi

L’intervallo, Italia 2012, regia di Leonardo Di Costanzo

Salvatore è un timido diciassettenne che ha lasciato la scuola da tempo: sopravvive vendendo granite con il carrettino assieme al padre. Veronica è una appariscente quindicenne, orgogliosa e aggressiva. Salvatore, ricattato dal boss di quartiere, deve fare da guardiano al sequestro di Veronica, colpevole di avere una relazione con un giovane di un clan rivale. Il tutto si svolge nell’arco di una giornata, dall’alba al tramonto, in unico luogo che comprende un’unica azione escludendo trame secondarie o successivi sviluppi della stessa vicenda. I due adolescenti si trovano così a dover condividere lo spazio e il tempo sospeso di un edificio abbandonato; come in una favola perfetta e compiuta un giardino dismesso e preda della fauna selvaggia diviene un luogo misterico e incantato; un collegio abbandonato diviene prigione e riparo, costrizione e fuga dalla realtà (frequenti le immagini di mura invalicabili che circondano l’edificio, le inquadrature dei protagonisti che guardano da finestre inferriate un fuori indecifrabile e decadente). Attorno, il corpo sofferente della periferia napoletana.

Come suggerisce il titolo stesso, il tempo della narrazione è quello di un intervallo, una porzione sottratta a due estremi, l’inizio e la fine, di cui la vita e i desideri dei due adolescenti misurano la distanza. Nell’intervallo del collegio, scandito dal sole feroce delle estati meridionali, dalle piogge improvvise e dalla luce naturale (secondo una precisa scelta della fotografia) i due giovani si immergono in quel tempo assoluto e dilatato che è l’adolescenza; in una comune indeterminatezza dei rapporti reali, quotidianamente sottratti dal mondo che resta fuori. Nessuno dei due ha infatti scelto di trovarsi lì, e nessuno dei due sa veramente perché si trovi lì: Salvatore lo ignora totalmente, Veronica è a conoscenza delle cause, ma è del tutto estranea alle logiche che ne regolano la condotta. La convivenza coatta è problematica e l’incontro con l’altro assume, in una fase iniziale, la forma inevitabile dello scontro. Nel fatiscente spazio in cui Salvatore e Veronica sono costretti, dopo un primo momento di studio, diffidenza e aggressività, si abbandonano progressivamente alla necessità della condivisione. Ed è qui che ritornano le forme proprie di ogni giovinezza: le fiabesche mitologie del terrore (i racconti sulla giovane suicida che aveva abitato il collegio, la tragica storia di tradimento e vendetta raccontata da Salvatore), la scoperta, nei sotterranei allagati dell’edificio, di una barca su cui i ragazzi salgono immaginando un mondo a misura delle loro fantasie (“Se non fosse così sporco sembrerebbe la Grotta Azzurra”, dice Veronica) condividendo lo spazio della piccola imbarcazione e, metaforicamente, lo stesso destino. Ma ad essere condivisi sono anche i desideri e le infinite possibilità di una vita che non ha ancora forma e che, al tempo stesso, inizia a prendere coscienza della prossima determinazione: Salvatore sogna di diventare chef, ma accetta la modesta attività ambulante con stoicismo e genuina saggezza popolare; Veronica deve ancora dare una forma ai suoi quindici anni: “Quello che vorrei fare nella vita io, ancora non esiste”, confessa in un dialogo.

L’intervallo del film diventa una sospensione nella vita di Salvatore e Veronica: tempo mitico in cui finalmente rivivere un’adolescenza troppo presto rubatagli da un contesto sociale spietato, fatto di micropotere e piccoli soprusi, mai rappresentato direttamente nel film, ma sempre sottointeso. Così, i due giovani, possono sedersi su un tetto e immaginare che un terremoto spazzi via le cose brutte delle loro vite: il vicino aggressivo, il boss del quartiere, l’estetista che parla troppo, gli aguzzini, i creditori. Ma ogni negazione è tutt’altro che pacifica. Il tempo del mondo torna inesorabile a turbare il tempo circolare del collegio: l’arrivo, risolutivo, del capoclan segnerà la fine della narrazione e forse del breve rapporto tra Salvatore e Veronica. Il primo riporterà il carretto delle granite dal padre, come alla fine di ogni giornata di lavoro; Veronica cederà con ingenua delicatezza alle intimazioni del boss (una persona intelligente e aperta al dialogo, avulsa da ogni brutalità, e per questo profondamente pericolosa), promettendo di non vedere più il giovane del clan avversario. L’ultima sequenza del film sarà un’inquadratura della periferia napoletana: il fuori che Salvatore e Veronica hanno osservato da lontano è lì ad attenderli.
Oltre ad essere coerente con l’unità spazio-temporale, l’assenza di scioglimento del finale è la sospensione propria della giovinezza. Ogni adolescenza è una guerra continua contro il mondo, sempre tesa tra l’istinto di rifiutarlo e il tentativo di modellarsi su di esso. Non è dato sapere, per lo spettatore, quale forma prenderanno le vite di Salvatore e Veronica, se la breve esperienza inciderà nel loro vissuto.

Con L’intervallo, Leonardo Di Costanzo si misura per la prima volta con i tempi e le forme della fiction. Il risultato è un piccolo gioiello estetico. Lo stile è scarno ed essenziale: luce naturale, inquadrature lunghe, profondità di campo; si ha come l’impressione che la cinepresa non domini più lo spazio, ma impari a conoscerlo e a scoprirlo con il procedere del film, e con lei i due protagonisti. Attraverso una regia ai limiti del “cinéma vérité” (il regista napoletano si è formato presso gli Ateliers Varan di Jean Rouch), il film elude i temi ormai canonici delle narrazioni di camorra e presenta uno sguardo profondo sugli abusi e le storture di una terra, e al contempo restituisce in maniera seria e problematica quello stato di incantata indeterminatezza che è l’adolescenza.

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