La libertà dopo Planaval: una lettura di “Prove di Libertà” di Stefano Dal Bianco

di Simone Burratti

Allora, vorrei che ci si concentrasse su quei sassi. Non perché siano importanti di per sé, e non perché siano un simbolo di qualcosa, ma proprio perché sono una cosa come un’altra: sassi.

Hanno però delle qualità: sono visibili e toccabili, sono tanti e sono separati.
Noi dobbiamo stare con i sassi.
Sono una cosa del mondo.
E dobbiamo cercare di capirli.
È per questo che ho scritto una poesia che ha bisogno di un gesto e di un pensiero.

Adesso io starei qualche secondo in silenzio, pensando ai sassi.

(da Poesia che ha bisogno di un gesto)

Così si concludeva, nell’esordiente 2001, il Ritorno a Planaval (Milano, Mondadori, collana Lo Specchio, 2001) di Stefano Dal Bianco, uno dei più importanti libri di poesia del decennio scorso. Dopo undici anni di attese, questo Prove di libertà (Milano, Mondadori, collana Lo Specchio, settembre 2012), pur mantenendo una certa continuità nei confronti del libro precedente, continuità che conferma una precisa impostazione formale e metodologica, segna per diversi aspetti un punto di svolta, un parziale cambio di rotta che è soprattutto nel movimento del pensiero. Infatti, se Planaval era percorso, diario di viaggio, Prove di libertà è discesa, scandagliamento; se Planaval era un libro “orizzontale”, Prove di libertà è in tutto per tutto un libro “verticale”, tridimensionale, che non si muove più lungo la linea del tempo e dell’esperienza ma sceglie la profondità della concentrazione, attraverso un’ottica tutta introspettiva.

Sembrerebbe quindi confermata l’analisi di Andrea Cortellessa, che vedeva, oltre l’impostazione diaristico-narrativa di Planaval, una tendenza prettamente analitica, basata sull’osservazione e sull’astrazione, sviluppata sugli esempi di autori soprattutto stranieri come Stevens, Char e Ponge; eppure, Prove di Libertà non è un libro di osservazione. Superate le prime due sezioni (ancora molto vicine, anche cronologicamente, allo spirito di Planaval) ci troviamo di fronte a una volontà poetante estremamente “attiva”, a un vero e proprio compendio di “prove di libertà”, tentativi di evadere dalla “gabbia” e dal “dolore / di anime costrette” della poesia d’apertura:  tutta la raccolta può essere riassunta in questo sforzo, in questo costante lavoro su se stessi che si contrappone, con metodo, ai continui snodi palinodici di un io frammentato e meccanico.

E proprio quello del “lavoro” è, insieme alla “libertà” del titolo, uno dei temi fondamentali attorno al quale ruotano tutta la filosofia e le funzioni interne del libro; “lavoro” inteso come termine tecnico, importato direttamente dal pensiero e dalla scuola di Georges Ivanovic Gurdjieff. L’influenza del filosofo e mistico armeno, esplicitata in epigrafe a una delle più belle sezioni del libro, “Aforismi di lavoro”, è evidente fin dall’organizzazione generale della raccolta: nove le sezioni, sette che seguono le note della scala musicale più due “intervalli”, come nella “legge del sette”; tre o nove le poesie per sezione, escludendo il testo esplicitario. Alla misurata architettura interna si aggiungono numerose attestazioni terminologiche (il “pensiero intenzionale”, il “lavoro da fare”, la “macchina”, solo per citarne alcune), ma soprattutto le ricorrenze tematiche, da quelle già accennate della gabbia e del lavoro su di sé fino alla teoria dei centri e al ricordarsi di se stessi (“Varietà e problemi di pensiero”) e alla reincarnazione (“Restano pochissime cose”), passando per “le morti degli anziani” che diventano “cibo per la luna” (“Età della vita”); tutte gurdjieffiane pure “La digestione” e “Autolavaggio”.

E tuttavia il solido sostrato filosofico e concettuale non impedisce alla poesia di Dal Bianco di scorrere leggera e diretta: all’impianto ragionativo del discorso in versi risponde una tendenza puramente lirica, che si muove spesso dal particolare dell’evento quotidiano per poi volgersi alla comprensione del tutto, sempre immersi in un contesto umano che è via via l’ambiente familiare, la riflessione in solitudine durante un viaggio in treno o la contemplazione di un paesaggio (che acquista una valenza simbolica ed epistemologica  ben più densa che in Planaval, avvicinando il Dal Bianco-poeta al Dal Bianco-esegeta di Zanzotto), il tutto per arrivare a quella particolare “età della vita / in cui si rarefanno le amicizie” dove si attesta una nuova libertà ben diversa da quella che ci si aspettava; al tempo stesso molte poesie partono dal colloquio interiore, depurato e  de-contestualizzato, attraverso il quale il discorso filosofico si trasforma, paradossalmente, in parola carica di forza e concretezza, in grado di affrontare direttamente i drammi centrali dell’esistenza. Ed è soprattutto qui che va ricercata la novità di Prove di libertà: la capacità di arrivare a toccare l’umano senza per forza passare per il contingente, l’interrogarsi direttamente sulle cose importanti sfuggendo alla tentazione di una poesia meramente descrittiva o suggestiva, ma per mezzo di uno “scarto minimo” del pensiero, che si vede bene in testi come “Dalla gabbia” e “Uno che non si fida”. Dal Bianco non ha paura del confronto con i modelli letterari, né di affrontare i temi che sono alla base della letteratura di tutti i tempi. E i riferimenti (riverenze) alla tradizione sono numerosi, molto più frequenti che nel libro precedente: alle citazioni da Dante, Petrarca, Sereni (il “padre” della già citata “Varietà e problemi del pensiero”) e Zanzotto si unisce una lingua che conferma quella “medietas petrarchesca” a cui l’autore stesso aveva accennato: il lessico di Planaval appare qui del tutto cristallizzato, inserito in una struttura che, rispetto all’oscillamento tra versi e prosa del libro precedente, sembra aver scelto definitivamente i primi; ed è da notare una maggiore attenzione alla musicalità e l’incremento di rime e assonanze, segnali di una poesia che non rigetta del tutto la definizione di canto. Ma è un canto, quello di Dal Bianco, che richiede altrettanto spesso il silenzio e l’ascolto; e se su questo “silenzio” che cercava di pensare ai “sassi” si chiudeva il viaggio di Ritorno a Planaval”, ancora una volta in levare, su un silenzio che interroga e ascolta, ci congeda Prove di libertà:

Per carità, per amore, per grazia di Dio diciamolo a tutti: fermiamoci,

entriamo di notte nel bosco e ascoltiamo.
(da Essere umani)

9 commenti Aggiungi il tuo

  1. francesca ha detto:

    Ho trovato questa recensione attraverso il blog Tropico fantasma: entrambi hanno secondo me il merito di affrontare un’opera recentissima molto diversa rispetto alla raccolta precedente di Dal Bianco – un cauto silenzio, per me, su questo libro, rotto da poche voci (un altro articolo uscito è quello di Marchesini sul Sole 24 ore domenicale; altro, non mi pare). Riguardo a questa recensione, sono un po’ scettica: secondo me molte cose dette concernenti l’ultimo edito sono in realtà riferibili propriamente solo a Planaval. Credo tuttavia che questo errore che definirei prospettico derivi almeno in parte dalla luminosità di Ritorno a Planaval, che non può che rifrangersi anche su Prove di libertà, anche se, a parer mio, questo ultimo libro non gode di luce propria (in sostanza, si vedono nell’ultimo cose che non gli appartengono perché si parte dal capolavoro del 2001). Un esempio: Prove di libertà non è assolutamente depurato, decontestualizzato e immune in qualche modo dal contingente (versi sugli avvocati-ladri che lavorano mentendo, ad esempio). Questa secondo me è una forte debolezza del libro. In Planaval c’era astrazione, lo scandagliamento: ciò che lì andava rielaborato, cioè il lutto, era affrontato con un distacco anche temporale, quindi era svincolato dalla contingenza della vicenda, era assolutizzato e quindi parlava a tutti (raggiungendo, tra l’altro, l’anelito di Dal Bianco al senso di comunità). In Prove di libertà, invece, si sente come la materia non sia ancora sedimentata, anzi si percepisce sovente come le poesie siano mosse da un senso d’astio giocoforza presente nelle proprie vicissitudini esistenziali, se riguardano affetti e co., ma che inficiano l’assolutezza di un testo. Vorrei infine segnalare che Planaval non è il primo libro di Dal Bianco, che era già uscito nel 1991 con La bella mano e, nello stesso anno, con Stanze del gusto cattivo (nel Primo quaderno italiano).

  2. Lorenzo ha detto:

    Condivido il commento di Francesca, pressoché totalmente. Ma non ravviso una delle debolezze del libro nel ritorno banale alla contingenza, quanto piuttosto nel non avere un impianto stilistico e tematico ben determinato, come se il libro scaturisse da un remix non ben definito delle opere precedenti, che, come diceva Francesca, sembrano molto più luminose.

  3. francesca ha detto:

    Credo di essermi espressa male riguardo alla contingenza: non ho nulla contro la contingenza in sé, il problema è quando la vicenda non riesce a coinvolgere anche chi non l’ha vissuta per un’eccessiva presenza del dato contingente (detta in parole povere, a volte mi pareva di non riuscire a entrare nel testo perché non parlava a me, il componimento aveva ancora addosso tutte le marche del vissuto, che non può essere che proprio, penso alla rabbia). Questo è tra l’altro il centro delle osservazioni fatte (in modo più chiaro) su tropico fantasma, che riassume in una metafora secondo me azzeccatissima la sensazione del lettore in Prove di libertà: essere invitati a casa da un amico, e poi esser lasciati sul pianerottolo mentre all’interno si svolge una discussione (se Lorenzo o altri volessero buttare un occhio: http://tropico-fantasma.blogspot.it/ ).
    Sono d’accordo con Lorenzo anche sul dato formale-stilistico. Sebbene a una prima impressione Prove di libertà possa apparire più omogeneo rispetto a Planaval, dove prosa, poesia e testi ibridi non aderivano mai alla propria etichetta (e questa è un’altra cosa bella di quel libro), in realtà è il contrario, è molto più forte stilisticamente Planaval.

  4. Lorenzo Mari ha detto:

    Ora il discorso sulla contingenza mi è molto più chiaro, ti ringrazio, segnalo anch’io le ottime cose che si possono leggere su “tropico fantasma” e saluto… dal pianerottolo, decisamente. Lorenzo

  5. @Francesca:

    La ringrazio per le sue osservazioni, e mi interessa un confronto: io non sono d’accordo con lei in due punti.

    1) Secondo me i versi di “Prove di libertà” da lei citati (gli “avvocati-ladri”) non sono un buon esempio per sostenere la rabbia che pervade i libro, semplicemente perché non sono un riferimento biografico. Credo che siano da intendere come ‘cattive coscienze”, piuttosto: ma non in senso strettamente ‘contingente’. In questo caso la filosofia di Gurdjieff costituisce forse un riferimento necessario per la comprensione della poesia (“A tu per tu con io, contro la vita”, p.35). Il fraintendimento nasce da quello che io considero uno dei punti di forza della raccolta: da un lato, questo è un libro ‘a tesi’, nel senso che propone e sottointende chiaramente un’idea di vita, di mondo, e di comportamento. Dall’altro, non è filosofia in versi: è un libro di poesia. Dunque le cose non sono ‘spiegate’; sono trasfigurate, in alcuni casi – e non sempre il secondo livello è immediatamente percepibile.

    2) “Prove di libertà” non vive di luce riflessa rispetto a “Ritorno a Planaval”: sono molto diversi, anche stilisticamente, come evidenziato dalla recensione. Soprattutto, però, è diverso il modo in cui si autorappresenta chi dice io nelle poesie dei due libri. Non credo che la rabbia sia così presente e rilevante come una lettura esclusivamente in chiave biografico-contingente potrebbe suggerire; al tempo stesso, credo che il diverso atteggiamento del soggetto poetico (la scissione, la “provvisoria solitudine di io”; i tentativi di emancipazione e di fuoriuscita da uno stato -che non è solo individuale, ma è di tutti – di ‘prigionia di se stessi’, come è chiarito nella prima poesia, “Dalla gabbia” ) costituisca una differenza forte, e che in questo senso il soggetto di “Prove di libertà” sia più ‘attivo’e più consapevole di quello di “Ritorno a Planaval”.

    Claudia Crocco

  6. francesca ha detto:

    Gentile Claudia, grazie per le sue osservazioni. Malgrado le nostre opinioni sull’ultimo libro divergano, mi trovo in parte d’accordo con il suo secondo punto. Per quanto riguarda il primo: non c’è dubbio che Dal Bianco intendesse, come già aveva fatto esemplarmente in Planaval, proporre una vicenda, un argomento che potesse svilupparsi su più livelli, a cerchi concentrici, con il coinvolgimento di piani sempre più ampi. Il punto, secondo me, è che nell’opera del 2001 la materia era sedimentata, decantata. In Prove di libertà, invece, il riferimento ad alcuni elementi non mi danno l’impressione di dettagli che completino la visione, ma di scorie appartenenti alla vicenda biografica, che dunque inficiano una trasposizione su un piano più ampio. Prendiamo il caso degli avvocati-ladri: sarebbe effettivamente possibile intenderlo filosoficamente, come cattive coscienze. Ma quando l’ho letto a me non s’è aperto lo sguardo verso qualcosa d’altro, un piano superiore d’interpretazione, perché tutto il libro è pervaso da un senso di personale talmente diffuso che impedisce allo sguardo di sganciarsi dalla parola per guardare a un livello superiore (a cui certo si può guardare, ma per me con un senso di posticcio). Magari sono io che non ci arrivo, magari la lettura gurdjieffiana è subito evidente e forte (Gurdjieff c’è nella raccolta, parlo di questo esempio). In ogni caso gli avvocati ladri, il caso che mi aveva più colpita già durante la lettura, con il loro evidente sostrato di beghe personali (ora, non voglio entrare nelle vicissitudini di Dal Bianco, ma lungo tutta l’opera si sente come il fulcro sia la sua separazione, assurta direttamente a materia del libro senza preporre il filtro della lucidità), non riesce a elevarmi verso una lettura meno concreta.
    Secondo punto: sono d’accordo con il discorso dell’io. Non credo tuttavia che si possa vedere in quello di Prove di libertà un soggetto migliore perché più consapevole. Penso che la differenza sia dovuta anche al tema: in Planaval si rappresentava un soggetto che partiva da uno stato di immobilità, di stasi per approdare ad un nuovo movimento, attraverso l’elaborazione del lutto. Una stasi che lentamente diventa nuova partecipazione. Questo io appare (quindi non è detto che lo sia) meno consapevole perché è ritratto nel mentre dell’elaborazione, quindi non può vedere le cose da un’ottica distaccata, se non parzialmente (parlo in generale dei componimenti, esclusi certi in corsivo, che infatti sono in imperfetto, che fungono da collante del racconto: l’io che scrive, successivo, racconta l’io protagonista). In Prove l’io appare effettivamente più attivo, quindi sono d’accordo con l’osservazione riguardo alla distanza del trattamento del soggetto tra le due opere se la si riconduce alla differente posizione in cui viene ritratto il soggetto in due contesti molto diversi.

  7. Simone Burratti ha detto:

    Vorrei chiarire un paio di punti: prima di tutto questa storia della separazione andrebbe messa da parte, perché se ne parla in una sola sezione del libro (e nella dedica forse, ma non mi sembra rilevante) e tutto il resto non c’entra niente: ergo, quegli avvocati-ladri non sono veri avvocati-ladri, chiuso. Se si legge un libro di poesie con la tendenza a ritrovarci riassunta la biografia dell’autore è normale che questa biografia di sostrato finisca per creare problemi e ovvio che l’interpretazione del testo si allontani dalle intenzioni dell’autore, laddove lui non abbia voluto farla emergere, questa biografia. Credo che per leggere poesia occorra sempre uno sforzo, cercare di staccarsi da ciò che si vuole o ci si aspetta di trovare e spingersi con la mente più in là, per ascoltare quello che realmente il poeta vuole dirci: ascoltare è un po’ diverso da immedesimarsi.
    In questo senso, il problema del contingente non sedimentato mi sembra un falso problema: oltre a sottolineare la possibilità dei due livelli di cui ha giustamente parlato Claudia e l’importante componente “attiva” del linro, credo che una maggiore inclusività della vita “viva”, personalissima, non riducibile e non sedimentata e dunque ancora lì, sulla punta della lingua e del pensiero (ma siamo sicuri che sia davvero così poco digerita?), una vita-esercizio, applicazione concreta di un’idea che si reputa importante, sia la scelta giusta per controbilanciare un contenuto “teorico” (l’insegnamento di Gurdjieff, in questo caso, è peraltro più pratico che teorico) che rischierebbe altrimenti di risultare poeticamente sterile. E comunque, come ho già scritto, solo alcuni testi del libro presentano una contingenza di questo tipo, mentre altri sono davvero liberi da qualsiasi tipo di hic et nunc, riuscendo a raggiungere il risultato sperato (la poesia) per una via secondo me ancora più notevole.
    Detto questo vorrei invitare a rileggere il libro con una disposizione d’animo nuova, diversa da quella con cui si è letto Planaval, e con un’attenzione più paziente, assidua e fiduciosa, perché secondo me è possibile superare questo “effetto-pianerottolo”, e lo sforzo paga.
    Ps: l’“esordiente” in apertura non è riferito a Planaval ma all’anno 2001, volendo intendere un inizio di secolo.

    S.B.

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