Le meraviglie del possibile. Sul #14N e il nostro viaggio

 di Bruno Pepe Russo

Santiago, Atene, Valencia, Montreal, Roma. Chiomonte.

Dove siamo noi, in questa storia? Si addensa il nostro tempo, lo si avverte. Ci circonda, potremmo dire, una proliferazione discorsiva su di noi, su ciò che è giusto, su ciò che è sbagliato, su ciò che è e che non è.

Alzatevi un attimo dalla sedia e pensate a quante volte, nell’ultimo anno, avete parlato con amici, genitori, parenti, colleghi, della vostra condizione di vita.

Io, che sono giovane e faccio politica da quando ero bimbo, presto molta attenzione a questo. A mio padre, che dopo anni passati a essere bombardato di discorsi da me, adesso quasi comincia lui a parlarmi del ddl sulla scuola, e della sua professionalità malpagata. Ai colleghi adolescenti, i tanti della “violenza-mai” nati negli anni ’80 e ’90, che mi chiedono come si possano tenere insieme violenza e tenerezza.

E i giornali: persino la colonna destra di Repubblica pare ridursi. Una spinta collettiva di presa di parola si produce, ovunque. È questa una delle facce della crisi: se forme di potere e di sapere sono connesse, beh, se collassa una, collassa anche l’altra. E anche nel sapere l’instabilità del capitalismo si fa sentire. Il sapere critico, le domande sul sé e sul proprio tempo, vivono una fase espansiva nella vita discorsiva di ognuno di noi, giorno per giorno. Fateci caso.

In Italia, questa esplosione discorsiva e pratica di contestazione dell’esistente è cominciata, come nel resto d’Europa, attorno all’autunno del 2008, quando la crisi ha cominciato a palesarsi con i primi licenziamenti di massa e i primi provvedimenti legislativi dell’austerity, e quando la generazione precaria, nuova emblematica creatura della povertà diffusa, ha contestato la famosa legge 133.

Ciononostante, la percezione che qualcosa di nuovo stesse nascendo sotto le immagini degli scatoloni della Lehman Brothers è stata fortemente ritardata dalla presenza di Berlusconi.

Per molto tempo, quasi 4 anni, tutte queste nuove spinte, l’insoddisfazione diffusa, la percezione dell’insufficienza del sistema capitalistico anche nel solo ruolo di garanzia dei più minimi bisogni, (persino per il ceto medio), tutto questo discorso sul sé è stato forzosamente e politicamente ricondotto all’antiberlusconismo.

Nonostante tutti i movimenti contro l’austerity (studenti e precari), le lotte ambientali (TAV e ciclo dei rifiuti) si ponessero fuori dal piano del (anti)berlusconismo, persisteva comunque, radicata nel tessuto del sapere circolante nel paese e catalizzata dal blocco liberale delle Procure, di Repubblica e del Partito Democratico, la tendenza a riconnettere tutto attorno alla figura del tiranno.

La testa del tiranno è stata mozzata: non da questi movimenti, ma da una restaurazione targata Draghi-Napolitano-Monti che ha dato via a un processo di razionalizzazione della politica italiana: meno balletti, più grosse koalition che esegua, senza sosta, gli ordini della BCE, e del dispositivo capitalistico dell’austerity.

La testa del tiranno è caduta: il sapere del paese, i discorsi, si sono messi a balbettare, più o meno in questo modo:

Il 14 novembre il balbettio è finito, perchè 100.000 corpi hanno avuto quello che un bel libro chiama Le courage de la verité.

Dove siamo noi?

In una frontiera, in una faglia. Delle nostre vite e della vita di tutte e tutti. Per dire cose che si dicono sempre ma che è giusto ripetere: per circa 60 anni, in Europa, si è realizzato un formidabile compromesso storico fra due soggettività, il Capitale e il lavoro. Il welfare pubblico è la creatura che questo compromesso ha prodotto. Compromesso sanguinolento, che ha lasciato per terra le tracce di chi voleva spingere più in là l’asticella del possibile. Da 30 anni la restaurazione neoliberale ha però trovato nella globalizzazione il terreno e al contempo il pretesto per spazzare via quel sistema di diritti costruito nel secolo breve.

La crisi ratifica questa situazione di fatto, mostra l’arroganza, la ferocia dei nuovi capitali deterritorializzati, delle holding finanziarie, che cercano profitto nella debitocrazia, togliendoci i diritti e costringendo ad indebitarci all’infinito. Schiavi al lavoro per ripagare ciò che ci spetta, ciò che è nostro e dobbiamo prenderci: la ricchezza che produciamo tutti insieme.

Il Politico è a somma zero. Se da qualche parte qualcuno piange, da qualche altra qualcuno ride.

Troppo spesso la crisi ci appare come priva di ogni soggettività, come un meccanismo comparso da solo, che si alimenta da solo, e non, invece, il risultato di precise scelte politiche e di rapporti di forza.

Dove siamo noi, in questa faglia?
Nell’Europa della crisi e dell’austerity, nell’Italia di Monti, in cui l’intero arco parlamentare o quasi sostiene il governo dei tecnici, emissario diretto delle politiche di austerity della BCE.

2012: 45% di disoccupazione giovanile, potere d’acquisto in contrazione continua, recessione, cassa integrazione straordinaria che l’anno prossimo segnerà il suo ultimo anno di validità per le richieste di CIGS fatte nel 2008, l’anno dello scoppio della crisi.

E poi povertà, povertà diffusa che i dati, da soli, non riescono a raccogliere.

Et ce n’est qu’un debut. Analizzando le linee tendenziali dell’austerity non si può che guardare alla Grecia, alla Spagna. A quelle mattine in cui ti svegli e i tuoi genitori insegnanti di liceo hanno il 30% di stipendio in meno. Secco. Bam. Quei giorni in cui ti svegli e han chiuso due ospedali, in cui ti svegli e ti trovi ad un concorso pubblico, i pochi risibili che ci sono ancora, con un rapporto fra domanda e offerta di 1 a 1000. 1000 che provano, 1 che ce la farà. E non è un caso che te lo facciano pagare quasi, il lavoro, nella selva degli stage non retribuiti e della manovalanza precaria nulla-pagata.

La marcia dell’austerity sulla dignità e sulle possibilità delle nostre vite è ancora molto lunga. Crescono ormai schiere di nuovi poveri negli altri PIIGS (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna), un acronimo che ben descrive la qualità della vita di chi abita nell’UE premio nobel per la pace. La contrazione dei salari, la distruzione neoliberale dei diritti novecenteschi, più straordinari non pagati, meno diritto di sciopero, più aggressione del privato ai beni comuni. Disastro.

Che fare? Che fare? Che fare?

Come si cambia la realtà? Come si fa a creare ciò che non c’è. Le meraviglie del possibile sono tutte davanti a noi.

Il declassamento e l’impoverimento stanno producendo un primo risultato fondamentale sul piano del politico: hanno radicalizzato la crisi della rappresentanza in maniera del tutto inedita.

Un partito sopra il 20%, una selva di partiti attorno al 10%: ciò vuol dire che la governabilità, che è quella condizione nella quale la molteplicità della volontà elettorale riesce a comporsi in un mandato di governo, in una possibilità di captazione del voto nel meccanismo della sovranità, sta collassando.

Partiti come quello di Grillo, nonché l’astensione, ci parlano di questa tendenza per la quale dal voto non si produce una maggioranza. La popolazione votante non è più registrata, sintonizzata con i tempi e le volontà della politica istituzionale: c’è come uno scarto, una deviazione, che deriva dal fatto che la governamentalità non riesce a produrre al livello popolare le condizioni della governabilità.

Ed è per questo disordine decostituente dell’elettorato che la governance, il vero luogo della decisione politica, cioè il piano deterritorializzato degli istituti finanziari e del loro capitale, impone il golpe dall’alto della tecnica, del governo dei tecnici, della politica istituzionale che tutta insieme sostiene l’unico governo possibile.

C’è oggi, infatti, un solo governo possibile dentro la compatibilità istituzionale. È quello ABC, Alfano-Bersani-Casini, è quello di Pasok e Nea Democratia in Grecia, quello insomma in cui il bipolarismo dell’alternanza mostra il suo vero volto unitario a sostegno delle politiche di austerity dettate dalla BCE.

Tutti i discorsi e le pratiche del blocco conservatore e di quello progressista convergono nel solo obiettivo di essere “all’altezza dell’Europa” , di essere l’esecutivo, dentro l’ambito della Costituzione, di ciò che viene deciso dal vero esecutivo politico, che è altrove, fuori dallo spazio di esercizio della sovranità nazionale, dello spazio della rappresentanza e del meccanismo del voto.

Chi va cianciando di patrimoniali e di primarie, o è in cattiva fede e mente, o è in buona fede ed è stupido. Il fiscal compact obbliga l’Italia a tagliare altri 45 miliardi nel solo 2013: nessuna politica di redistribuzione, diritti, eguaglianza, libertà, può svolgersi a queste condizioni. Anche le minime proposte che i socialisti europei provano (senza successo, visto che Hollande, eletto presidente di un paese molto potente e con una maggioranza schiacciante in parlamento, l’ha ratificato senza alcuna integrazione, tradendo la proposta principale della sua campagna elettorale) ad avanzare sono francamente risibili, insignificanti rispetto al dispositivo neoliberale dell’austerity.

Per come sembra comportarsi il consenso elettorale nel nostro paese, persino il cameronismo rampante di Renzi sembra essere destinato a sgonfiarsi, come una bolla passeggera di consenso.

Più o meno conscio che sia questo processo, il tema del nuovo, la speranza e la voglia di novità e alternativa, non sono più captabili dalle retoriche neoliberali o demagogiche.

Le richieste dell’Europa ai paesi come l’Italia rappresentano il più grave attacco del potere capitalistico alla vita degli europei da molto tempo a questa parte.

Come si cambia la realtà? Come si schiudono le meraviglie del possibile?

Il 14N si è aperta una faglia in Italia. I corpi della mia generazione infranti contro la polizia hanno chiarito il campo di forze: da una parte la dittatura capitalistica, dall’altra parte corpi desideranti e le vite che parlano di mondo diverso. Lo Stato ci ha riconosciuti come controparte, dando mandato alle forze dell’ordine di colpire con violenza particolare, inedita, considerando la completa assenza di ogni tentativo di mediare con un corteo, quello romano, di circa sessantamila studenti. Le immagini sono su tutti i giornali. Per fortuna gli otto ragazzi romani sono stati liberati dopo “solo” due giorni. O meglio non per fortuna, ma per la forza e la pressione che abbiamo esercitato con contro-inchieste, proteste e cortei contro la repressione furiosa di quel pomeriggio. Il fatto che persino Vendola abbia sentito il bisogno di dire che la violenza macchia la legittimità dello scioper(icchi)o della CGIL (4 ore a fronte di ben più importanti scelte dei sindacati greci e spagnoli) ci informa di quale sia la tendenza suicida anche dei pezzi migliori della sinistra parlamentare.

Tutti dentro per ridare a Monti, o chi per lui, altri 5 anni di gestione del potere in Italia, con l’austerity ben temperata dalle lacrime di Fornero e dalle dotte citazioni del presidente.

Il fuori siamo noi, corpi in viaggio, saperi nella crisi che sperimentano ed allargano l’immaginazione di una società diversa, che pensano alla rivoluzione energetica, al reddito di cittadinanza, alla ricchezza oltre il profitto.

Ciò che succederà nei prossimi mesi ed anni in questa Europa dei PIIGS, dipende da noi. Più bravi saremo, più forza avremo, più il corpo dell’opposizione sociale si allargherà, più anche la possibilità dell’alternativa prenderà corpo, e produrre nuove istituzioni, cambiare la costituzione formale e materiale del nostro tempo, sarà a portata di mano.

L’Europa è il terreno in cui sperimentare la potenza dei nostri desideri, in cui costruire una forma nuova e audace di cittadinanza. Appropriarsi della ricchezza che produciamo quotidianamente, reclamare il diritto alla salute, al reddito, contro solitudine, violenza e povertà. Ma i desideri di creazione, l’alternativa che le nuove povertà dovranno costruire passano per l’opposizione sociale di massa al governo Monti e agli esecutivi made in UE che seguiranno: l’illegalismo, il blocco della produzione, dei trasporti, del profitto: sono questi gli strumenti che qualificano l’azione di contestazione dell’esistente, che estendono nel tessuto delle nostre città la nostra forza.

Al contempo, questa forza dev’essere in grado di farsi strada in quella folla di discorsi a cui accennavo all’inizio, dev’essere in grado di tracciare delle linee di fuga, di desiderio, di saperi al contempo specifici (cos’è il debito pubblico?) e in grado di generalizzarsi nella forma della critica radicale. Bloccare la città, attaccare l’Europa delle diseguaglianze, e al contempo produrre e riprodurre dentro il tessuto sociale culture e saperi alternativi. Strappare il sapere ai tecnici, produrre un sapere orizzontale e condiviso che sia immediatamente alternativa sistemica.

Per un tempo che potrebbe essere anche molto lungo, ma che è fatto di tanti tempi e luoghi da attraversare subito, dovremo avere la forza di federare le nuove povertà e divenire potere costituente.

5 commenti Aggiungi il tuo

  1. Teresa Cerzosimo ha detto:

    un ritratto lucido ,spietato e fedele di ciò che ci accade, ma anche chiarezza di idee e di propositi ,condivido tutto e ringrazio

  2. Francesco Asti ha detto:

    Credo che la crisi sia dovuta ancora prima che a un fattore economico al passaggio da due diverse epoche storiche (quanto meno occidentale). Ciò di molto di quello che sfugge è dovuto alla nostra incapacità di interpretare la nuova realtà, di avere chiavi per leggerla e saperla trasformare questa nuova epoca . Lo dici ottimamente “Il sapere critico, le domande sul sé e sul proprio tempo, vivono una fase espansiva nella vita discorsiva di ognuno di noi, giorno per giorno. Fateci caso”. “Dove siamo noi?In una frontiera, in una faglia. Delle nostre vite e della vita di tutte e tutti”.
    Per questo non so quanto Capitale, Finanza e Poteri con la P maiuscola siano forze predominanti nel creare lo stato di cose attuale. Il potere è qualcosa di diffuso e in continuo gioco con migliaia di altri poteri. Anche finanza e capitale devono fare i conti con un sistema in cui hanno vissuto e prosperato che sta inesorabilmente e radicalmente cambiando. Il loro è un estremo tentativo di rimanere identici a sé stessi, così come per la politica e che è insita in tutti noi. Ma come tutti no non sono coloro che creano la Storia, sono uno tra i tantissimi attori.
    Credo che le domande “Che fare? Che fare? Che fare? Come si cambia la realtà? Come si fa a creare ciò che non c’è. Le meraviglie del possibile sono tutte davanti a noi” rispecchino esattamente il dramma e la fortuna che ci troviamo davanti. Avere di fronte la possibilità di creare un mondo diverso e non sapere come farlo. In primo luogo perché non abbiamo ancora gli strumenti interpretativi per cogliere quel mondo nuovo che ci sta davanti. Prima ancora che il capitale è questa, a mio avviso, la forza che ci rema contro. Tutte le forze che hai tu descritto intervengono solo dopo questa.

    Mi trovo comunque molto d’accordo su parecchi punti e sul ritratto complessivo che ne viene fuori: tragico ma pieno di speranza.

  3. difaul ha detto:

    La distinzione fra “la dittatura capitalistica” da una parte ed “i corpi della mia generazione e le vite che parlano di un mondo diverso”, pur una bella immagine, offre il fianco a due equivoci. 1) Gli studenti, corpi o non corpi, vite o non vite, sono in grado sul serio di immaginare un mondo diverso, oppure si lanciano a corpo morto contro le barriere che delimitano percorsi esistenziali obbligati e sterili nella mancanza di una qualunque alternativa? 2) Il campo avverso, è veramente la dittatura capitalistica, o è solo un cordone di polizia, brutale e codarda finché si vuole ma assolutamente estraneo alle realtà efficacemente enumerate nella prima parte dell’articolo?
    Detto diversamente: si è fatto veramente qualcosa, il quattordici novembre? Oppure si è trattato dell’ennesimo rituale novembrino della crisi che non sposta di una virgola gli equilibri reali?
    Mi pare che, al di là dell’enumerazione (corretta e puntuale) delle sfighe l’aspetto strategico sia ancora da definire. Ma ci si sta lavorando.

  4. Emanuele ha detto:

    d’accordo con l’analisi, cioè in buona sostanza per quel che riguarda la crisi della rappresentanza, ormai generalizzata; sono molto più scettico rispetto all’idea che i movimenti riescano a farsi potere costituente. di sicuro sono l’unica opposizione al momento, ma questo (purtroppo) non vuol dire che siano capaci di ribaltare le cose, e che non ci sia bisogno di lavorare su altre piste. credo che ci sia molta differenza fra la legittimità delle rivendicazioni sociali avanzate dai movimenti e la capacità che questi hanno di rispondere in prima persona alle stesse esigenze che sollevano. sarò eretico e scomodo, ma credo non porti a nulla cedere a facili entusiasmi, dal 14N alla rivoluzione c’è un abisso che non vedo la possibilità di colmare al momento. Mi sembra che con troppa leggerezza si dica che semplicemente bloccando le città e producendo saperi orizzontali e condivisi si possa produrre un’alternativa sistemica. In ogni caso non voglio che mi si fraintenda: non intendo rompere le uova nel paniere, ma solo far avanzare il dibattito.

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