Trasfigurare il passato. Su “Sorgo Rosso” di Mo Yan

di Valentina Morotti

“Hong gao liang”, Cina, 1987, regia di Zhāng Yìmóu

Vorrei raccontare cosa non è questo libro. Sorgo Rosso non è una narrazione storica. Nei giorni immediatamente successivi all’assegnazione del Nobel, è stato da più parti presentato come l’affresco di un intero popolo, un romanzo storico che ripercorre sessanta anni di storia cinese attraverso la saga di una famiglia di contadini. Ma questo non è il suo vero aspetto. Prende piuttosto la forma di un delirio durante il quale immagini del passato personale e della Storia invadono la mente del narratore: immagini distorte, esagerate, falsate, dai colori irreali e gravide di particolari.

Sono immagini di un passato che sfugge a ogni ordinamento temporale oggettivo: momenti visivi di un’evocazione onirica e non episodi di una cronaca precisa. Il frammentario mosaico di queste immagini compone l’infanzia del narratore: ad episodi vissuti personalmente si accompagna il confuso patrimonio orale ricevuto dai nonni. Gli episodi non seguono una logica temporale, ma spaziale ed emotiva: il racconto si snoda infatti in una sequenza di luoghi vissuti dagli antenati e ripercorsi dal protagonista, con continue interruzioni, analessi, mutamenti di passo, dal flusso di coscienza alle memorie delle generazioni perdute. Ciò che dà unità al racconto è l’ambiente naturale nel quale i personaggi sono immersi: non uno spettatore neutro delle vicende umana, ma una sostanza che partecipa compassionevolemente ai loro stati d’animo. Seppur suggerito da alcune date, l’esatto ordine cronologico delle vicende storiche narrate (dagli anni ’20 del Novecento fino agli anni ’70) deve essere ricostruito da chi legge, e il compito è reso difficile da un montaggio sempre più incalzante con cui sono intersecati i piani temporali e i punti di vista.

Sorgo Rosso non è, come è stato suggerito in tono polemico, il racconto nostalgico di uno scrittore fedele al maoismo. 
 La rievocazione allucinata del passato è priva di ogni forma di nostalgia: un catalogo di violenze, sopraffazioni e crudeltà al quale sfugge, ma solo parzialmente, il ricordo della madre. Eppure, anche in questo caso, l’afflato nostalgico non sembra consentito.
 Il racconto furiosamente espressionista del funerale pronuncia quali sentimenti siano leciti verso il passato.
Quindicenne all’epoca dei fatti, il narratore rievoca il cadavere della madre descrivendolo come quello di una sposa giovane e splendida, per poi dubitare della verità della sua percezione e prospettare una cruda smentita da parte di altri testimoni oculari, smentita che non altera la sua convinzione di aver visto qualcos’altro. Manca la nostalgia quindi, e la disposizione naturale verso il passato è data invece da una collezione di tentativi più o meno felici di inventarlo, seminando i ricordi di nuovi significati.

Se qualcosa del passato può essere salvato non va cercato allora tra gli uomini, ma nel mondo vegetale e animale. Gli animali e le piante di sorgo accompagnano con il loro dolore le esistenze umane, e la loro caratterizzazione con attributi umanizzanti è funzionale all’idea che la natura sia, in un certo modo, meno efferata delle società umane. Per esempio, nell’immaginare la morte della nonna, avvenuta molto prima che lui nascesse, il narratore ricorre a un’allegoria animale per suggerire la santità del suo sacrificio. L’immagine di un mondo naturale innocente resiste fino al terzo, allucinato capitolo. Qui, con toni espressivamente cupi, si racconta come il sangue versato dalla guerra ecciti i cani – animali storicamente fedeli al villaggio – al punto da mutarli in bestie feroci.
Successivamente, il narratore svela gli aspetti brutali e meschini delle eroiche figure degli antenati che giganteggiano nella prima parte. Il lavoro di Mo Yan sui materiali offerti dalla tradizione letteraria cinese diventa quindi manifesto.

Sorgo Rosso segue il modello di una narrazione popolare, quella dei briganti coraggiosi che si ribellano contro un potere percepito come oppressivo per diventare valorosi difensori del proprio paese, un genere che ha dato alla letteratura cinese grandi romanzi epici. Mo Yan porta ad agire su questo tessuto tradizionale personaggi che di eroico hanno solo il coraggio – o meglio la spavalderia – con cui sanno morire, ma che per il resto non sono portatori di nessun valore esemplare. Se consideriamo poi che questi antieroi sono partigiani che combattono fieramente contro i giapponesi invasori, e che durante il regime di Mao i romanzi epici sulla guerra patriottica divennero un genere frequentatissimo, appare chiaro come il discorso di Mo Yan acquisti anche un valore di critica rispetto alle costruzioni ideologiche di una certa cultura cinese.

La cosa più interessante, comunque, rimane la visione della storia che emerge nella narrazione. Le vicende storiche, determinando tragicamente la vita dei protagonisti e dei comprimari, sono segnate da una presenza quasi metafisica della violenza che coinvolge tutti gli esseri viventi. La Storia aggiunge atrocità ad una realtà già impregnata di brutalità: Mo Yan non risparmia nulla degli orrori della società tradizionale cinese, in cui la violenza fisica sul debole da parte di chi esercita il potere – che sia il potere pubblico dei magistrati inviati dalla capitale, o quello privato dei genitori verso i figli – risulta essere la norma. Per raffigurare questi caratteri della realtà umana, ricorre a una scrittura che fonde momenti di crudo realismo con momenti fortemente simbolici e carichi di lirismo. La cifra stilistica dominante nel romanzo è quindi una forma di espressionismo che anima le descrizioni iperrealistiche: elementi di bassa corporeità o di violenza fisica raggiungono effetti opposti al realismo vero proprio nel momento in cui vengono calati, con tutta la loro asprezza, in una dimensione di incubo e di trauma. Nei ricordi del narratore descrizioni di questo tipo diventano il simbolo di una realtà violenta e adulta che all’improvviso si materializza nel suo mondo per strapparlo all’infanzia. Scenari così intensi – a volte letteralmente difficili da sopportare – mettono in scena l’intero dimensione dello sgomento di fronte al riconoscimento della violenza come essenza della realtà umana.

Leggere Sorgo Rosso impone allora di rinunciare a ogni tentativo di fedele cronaca delle vicende passate. Ogni evento narrato è deformato dalla memoria e dall’inconscio e si può persino arrivare a dire che il vero protagonista, in questo romanzo solo apparentemente storico e realistico, sia l’immaginazione di chi racconta. Fin dall’inizio si dànno episodi in cui la credibilità del narratore è continuamente messa in discussione dalla divergenza tra i suoi ricordi e le ricostruzioni di altri personaggi. Vengono riportati anche fatti avvenuti prima della sua nascita, e il lettore, sebbene non riceva espliciti avvertimenti in merito, non tarda ad accorgersi della duplice mediazione attraverso la quale gli giungono queste vicende: il protagonista le ha apprese dai genitori, ma le ha poi introiettate e modificate nel profondo, fino a restituirle come racconti schermati dal rimosso e attraversati dalle proiezioni del suo desiderio. In questo modo alcune ricostruzioni apparentemente esagerate o ingenue si spiegano come frutto del desiderio del narratore, che vorrebbe proiettare sui suoi antenati un’aura di leggenda ed eroismo, con apici di semi-divinizzazione – come nel caso dell’episodio della morte della nonna. Se cade la distinzione stessa tra realtà e illusione, anche i valori e l’eroismo di cui è ricca la prima parte del libro si rivelano feticci e proiezioni fantastiche: il passato mitico e le gesta eroiche che dovrebbero opporsi a un presente degenerato e senza prospettive probabilmente non sono mai esistiti. Così Mo Yan esprime la disfatta di ogni tentativo di rinvenire un significato univoco in seno alla tradizione: ogni ricostruzione storica non può eludere una componente immaginativa che in definitiva la sfigura e la rende inservibile.

Mi sembrano funzionali a questa prospettava anche la dimensione grottesca della scrittura, il capovolgimento dell’opposizione umanità/bestialità, il disvelamento dell’illusorietà dell’epica, gli slanci iperbolici e il tono caricaturale che riempiono le pagine di Sorgo Rosso. La conclusione manca poiché il flusso dei ricordi è bruscamente interrotto. Si rimane con l’impressione che la sola ipotesi di salvezza nella Storia sia nella dimensione della creatività e della narrazione. Consapevoli che ogni resoconto del passato è falsificato dalle funzioni più elementari della memoria, non ci resta che dare voce, e scrittura, a questa polifonia di immagini senza disperderle e sfidando l’inganno di ogni definitiva fiducia.

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