“L’eroe salva le persone che gli stanno intorno.” Conversazione con Alberto Garlini #2

di Silvia Costantino

Ishtar, dea dell’amore e della guerra. Nell’iconografia babilonese aveva contemporaneamente l’aspetto di dea benefica (amore, pietà, vegetazione, maternità) e di demone terrificante (guerra e tempeste).

Di seguito, la seconda parte dell’intervista a Alberto Garlini su La legge dell’odio, il suo ultimo romanzo. Qui la prima parte.

La prossima domanda riguarda proprio il rapporto con Antonella, che è un personaggio altrettanto carico di significati, di simbologia; è un personaggio tormentato, tanto quanto Stefano, una donna che cerca continuamente legami con la propria infanzia e tenta continuamente di fuggire da una realtà che non accetta – la morte del fratello, ma anche la vita come figlia di un importante e ricco editore comunista, di cui sembra sposare l’ideologia ma in un modo completamente astratto, personale. Dall’altra parte c’è questa figura, quella di Cesarea Carriego, la poetessa realvisceralista, che appare altrettanto simbolica, una ‘guerriera’ della terra e della parola. Sono senza dubbio, nelle loro grandissime differenze, le due donne cui Stefano è più legato, le donne della sua vita.

Antonella ha un legame con l’origine. Lei è legata al fratello, ed essendo legata al fratello è legata alla sua origine, sente questo pathos della propria nascita e del proprio legame interrotto. Stefano, in modo fraudolento, diventa il tramite per avere un contatto con la storia, con la narrazione del fratello, un tramite con la propria origine che in qualche modo è sintetizzato dalla poetessa, da Cesarea. Cesarea rappresenta questa origine per lui, per lei. Il problema è sempre il solito. Che cosa fa muovere Stefano? Il senso della gerarchia, della fedeltà… l’eroismo. Cos’è l’eroismo? Come si declina nella realtà? L’eroismo è Salvo D’Acquisto che muore per salvare cinque persone o è Breivik, che pensa di essere un eroe? Cos’è che ti fa credere che uno è veramente eroismo e l’altro no? Sempre la stessa ragione, gli affetti: salvare le cose che ami, i valori che ami diventa qualcosa di vicino, di reale; alla fine l’eroe non salva niente di astratto, l’eroe salva le persone che gli stanno intorno. Cerca di fare il bene alle persone cui è legato affettivamente. Qualunque eroismo che perde di vista questo, che lavora per un’astrazione, è potenzialmente pericoloso.

“Epico come Romanzo criminale” [non sono molto d’accordo – io nemmeno] “e carico di forza tragica come Le benevole”. Vorrei sapere cosa pensa di questa associazione, che è abbastanza ovvia, il racconto da parte del ‘cattivo’, appunto; e cosa pensa di un’altra associazione che c’è, presumo, sia per tematiche – per questa cosa del caos, che ricorre, sia per le microinterazioni degli esseri umani, e poi perché ci sono delle citazioni esplicite, cioè: Roberto Bolaño.

L’accostamento con Le benevole è chiaro: la visione del fascista è urticante, dà fastidio, però in Stefano ci sono delle cose che riconosciamo come nostre. Non volevo un personaggio che fosse il nemico totale, una persona da odiare dalla prima all’ultima pagina, ma una lettura che ti facesse arrivare a superare il senso del nemico, a riconoscersi in alcuni impulsi. Anche tu vuoi spaccare le teste; non è sempre necessario sparare per compiere un atto di rappresaglia, a volte basta una frase detta in un modo, un silenzio… è un effetto che si crea in qualsiasi sistema umano.
Riguardo Bolaño, tutto nasce dal fatto che la poetessa che ho immaginato, Cesarea Carriego, è un “minotauro”, come avrebbe detto Zanzotto, perché ha il corpo di Borges e la testa di Bolaño – o viceversa. La prima ispirazione che ho avuto, riguardo a questo personaggio, che poi è centrale, è stato il personaggio sul quale forse ho lavorato anche più di Stefano, è stata proprio Cesarea Tinajero dei Detective selvaggi. A me piaceva quest’idea, l’idea della gioventù folle, scatenata… Stefano è giovanissimo, folle, scatenato come sono giovani, folli e scatenati i protagonisti del romanzo di Bolaño. L’idea che ho avuto, quando ho pensato a questo personaggio, è che Stefano andasse alla ricerca di lei, appunto, come il luogo dell’origine. Il romanzo finisce con Stefano che salva Cesarea davanti al sito del Milodonte, che è l’idea dell’arcaismo, della vita del mammifero ancora prima dell’uomo. A me piaceva questa ricerca dell’origine, che avevo mutuato dal racconto di Borges citato alla fine del libro, L’accostamento ad Almotasim, e che racconta, proprio come nel romanzo, di una persona che in una gazzarra uccide un’altra persona “per caso” e immediatamente si accorge, vede in questo personaggio, qualcosa che non è solo lui, che ha a che fare con qualcosa di più lontano, vede una luce che richiama un’altra luce e piano piano ci si accosta a una specie di verità nascosta. È come se ogni tipo di suggestione a ogni persona del mondo ti portasse simbolicamente a qualcos’altro.

Infatti, nonostante tutta la sua violenza, Stefano emerge quasi – quasi, perché tutto è contraddetto sempre, continuamente dalle sue azioni – in un certo modo la sua immagine è quella di un puro, di un personaggio profondamente – non innocente, perché come abbiamo già detto il concetto di innocenza in questo libro è smentito costantemente dalle azioni di Stefano, dalle sue inevitabili esplosioni – da una specie di purezza, un candore originario.

C’è la costanza della luce bianca, nei vari, non tantissimi, omicidi di Stefano, è come una vicinanza. Stefano è una persona che entra in risonanza con la realtà attraverso la violenza. Ognuno di noi entra in rapporto con la realtà attraverso dei sistemi suoi, no, chi con la cultura, chi con l’ideologia, chi con lo snobismo, chi con la timidezza, ognuno ha un suo modo privilegiato. Per Stefano è la violenza. In una delle prime scene del romanzo Stefano picchia Luciano Berio, e subito dopo vuole andare a vederne l’opera. Uccide il fratello di Antonella e immediatamente dopo vuole conoscere Antonella, vuol conoscere la poetessa. In moltissimi momenti del romanzo gli amici si picchiano, e quando si picchiano è un buon inizio. Picchiarsi vuol dire entrare in contatto vero, conoscersi. Per Stefano la violenza è la chiave di lettura, dall’inizio alla fine del libro. Stefano non cambia. È coerente con i suoi principi dall’inizio alla fine. Quando capisce che l’hanno fregato, l’hanno strumentalizzato in tutti i modi, che i suoi camerati gli uccidono la donna che ama, gli tolgono tutto, lui non ripudia la violenza, va a combattere. Non può fare diversamente. Capisce che certe sue idee sono state strumentalizzate, ma non rinnega il suo io. Il personaggio di Stefano è fatto di molte cose, di una sensibilità, di comprensione autentica della verità, è fatto a suo modo di amore… è un personaggio che ha diversi livelli, è costruito proprio in modo che uno si riconosca, che veda come anche da principi “buoni” possano nascere cose assolutamente negative, persino mostruose, persino deliranti. Stefano poi rimane un personaggio che ha dei problemi, un passato familiare orribile, il rapporto col padre…

…Con la madre, che non viene mai nominata ma solo chiamata “madre”

Questo l’ho preso da un bellissimo saggio di Klaus Theweleit, Fantasie virili, che racconta il milieu culturale in cui è nato il nazismo, ovvero i Freikorps, i corpi franchi che alla fine della prima guerra mondiale davano la caccia ai comunisti. Leggendo la biografia di questi corpi franchi ti accorgi che nelle loro testimonianze, anche quando raccontano della donna della loro vita, è sempre assente il nome di lei. È solamente la ‘donna’. Moglie e madre. Non ha il diritto al nome. La funzione diventa prevalente rispetto al nome. E tuttavia quel personaggio mi piace molto. La madre di Stefano è la vera donna friulana di sacrificio, disposta a qualunque forma di abbrutimento, di abbassamento – da lavare i panni a diventare l’amante del formaggiaro – per salvare la famiglia, per fare in modo che il proprio figlio possa mangiare, possa vivere. È un personaggio che mi è sempre piaciuto. È disposta al sacrificio estremo, è una donna che ama il figlio, tanto che è l’unica che ha il coraggio di affrontarlo a viso aperto per quanto lui sia violento, pericoloso.

In effetti le donne, nel romanzo, hanno un valore particolare, ambiguo. Lo abbiamo visto per Antonella, ma penso a Elisabetta…

Elisabetta è un esempio ancora diverso, agisce da ribelle, si droga, va in moto, tradisce il fidanzato con i suoi amici e tuttavia, al momento in cui il padre la richiama all’ordine lei obbedisce, e anzi porta con sé il fidanzato, instradandolo in una logica borghese che da giovani fascisti avevano voluto ripudiare. Ma anche Antonella, in realtà, rientra nella logica dell’uomo d’azione. Pensa alla prima guerra mondiale, la memorialistica fa capire che inferno fosse quello che vivevano, racconta che tutti questi soldati avevano con sé l’immagine di una donna, e tu scopri che spesso non era nemmeno la loro fidanzata, o loro madre, l’avevano presa dal commilitone morto. Perché l’avevano presa? Perché rappresentava la possibilità di una pace in loro. Il romanzo termina con le tre parole “pace, pace, pace”, Stefano di cognome fa Guerra, e questa contraddizione tra la guerra e la pace è una delle costruzioni antropologiche fondamentali.

Stefano compie il suo primo furto, poco dopo l’omicidio di Mauro, per regalare ad Antonella una statuetta della dea Ishtar, e alla sua morte inizierà a portarla lui con sé.

Per Stefano, Antonella rappresenta la possibilità della pace, come per i soldati dell’epoca avere quella foto rappresentava il fatto che dopo quella situazione, quella anormalità, quello stato di scissione che era la guerra ci sarebbe stato un ritorno alla pace. Senza quello non sopravvivi.

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