“Entrare in risonanza con l’immaginario collettivo nazionale”. Conversazione con Alberto Garlini #1

di Silvia Costantino

Giorgio Almirante a Valle Giulia con un gruppo di squadristi

Abbiamo avuto modo di incontrare Alberto Garlini durante Pordenonelegge, festival di cui è curatore. Il suo ultimo romanzo, La legge dell’odio (Einaudi 2012), racconta gli anni di piombo dal punto di vista straniato di un giovane e atipico fascista. Ne emerge una narrazione densa, dal ritmo incalzante che, senza indulgere al complottismo, costringe il lettore a riflettere sulle dinamiche degli eventi passati e, soprattutto, sulla costruzione di un’identità nazionale quantomai complessa e problematica.

Partiamo dal tema del romanzo. Come molti in questo periodo, hai scelto di raccontare ‘gli anni di piombo’, peraltro dal punto di vista di un fascista. 

In realtà volevo scrivere un libro su Bruce Chatwin. Mi interessava parlare di nomadismo, di precarietà. Ho fatto una serie di percorsi di studio, letture, viaggi, sono stato in Patagonia; e mi sono chiesto perché non mettere il conflitto il nomadismo di Chatwin con un punto di vista radicalmente opposto, quello della stanzialità. Immediatamente mi è venuto in mente “sangue e suolo”, la forma estrema di stanzialità razza – la difesa della terra, la difesa della razza. Sangue e suolo è anche nel titolo di un libro di Walther Darré, un nazista che ha proposto la strana teoria secondo cui la razza si fortifica attraverso il sangue degli altri. Una teoria delirante, ma che piacque moltissimo a Himmler, tanto che Darré diventò ministro dell’agricoltura del Reich. Allora mi sono detto ‘facciamo incontrare un fascista a Chatwin’, e ho iniziato a documentarmi, perché cosa ne so io di un fascista dopo la fine del regime – volevo fare incontrare a Chatwin un fascista alla fine degli anni Sessanta, del periodo in cui Chatwin era in Afghanistan. La risposta è stata: ‘non ne so niente’. Come se quel tipo di memoria, quel tipo di esperienza mi fosse stata preclusa. Allora ho cominciato a studiare, ed è sorto l’interesse per quel tipo di memoria rimossa. In questo modo da un romanzo su Chatwin e un fascista, è diventato un romanzo su un fascista che a un certo punto incontra Chatwin, e ci sono voluti quattro anni di lavoro.

La questione del terrorismo è di nuovo molto presente nelle narrazioni contemporanee, tra complottismi e autobiografismi. La legge dell’odio sembra partire da tutt’altro punto di vista: scavando nel rimosso della storia d’Italia, pur mantenendo saldi i confini – e i conflitti – ideologici sembra ridurli a gabbie vuote, meri contenitori da cui si scatena la violenza.

La politica fino a poco fa era la trasformazione alchemica della rabbia, del senso di ingiustizia, in un progetto di durata: la rabbia e il senso di ingiustizia erano motori del cambiamento sociale. Ovviamente, tanto quanto sono motori di cambiamento sociale, sono anche pericolosi, perché i cambiamenti possono determinare violenze sociali, collettive. La politica è sempre servita per calmare questo spettro. Per fare un esempio dei grandi sistemi politici del passato: il comunismo alla fine ti diceva ‘è vero, fai una vita da schifo, il capitalista ti fa lavorare sedici ore al giorno, ti dà uno stipendio da fame, hai appena di che vivere, sei alienato ma non staccargli la testa adesso, metti a frutto tutte le tue capacità, insieme a quelle della tua classe sociale, e un domani ci sarà la rivoluzione, la dittatura del proletariato, la società perfetta’. È un’azione collettiva di durata, un progetto futuro, il sole dell’avvenire. Quello che mi ha convinto a scrivere il libro e indagare questo aspetto è proprio questo: se oggi uno perde il lavoro, viene licenziato, non sa come sfamare i propri figli, a che orizzonte di senso politico può rivolgersi per trasformare la sua rabbia in un progetto politico? Qual è l’idea di futuro cui aggrapparsi? Secondo me è un disastro. Non c’è niente, assolutamente niente. Nessun appello al futuro. Che Italia, che Europa si vuole tra cinque anni, è una domanda espunta dal discorso politico. Non se ne parla mai. La sintesi neoclassica del capitalismo ha cambiato completamente la sua pelle negli ultimi quaranta anni. Se con la guerra fredda il capitalismo ha cercato di convincerti che era il sistema migliore, dopo ha cominciato a dire che è il sistema meno peggio, e adesso non ti vuole nemmeno convincere di questo, ti dice semplicemente che non c’è alternativa. L’ultimo sbocco della situazione politica attuale  è stato quello di togliere la possibilità di un’immaginazione politica a tutta l’Europa occidentale. E adesso noi siamo come impediti, abbiamo capito che la politica come era prima non può più esistere, ma non abbiamo nessuna idea di quale politica la sostituirà, e questa castrazione emotiva, immaginativa, è veramente il danno più grosso che è stato fatto.

Un danno che si fa spesso risalire alla fine dei movimenti studenteschi, alla fine del Sessantotto, ben prima degli anni ’80: quasi come se il ’68, che dovrebbe essere stato il momento della massima esplosione di creatività, di rivolta, abbia prodotto i frutti peggiori proprio perché tale esplosione era talmente istantanea e poco lungimirante che sulla lunga durata si è rivelata fragile, ingestibile…

Il mio sguardo su quel periodo storico, la mia idea, è che la patina ideologica fosse tutto sommato una patina relativa, che la violenza crei un contagio, e che l’azione e la reazione fossero il modo normale di creare la politica. Cioè: questi ragazzi, di destra o di sinistra, si menavano per menarsi. L’ideologia era uno sfondo, era la traccia in più di un malessere sociale profondo, un contagio violento che, dal mio punto di vista, nasce con piazza Fontana e si conclude con l’omicidio di Aldo Moro, perché ogni contagio violento arriva ad una vittima sacrificale che ricompatta lo spirito di fazione. A me è sembrato, scrivendo questo libro, che questo tipo di prospettiva, la prospettiva di violenza, di azione e reazione che è incarnata da Stefano, sia qualcosa di molto presente.
Quello che mi interessava, nel romanzo, non era fare un discorso cronachistico, non mi interessava dire l’ennesima verità storica o giornalistica su quello che è successo. Quello che ho cercato di fare è entrare in risonanza con l’immaginario collettivo nazionale. A me interessava colpire momenti simbolici. Ad esempio, Valle Giulia è sicuramente un momento simbolico che ha colpito la coscienza nazionale, quindi ho cercato di raccontare gli scontri attraverso la verità storica dell’infiltrazione, questo gruppo di fascisti che facevano la prima fila, un episodio storico che non è stato per nulla riflettuto. Non voglio prendere parte a una tesi o a un’altra, però che a Valle Giulia, dove si immaginano Mao Tse Tung o Che Guevara, ci fossero almeno venti fascisti nella prima fila pronti a fare gli scontri è qualcosa che deve fare riflettere. Poi piazza Fontana. Piazza fontana come “prima strage” – che io poi racconto inventando, ricostruendo [Piazza del Monumento nel romanzo] –, piazza Fontana nel momento in cui, nel ‘69, all’inizio del cambiamento epocale dei costumi e della società italiana, degli innocenti vengono uccisi, in sostanza, con una verità che è stata sempre negata, senza che mai ci siano state sentenze di condanna. Questa verità a lungo negata, queste deviazioni (perché le uniche sentenze andate in cassazione su piazza Fontana sono quelle sulle deviazioni, sui depistaggi dei servizi segreti, dei vari organi di parte, dei vari organi istituzionali), a me ha fatto a lungo riflettere sul carattere nazionale.
In un periodo del genere una strage così è un moltiplicatore violento. In Italia abbiamo avuto un decennio che è stato una lotta di piazza, dove ti uccidevano per strada se pensavano che fossi rosso o nero, se avevi la kefiah o la croce celtica o qualunque segno distintivo, oppure per sbaglio, semplicemente per sbaglio. In questa situazione sta, secondo me, il più grosso problema italiano: lo spirito di fazione, lo spirito di rappresaglia; ed è quello stordimento per cui, quando uno vi si trova immerso, non riesce più a cogliere la realtà che gli sta intorno. Lo spirito di rappresaglia ha annebbiato la coscienza italiana per tutta la nostra storia. La storia italiana è stata rossi contro neri, la resistenza, la contestazione, gli scontri di piazza degli anni Settanta e fino all’altro ieri è stato Berlusconi contro i comunisti. Noi siamo intrisi di questo spirito, Stefano Guerra è imbevuto di questo spirito. È completamente dentro una logica, e stare completamente dentro una logica significa non vedere la realtà.

Stefano incarna esattamente questo momento: cerca in tutti i modi di aderire a un’idea, a un progetto politico sulla lunga durata, ma evidentemente non ne è capace. Tant’è che nell’incontro con Ezra Pound è lui ad essere definito un lupo azzurro, un reietto della società, perché incapace di aderire a qualsiasi progetto collettivo sulla lunga durata, è capace unicamente di guardare a se stesso, ai propri bisogni istantanei e in questo modo a cercare di creare una rivoluzione che lui stesso non sa gestire, mai. Proprio per questo, forse, è un personaggio profondamente tormentato, al contrario del suo ‘patrigno’, Franco. Quello che li distingue soprattutto è l’atteggiamento che hanno riguardo alle responsabilità individuali, alle colpe. Penso soprattutto al saggio di Demetrio Paolin, Una tragedia negata, nel quale si nota come la maggior parte dei romanzi sul terrorismo e lo stragismo evitino il nodo centrale, la morte, l’omicidio, cercando costantemente una giustificazione catartica nell’incoscienza o nella fede in un ideale maggiore. Stefano, invece, sembra quasi aver bisogno di vedere i corpi, di ricordarli, di conoscerli.

In questo c’è una differenza col personaggio di Franco. Stefano è un personaggio che sta dentro una logica di fazione, vuole agire violentemente (perché qualunque ideologia che mette l’azione prima del pensiero e ha bisogno del nemico in modo costitutivo per essere un’ideologia è pericolosa); è però un personaggio che quando colpisce la vittima vuole vederne il corpo. in tutto il romanzo Stefano uccide, è vero, ma vede i corpi. Questo è il principio di realtà; è una logica, se si vuole, sacrificale. Lui vede il corpo sacrificato, e il corpo sacrificato, con le sue piaghe, significa comunque un’individualità. Franco non vede le persone, Franco vede i borghesi, vede la plebe, vede il nemico, vede il corpo. Però è questa secondo me la cosa interessante, perché Franco è totalmente all’interno dello spirito di fazione. Quando ho iniziato a scrivere il libro, ho pensato di chiedere testimonianze dirette alle persone che c’erano, ma non è stato possibile. Queste persone non sanno nulla. Sono completamente intrise di una logica che non sa più distinguere il fatto reale da quello inventato, completamente autogiustificatoria. A Stefano capita di comprenderlo sulla base dell’eccesso. Al momento in cui vede le stragi naziste si chiede ‘ma perché spogliarli nudi?’, ‘perché le donne e i bambini?’. Perché le donne e i bambini per le SS erano dei problemi. Un bambino era un potenziale soldato, e le SS riuscivano a eliminare il dato di realtà per la sua funzione, per l’ipotesi.
È una cosa che c’è in tutta la narrativa dell’epoca, qualunque libro o memoria dell’epoca è fatto così. Nasce da una logica cospiratoria, una logica che non vede il corpo della vittima e quindi si apre a ogni tipo di deriva, e non penso che sia un caso – per tornare all’idea dell’immaginario collettivo nazionale – che in Italia, dove fino ad allora c’era mancanza totale di complottismo, dopo piazza Fontana Sciascia faccia Todo modo e Il contesto. Sono derive cospiratorie, e non è un caso, perché quando non c’è una verità giudiziale, una verità che tu puoi sbandierare e acclamare come unica legittima, qualunque verità è possibile. E questa è la cospirazione. Su piazza Fontana hanno detto di tutto. Qualunque tesi ha avuto cittadinanza, perché per molto tempo non c’è stata una tesi che avesse un valore diverso rispetto alle altre. L’unico modo per uscire dalla spirale della logica cospiratoria è avere amore e affetti autentici. Per Stefano amare Antonella, pur nel suo modo delirante, è l’unica ancora di salvezza per vedere la realtà.

[continua]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...