“Siamo tutti malati d’immaginario.” Una riflessione su Aldo Morto di Daniele Timpano

di Chiara Impellizzeri

Il 10 ottobre il Sienafestival ha ospitato nella sala Lia Lapini lo spettacolo Aldo Morto-Tragedia di Daniele Timpano, un monologo di due ore che conclude la trilogia intitolata Storia cadaverica d’Italia.

Appena entrata in sala mi viene distribuito un volantino copia della celebre pagina di Repubblica del 21 aprile 1978 : quella in cui Moro fissa la camera tenendo tra le mani la precedente copia del quotidiano che lo dà per morto. Il volto del capo di Stato è però sostituito da quello di Timpano che ci fissa nella medesima posa. Noto poi che la foto è accuratamente circondata dalle pubblicità dell’epoca: Timpano ha fotocopiato anche l’ultima pagina del quotidiano che reclamizza la Vauxhall Cavalier («Cavalier 1.3 ha tutto tutto tutto»).

Un’icona storica entrata nella nostra memoria : riguardandola penso che a renderla agghiacciante sia il fatto che sembri costruita per diventare una foto storica, per ottenere il massimo effetto scenico una volta riprodotta nello stesso quotidiano. C’è qualcosa che lega quella sensazionale trovata in prima pagina e le pubblicità che costellano il resto del giornale come un rumore di fondo.

L’attore entra in scena frettolosamente, completo scuro, tono sbrigativo, ed espone in venti secondi il rapimento in Via Fani: «Vabbé niente d’importante. […] Cose che succedevano negli anni Settanta». Le successive due ore di monologo sono ancora più spiazzanti : Daniele Timpano rimane sulla scena nel ruolo di se stesso, mantiene immutato il nome, il vestito ed il tono della voce, parla in prima persona, ma assume di volta in volta punti di vista contrapposti, vi aderisce, li estremizza e li rovescia. Prima è un ipotetico figlio di Moro, che vuol ricordare il babbo in vita «quando portava a casa la burrata», poi un giornalista che descrive morbosamente la scena di via Fani,  poi un nostalgico degli anni Settanta, un pacifista indignato, un complottista, un deluso dalla sinistra, un simpatizzante brigatista. In un momento d’infervorata denuncia ricorda persino le discordanze tra l’autopsia sul corpo di Moro e le presunte condizioni di vita nella cella descritte dai brigatisti sulle quali si basano tutte le rappresentazioni filmiche della prigionia di Moro. Salvo poi sminuire le pretese del discorso con amara ironia: «La verità non mi interessa. Non l’hanno detta i processi, non l’hanno detta le testimonianze contraddittorie dei presenti agli eventi […]. Può pretendere di dirla ora sulla scena un dilettante come me ? La verità ? Shalalalalalà… Ma facciamo teatro infatti ! Portiamo a casa lo spettacolo!». Segue quindi la parodia iperbolica di Adriana Faranda in parruccone e occhiali da sole che sponsorizza il suo romanzo durante un talk show, uno dei due soli momenti in cui Timpano si traveste e recita ‘un personaggio’. Il secondo momento sarà un’irridente satira del narcisismo di Renato Curcio che davanti ai fans riepiloga la sua vita indossando una maschera di Mazinga. Sulla scena, tra canzoni militanti e canzonette leggere, arriva anche un modellino telecomandato della Renault 4 che fa le bizze sul palco. Timpano ci gioca mentre gli altoparlanti fanno riascoltare la famosa telefonata che avvisa del corpo in Via Caetani.

Per riflettere sul senso di una messa in scena che a livello epidermico può apparire solo l’irrispettosa satira d’una tragedia, comincerei dalla domanda che l’attore stesso ci pone nei primi minuti di spettacolo : come e perché un regista quarantenne dovrebbe raccontare il caso Moro al pubblico contemporaneo.

«Molti di voi all’epoca c’erano, molti di voi non c’erano, io c’ero, ma avevo quattro anni. Parliamone. Parlo io?».

Raccontare significa strutturare una successione logica e cronologica, tentare un’interpretazione ed effettuare una sintesi. Il caso Moro rappresenta invece un nodo ancora irrisolto della storia italiana. La generazione di Timpano l’ ha conosciuto a posteriori, venendo sommersa da narrazioni che hanno forgiato il suo immaginario del brigatismo e degli anni Settanta. Difficile poi rappresentare la prigionia di Moro senza ricorrere alla finzione o rischiare di attribuire valore di verità ad una ricostruzione dubbiosa. Proprio il mistero che circonda la vicenda del resto la rende seducente per il pubblico contemporaneo: si è avvinti dal carattere romanzesco della storia, dal giallo complottista, dall’epica della clandestinità brigatista. Allora forse il modo più onesto per raccontare e raccontarsi è quello di mettere in scena esattamente il magma mediatico di discorsi e retoriche intorno al caso Moro e mostrare, come dichiara l’autore stesso, che «siamo tutti malati di immaginario»…

Il ventennio e la Resistenza io li ho conosciuti attraverso i documentari dell’Istituto Luce in tv, negli stessi anni in cui guardavo i cartoni animati giapponesi e i Western con John Wayne. Da un punto di vista emotivo, non razionale, devo ammettere con grande senso di colpa che per me non c’è differenza tra il fascismo e una puntata del Grande Mazinga : gli alieni cattivi o i robot nazistoidi di Kyashan per me erano sullo stesso piano dei fascisti. Il male assoluto, che tutto sommato non esiste. Due cose che fanno parte entrambe dell’immaginario. Il fatto è che siamo tutti malati di immaginario[1].

Prestando il suo corpo per dare voce alla miriade di discorsi su Moro Timpano mette in scena una sorta di prosopopea: fa parlare ‘oggetti morti’, retoriche putride che sintetizzano e banalizzano la realtà, affettando una gravità che risulta ridicola. «Ma chi se ne frega della sintesi ? Non era meglio non farla?» dirà infatti inveendo contro una vignetta della Storia d’Italia a fumetti. Nell’apparente schizofrenia del suo monologo, Timpano cerca allora di riportare in vita questa «storia cadaverica italiana» tracciando, attraverso un filo discontinuo di parole e ricordi, una rappresentazione infinitamente complessa. Ogni discorso può esser posto accanto all’altro perché, nella spettacolarizzazione dell’evento, tutto è stato ridotto a chiacchiera demente ed intrattenimento,  tutto è rientrato nel quotidiano rumore di fondo. La ‘tragedia’ è che a tutto ci si può assuefare, tutto si può ascoltare con scanzonata indifferenza, giocando con il modellino della Renault 4…

Del resto i momenti più grotteschi dello spettacolo risultano esser proprio quelli in cui l’attore ripete ciò che attraverso i media è stato veramente detto o scritto su Moro : le parole della figlia in un libro edito Rizzoli, il servizio del tg4 di Paolo Frajese, l’estratto del retrocopertina de «Il volo della Farfalla» di A. Faranda… Nel denunciare questa seconda violenza delle parole, Timpano evita a sua volta una messa in scena dell’evento in sé e opta per un teatro volutamente anti-narrativo.

Alla fine sommerso dalle retoriche l’individuo singolo non ha più capacità di sintesi e di azione, ripete fatuamente posizioni cialtronesche. La parodia del discorso ‘da baretto’ sulla non-violenza è quasi esemplare :  «La violenza è terribile. Ne sono convinto. Meglio spenti, morti, soffocati che violenti.  Passatemi sopra con un carrarmato piuttosto ma non costringetemi ad alzare un braccio per colpirvi ! Da un lato. Dall’altro a me questo discorso non convince per niente. Io lo sento. C’è come un rimosso in me, un soffocato, un vomito che ritorna su : l’impressione che lo Stato, questo Stato, sia un nemico davvero, da abbattere tutt’ora. […] Io lo ucciderei Berlusconi, no?». Ma l’attore non riesce nemmeno a mimare in modo convincente il gesto della P38 : «Tutta storta ‘sta pistola, e moscia ; […] io lo sento, sento che nello stato in cui siamo è impossibile l’azione ; no, non è un fatto morale, è proprio impossibile qualunque reazione alla ‘Reazione’. Vabbé. Niente d’importante».

Se apparentemente Timpano non espone nessuna posizione personale, in realtà l’immagine finale dello spettacolo lascia emergere in negativo un punto di vista morale molto forte sulla storia. Se nessun discorso è innocente, resta comunque una verità nuda, semplice e umana, che resiste oltre le chiacchiere : un corpo morto che per l’autore rappresenta sempre uno scandalo muto. C’è forse persino del moralismo in Daniele Timpano, ma si tratta del moralismo della migliore satira, che non risparmia nemmeno l’autore stesso.


[1] Note di regia di Dux in scatola, di Daniele Timpano, di G. Graziani, “Lo strano olezzo del corpo del re” introduzione a “Storia cadaverica d’Italia” Edizioni Titivillus, p. 10.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. AM ha detto:

    Questa è una lettura reale, che reinterpreta sul piano teatrale la frammentarietà dell’immaginario sul caso Moro. Ma io non credo che siamo malati d’immaginario, anzi: proprio il fatto che sia mancata una rielaborazione univoca, nazionale, del fatto, ha impedito che il trauma degli anni di piombo fosse recuperato e superato nell’immaginario collettivo attraverso una . rappresentazione simbolica unitaria. Un po’ come Mazinga e il fascismo che ok, non sono paragonabili, ma dal punto di vista del simbolo hanno la stessa funzione, rappresentare il male. Questo processo non c’è stato, e sono nate una serie di narrative diverse e spesso in contraddizione tra di loro, figlie di varie sub-culture italiane sempre irrimediabilmente divise. L’immaginario collettivo dovrebbe servire a questo, ad unire, a creare una memoria condivisa, un presupposto culturale. La domanda che mi pongo è, cosa rimane a noi “figli”? Come cresce un Paese dove la memoria storica è così divisa?

  2. Chiara Imp ha detto:

    AM,
    hai centrato un punto di riflessione per me importantissimo, quello che ha mosso il mio interesse per lo spettacolo di Timpano. Credo che la posizione di Timpano sia quella di una generazione che sente la mancanza di una rielaborazione che sia unitaria perché veritiera (e complessa), una cosa diversa dall’idea di “immaginario”. Tuttavia l’autore prova a svolgere, indirettamente, una critica a questa mancanza di “memoria storica” (il suo gruppo di lavoro non a caso si chiama AmnesiaVivace) e ai modi in cui è stato raccontato e spettacolarizzato un evento. Questa difficoltà/impossibilità di ricostruire il passato, per una generazione che quel passato non lo ha vissuto, per me è un dato di fatto. Quel vuoto di memoria Timpano non lo può e non lo vuole riempire direttamente con un racconto di finzione che metta in scena cosa faceva veramente Moro durante la prigionia, come lo nascondevano o come la polizia indagava; né può assumere il ruolo inattuale di “artista-intellettuale” alla Pasolini nell’ “Io so” , e infatti con ironia amara si scusa delle sue tirate con quel: “Vabbè. Niente d’importante”.
    Ciò che l’autore può rendere è invece la difficoltà di chi tenta di attraversare l’ immaginario di cui è “succube” per recuperare la memoria di un passato non del tutto recuperabile. Come dire, quello che è rappresentato non è tanto il caso Moro, ma noi in rapporto al caso Moro. Credo che sia, come ho scritto, un’operazione onesta, e credo che condivida in un certo senso- seppure siano diversissimi tra loro- lo stesso spirito dell’operazione di racconto “straniante” di Vasta ne “Il tempo materiale”, romanzo in cui degli inverosimili bambini-adulti restano sedotti dalla narrazione eroica e dalla bellezza “estetica” del gesto brigatista.

    Per rispondere alla vera domanda: quello che rimane a noi “figli” è questo, la coscienza della complessità e al più il sentimento della necessità di un recupero della memoria che serva al nostro presente. Ma questo lo dico io, non Timpano, anche se spettacoli come quelli di Timpano possono aprire la giusta strada alla riflessione…

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